A GIUGNO SIAMO TUTTI PIÙ QUEER

Le rose di maggio sono ormai sfiorite e giugno è iniziato, portando con sé l’inizio dell’estate, i primi tuffi al mare, e… il Pride Month.


Il Pride Month è un mese dedicato alla comunità queer (o LGBTQIA+), e si tiene a giugno per ricordare e onorare i moti di Stonewall del ’69.


È un periodo in cui la comunità organizza eventi, fa sensibilizzazione, ricorda la propria storia e si unisce compatta per chiedere maggiori diritti. E in cui i cartelloni pubblicitari virtuali si riempiono di arcobaleni.


I profili social delle grandi aziende diventano variopinti, diffondono messaggi come “love is love”, e, soprattutto, pubblicizzano prodotti che puntano a convincere una clientela specifica: la comunità queer.


Che spesso si fa convincere, ben inteso! In passato io stessa sono stata preda della frenesia dello shopping arcobaleno, decidendo di acquistare prodotti più per il fatto che fossero a supporto della comunità LGBTQIA+ che per il loro valore intrinseco.


“Supporto”, però, è un concetto complicato. Cosa significa supportare una comunità? Può essere una nozione legata al profitto?


In molti direbbero di sì, soprattutto seguendo il principio del “tutto fa brodo”. Ogni azione a favore dei diritti queer è un passo avanti, di cui c’è disperatamente bisogno; benché l’idea generale di chi non fa parte della comunità, o che con essa non ha contatti, è che la situazione sia tutto sommato stabile e positiva per chi non è etero o cis, i fatti raccontano una realtà diversa.


Secondo il paper di Equality & Justice Alliance (consorzio di organizzazioni internazionali che si occupano di studiare le cause della discriminazione e della violenza e di come combattere) in Europa il trend della violenza contro le persone queer è tutt’altro che positivo. L’Italia, in particolare, è una tra le nazioni con il più alto tasso di discriminazione in Europa in termini di politiche dei diritti LGBTQIA+.


È perciò comprensibile che la comunità cerchi sostegno dove può. E a questo si aggiunge la convinzione di alcuni che sia tutto sommato positivo che le aziende traggano profitto da questo sostengo, perché stanno semplicemente rispondendo a un’aumentata domanda, e che quindi il mercato si è adeguato a un mondo più inclusivo e diversificato – un processo legato al cosiddetto “capitalismo etico”.


La domanda da porsi, però, è un’altra: può il concetto di supporto essere svincolato dallo sfruttamento?


Le grandi aziende di cui parlo sono le solite note – Amazon, Apple, Nestlé, e così via – famose per sfruttare i propri lavoratori o per distruggere l’ambiente (più spesso entrambi). A giugno le condizioni dei dipendenti delle multinazionali non migliorano: le ore di lavoro massacranti rimangono le stesse, lo stipendio che non garantisce di arrivare a fine mese non aumenta, la sicurezza rimane solo di facciata.


Davvero i diritti dei lavoratori possono essere separati da quelli della comunità queer? Forse le persone queer non lavorano? Non hanno, anzi, più difficoltà in media nell’inserirsi nell’ambiente lavorativo proprio perché non sono etero o cis?


Il problema e la battaglia per risolverlo, come sempre, non possono che essere intersezionali; non tanto perché le discriminazioni che vengono attuate in ambiti diversi hanno comunque tutte pari dignità, il che è ovviamente vero, quanto perché è impossibile scindere un tema dall’altro.


Sul mio posto di lavoro io voglio essere tutelata sia come persona queer che come lavoratrice in quanto tale. Cadere nella trappola delle grandi aziende, che offrono un’immagine progressista di sé quando non offrono alcuna sicurezza a chi poi entra nelle loro fila, fa soltanto il loro gioco.


Con questo non voglio dire che la responsabilità del sistema di sfruttamento che pervade il mondo del lavoro sia di chi compra la cover originale dell’iPhone con sopra la stampa di un arcobaleno. È chiaro che le azioni individuali non incidono quanto regolamentazioni statali o sovranazionali.


E che una persona queer cerchi conforto dove può trovarlo è comprensibile: è bello, ogni tanto, credere che il mondo stia diventando più accogliente; è bello non dover combattere continuamente.


Quest’articolo non vuole essere una denuncia contro gli acquirenti: vuole esserlo contro le grandi aziende che si nascondono, con i loro sfruttamenti e discriminazioni, dietro la fame d’aria e di diritti di una comunità.


Supportare le persone LGBTQIA+ è sacrosanto, e si può fare in molti modi. Ci sono tante associazioni, gruppi, e creator* indipendent* che durante il Pride Month diventano più visibili, ed è fondamentale fornire loro sostegno direttamente.


A chi fa parte della comunità, dico: è il nostro mese. Dobbiamo festeggiare. Facciamolo senza il presunto aiuto di chi, per noi, non prova che indifferenza.



di Anna Credendino