AD ANTON.

Дорогой брат,

Che cazzo combini di bello? Ti piace ancora il riso con gli spinaci? Hai fatto poi ricrescere i capelli, come ti avevo consigliato? E la tua musica? Pochi giorni fa ho letto una frase di Tom Waits: “Mi piacciono le belle melodie che mi dicono cose terribili.” E allora ho ripensato al concerto di Scott Kelly in quel cesso tra Borgo Vittoria e Barriera, quel circolo culturale o che cazzo era. Abbiamo dovuto pagare l'entrata e anche la tessera soci, poi gli abbiamo lasciato un patrimonio in birre tiepide e whisky annacquato a quei miserabili figli della merda. Te lo ricordi che disse prima di lasciare il palco? Mandò giù un pugno di catarro con mezzo boccale di Laphroig e disse: “Sorry, I ain't got it anymore.” Sai, a volte quando mi guardo indietro vedo ammucchiarsi i ricordi e non sono mica tanto belle le cose che vedo e mi vedo riflesso nello specchio e comincio a bestemmiare e sospirando mi dico che pure io non ne ho più. Proprio non ne ho più e non ne voglio più. Però poi mi riviene in mente Scott Kelly e mi ripeto che una cosa forte tipo “non ne ho più” la si può dire solamente con una voce rauca e dilaniata tipo la sua altrimenti perde di qualsiasi significato e diventa un piagnisteo puberale come tanti altri. Allora, di solito, vado a dormire più sereno. Penso che, un giorno, potrò guardare a tutta la merda che mi sono portato dietro e finalmente potrò dire anch'io “non ne ho più” con la voce giusta e ritirarmi nel silenzio fino a quando non creperò. Ogni notte penso a quel silenzio e mi addormento come un bambino. Il mio psicologo dice che mi porto dietro una perenne inquietudine. Gioia dice che do troppo peso ai miei sentimenti ma come cazzo si fa a non dar loro peso? Per lei sembra tutto facile. Gioia ti andrebbe proprio a genio perché le piace litigare esattamente come piace a te e beve come un cammello. Certe volte arriviamo a fine serata che io sono quello sbronzo e lei regge ancora botta. Quando succede nove volte su dieci va a finire che ci urliamo addosso per due o tre ore, lei mi prende a cazzotti, io frigno un tantino e andiamo a letto. Facciamo delle bellissime piazzate proprio come le coppie che stanno insieme da una vita e, se tutto va bene, ho in programma di sposarla entro i prossimi quattro anni e di farti diventare zio entro i prossimi sei o sette. Mi ci vedi a fare il babbo? Io mi vedo più come nonno. Ieri ho riletto una poesia di Evtusenko dove dice che la Russia poggia tutta sulle spalle delle nonne. Secondo te è vero? Da come mi hai parlato di tua nonna, mi permetto di pensare di sì.


Comunque, dovresti proprio leggertelo Evtusenko. Te lo dissi anni fa ma non credo tu l'abbia ancora fatto. D'altronde, io non ho ancora letto “La terra desolata.” È sul mio scaffale, comunque. Ultimamente mi è presa ad ordinare libri su libri ma non ho mai tempo di leggere. Leggere è un lusso che questa nostra epoca sta lentamente erodendo da se stessa, purtroppo. Questa è un'epoca di pasti surgelati, amico mio. Cazzo, un tempo ti avrei detto che quelli come noi sono condannati a estinguersi, in un'epoca come questa. La verità è che dobbiamo solamente farci piacere i pasti surgelati: questa è la nostra condanna. Comunque, ora vado a dormire. Sono stanco. Non ho finito, ma sono tanto tanto stanco. Dicono che il lavoro nobiliti l'uomo. A dirlo sono sempre quelli che lavorano con il culo affossato dentro una poltroncina calda e il mal di schiena, se mai ce lo hanno avuto, se lo sono fatto massaggiare via da qualche troia. Io dico che il lavoro nobilita solo chi ci guadagna e noi altri ce la prendiamo in culo col sale grosso. Si diventa sempre più stanchi, più stanchi, più stanchi fino a che un bel giorno non ti si spezza la schiena e buonanotte al secchio. Come sta la tua schiena, fratello? Ricordo che avevi tanto peso da portarci sopra e spero tu te ne prenda cura proprio come si deve o, almeno, come ti riesce.

Buonanotte, fratello. Fammi avere presto tue notizie e, mi raccomando, non ti trascurare.

Un abbraccio,

Mess.

P.S. Senti che cazzo mi è successo l'altro giorno. Sono andato alla stazione per fare i biglietti per Bologna e poi al bar ho preso un pacchetto di sigarette e un caffè. Vado per pagare e il tizio del bar: “Sono sette e cinquanta,” così io gli allungo venti e lui mi da il resto. Due euro e cinquanta. Gli dico: “Mi mancano dieci.” E lui: “Nono, tu mi hai dato dieci.” E io: “Col cazzo t'ho dato venti.” “No, dieci.” Continuiamo un po' con questa sega e alla fine si impettisce tutto e mi fa: “Non c'è modo di sapere quanto mi hai dato. Se ripassi stasera controlliamo il registratore di cassa e vediamo cosa si può fare.” E allora io: “Ma ti pare che io stasera torno in questo bar di merda per controllare il registratore insieme a te? Ti pare che io stasera mi metto a riprendere la macchina solo perché tu sei un testa di cazzo rincoglionito?” Così lui comincia una filippica che non ti sto a raccontare, a me cominciano a

tremare le mani e decido che forse è meglio tornare a casa. Non ti mentirò: mi ha davvero ferito questa cosa. Non tanto perché qualcuno mi abbia preso per idiota, ma perché a prendermi per idiota sia stato un povero stronzo come me, uno a cui tocca alzarsi ogni mattina e lavorarsi il proprio stesso buco del culo per far fare i soldi a qualcun altro. Mi sono detto che se due puttane arrivano a prendersi a capelli per accaparrarsi un cliente, sicuro da qualche parte c'è un pappone placcato d'oro che se la ride fino a farsi venire i crampi alle budella. Mi sono detto che la divisione del proletariato è il primo passo verso la dittatura. Poi mi sono ricordato che certe stronzate ideologiche è meglio lasciarle ai tanti che affollano le sedi di partito. Mi sono ricordato che, in fondo, ognuno tira l'acqua al suo mulino ed è sempre stato così e non potrebbe essere diversamente. Un giorno, magari, io e il tizio del bar avremo tanti poveri stronzi che si lavorano il buco del culo per noi e staremo dalla mattina alla sera affossati dentro qualche calda poltroncina a farci massaggiare via le emorroidi da qualche baldracca thailandese. Potremo appianare le nostre divergenze, allora. Sorseggiando whisky di betulla, accompagnati dal dolce scricchiolare di tante schiene pronte a spezzarsi, guardandoci negli occhi con un sorriso marpione, ci domanderemo l'un l'altro: “Ti ricordi?” Ma non ricorderemo. Nossignore. E rideremo, coi crampi alle budella, pensando a quanto eravamo sfigati e a quanto ora non lo siamo più. Perché il dolore, purtroppo o per fortuna, lo si capisce solamente soffrendo.


- Massimiliano Maggi.