ALDO MORO

Oggi, esattamente 43 anni fa, il segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro, venne ritrovato morto nel bagagliaio di una piccola Renault al centro di Roma, cinquantacinque giorni dopo il suo rapimento ad opera delle Brigate Rosse.

Del caso Moro si parla da anni: ad esso sono stati dedicati innumerevoli libri, studi, podcast, film e documentari, ciononostante non esiste un' unica narrazione che spieghi definitivamente le circostanze storiche che hanno condotto alla sua morte.

Nel 1978 troppe persone volevano Moro morto: dall’estrema destra, all’estrema sinistra, dagli americani ai russi, da Propaganda 2 alla Mafia.

La sua apertura al Partito Comunista Italiano sarebbe stata il compromesso storico che avrebbe potuto anche mettere fine alla guerra fredda in Italia e, con essa, alla parte degradante della Prima Repubblica.

Moro voleva collaborare con i comunisti, che si erano ormai distanziati dal blocco sovietico, per lo stesso motivo per cui si era alleato con i socialisti 10 anni prima: per rimanere al governo e, conseguentemente, implementare riforme sociali e la nazionalizzazione di vari settori privati, come l’energia elettrica e le infrastrutture.

Kissinger si era espresso in modo apertamente negativo sulla strategia di Moro, per ovvi motivi, ma anche l’Unione Sovietica e l’estrema sinistra non erano particolarmente entusiaste all’idea, preferendo di gran lunga un approccio rivoluzionario.

Moro raccolse molto supporto durante i congressi della DC negli anni: fu proprio De Gasperi a dire che la Democrazia Cristiana doveva puntare a sinistra, così da non rimanere indietro con i tempi e per non essere messa da parte dalle nuove generazioni d'italiani.

Un consiglio questo che Moro prese a cuore, ma purtroppo non ottenne i risultati sperati, mettendo fine al sistema misto che aveva contribuito ampiamente alla crescita economica di quegli anni.

Le paure di Kissinger, d'altra parte, non erano affatto infondate. Il compromesso storico avrebbe aperto delle possibilità anche di una terza via, rendendo il Paese indipendente dalle tensioni tra le due potenze mondiali. Una strada che fu presa da diversi stati ai tempi, come la Yugoslavia di Tito o l’Egitto di Nasser.

Un altro possibile scenario era rappresentato da un’Italia rossa, ma, dato il rapporto tra PCI e URSS, era realisticamente improbabile. Gli americani, però, non avrebbero mai permesso all’Italia di uscire dalla loro cerchia e fecero tutto il possibile per impedirlo. Quando Moro fu rapito, Cossiga (che all'epoca era Ministro dell’interno) ricevette, inviato da Kissinger, un nuovo consigliere di nome Steve Pieczenik. Pieczenik era uno psicologo, e futuro autore di una serie di romanzi di spionaggio con Tom Clancy, che espose come unica strategia quella di non collaborare con i terroristi, destinando così Moro a una morte certa.

Se Moro fosse sopravvissuto, non solo questo avrebbe messo le Brigate Rosse in una buona luce, ma avrebbe facilitato l’accesso dei comunisti al governo: per questo motivo Kissinger ordinò a Pieczenik di dare questi consigli.

Molte forze interne, inoltre, fecero in modo che Moro non uscisse vivo dalla sua prigionia: un Moro vivo avrebbe causato ripercussioni gravissime alla politica interna del paese perché era possibile avesse svelato ai terroristi molti segreti di Stato, per non parlare dei suoi diari distrutti e delle numerose lettere scritte in prigionia e indirizzate a Cossiga, Leone e perfino al Papa. Oltretutto Confindustria era fortemente contraria alla nazionalizzazione dei settori energetici e edilizi, come invece avrebbe voluto Moro.

Il suo rapimento fu quasi del tutto opera dei brigatisti, salvo possibili collaborazioni o infiltrazioni dei servizi segreti; quanto alla morte di Moro in sé, tutti contribuirono in un modo e nell’altro affinché accadesse. La Prima Repubblica e il blocco occidentale dovettero fare una scelta: Moro o il controllo dell’Italia.


Che l’Italia ai tempi fosse quasi completamente gestita da organizzazioni segrete filo americane, gruppi estremisti e la criminalità organizzata è ormai risaputo, e Moro non fu né la prima né l’ultima vittima dei poteri forti: Mattei, fondatore dell’ENI, e nemico delle sette sorelle del settore petrolifero mondiale, fu ucciso tramite un sabotaggio del suo aereo mentre era di ritorno a Milano dalla Sicilia; un altro esempio è Ippolito, che fu rimosso dalla direzione del Comitato Nazionale per la Ricerca Nucleare da Saragat (PSDI che riceveva fondi dagli Stati Uniti d'America e da Confindustria), non appena il settore iniziò a mostrare potenziale, prima che diventasse un competitore troppo influente.

Leone fu usato come capro espiatorio per lo Scandalo di Lockheed e fu costretto a rinunciare alla presidenza della Repubblica.

Fortunatamente molti di questi enti sono scomparsi dopo la fine della guerra fredda e con Tangentopoli, assieme a gran parte dei partiti dietro ai quali si nascondevano e che finanziavano.

Nel contesto favorevole della guerra fredda, la corruzione, il nepotismo e la strategia della tensione della Prima Repubblica sono stati tollerati o incoraggiati dagli alleati, data l’importanza geopolitica dell’Italia. Solo dopo l’adesione all’Unione Europea, il Paese ha iniziato lentamente a controllarsi, nonostante le avverse forze illiberali interne. Moro fu uno dei pochi democristiani, se non l’unico, a lottare attivamente contro lo status quo e i mali del Paese.

Quindi va ricordato e celebrato, nel bene e nel male.


di Nicola Maria Servillo