ALTRI 45 GIORNI AL FIANCO DI PATRICK ZAKI

Non è la prima volta che i Funamboli parlano di Patrick Zaki. E come potrebbe? Patrick è uno di noi, uno studente dell’Alma Mater che ha fatto di Bologna, come molti di noi, la sua città adottiva.

A costo di poter sembrare ripetitivi, non abbiamo intenzione di smettere di scriverne. L’oblio, soprattutto mediatico in questo caso, equivarrebbe ad un abbandono, e sarebbe criminale.


Chi è Patrick Zaki?


La speranza è che siano ormai pochi a non conoscere il suo nome, ma, per chi non lo sapesse, Patrick Zaki è un ragazzo egiziano di 27 anni, iscritto al Master Gemma (Master Erasmus Mundus in Europa che si occupa di Women’s and Gender Studies) presso l’Università di Bologna, dove ha vissuto da agosto 2019 fino alla sua cattura a febbraio durante una visita in Egitto.


Il Master che ha scelto è supportato dalla Commissione Europea, ed “è unico nel modo in cui unisce approcci al femminismo provenienti da diversi punti cardine in Europa”. Il tema è perfettamente in linea con gli ideali di Patrick, che da anni è attivista per i diritti umani: è infatti ricercatore per l’organizzazione Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), che opera in Egitto dal 2002 per rafforzare e proteggere i diritti e le libertà fondamentali. È anche impegnato nella difesa della comunità LGBT+ egiziana, scrivendo articoli a riguardo.

Il suo attivismo è proprio la ragione per cui è stato arrestato.


Il 7 febbraio di quest’anno Patrick è stato fermato all’aeroporto del Cairo dai Servizi di Sicurezza Nazionale (NSI) egiziani, da cui è stato torturato, a quanto dicono i suoi avvocati.

Fra le accuse mosse nei suoi confronti c’è quella di “pubblicare voci e false notizie che mirano a turbare la pace sociale e seminare il caos e promuovere il rovesciamento dello Stato”, gestendo social media che mirano a minare l'ordine sociale e la sicurezza pubblica e istigare violenza e crimini terroristici, come si può leggere su EIPR; accuse che sarebbero state contenute in un mandato già a settembre, quando Patrick si trovata Italia (e che non ha mai ricevuto).


Secondo Paolo De Stefani, professore di International Law of Human rights (Diritto internazionale dei diritti umani) all’Università di Padova, “Patrick dava fastidio perché raccoglieva dati e informazioni sulle violazioni dei diritti umani in Egitto e le diffondeva all’esterno. L’Egitto invece vuole presentarsi alla comunità internazionale come un Paese moderato, il gigante buono che fa da paciere tra Israele e Palestina, ma la verità è che la repressione interna è molto forte”.

Patrick è attualmente trattenuto in detenzione preventiva, che in Egitto può durare anche mesi. La sua udienza, infatti, è stata rimandata più volte da quando è stato catturato a febbraio, l’ultima volta meno di una settimana fa: gli sono stati confermati ulteriori 45 giorni di carcere, sempre in attesa di giudizio. In tutto questo tempo, ha potuto vedere la famiglia per la prima volta solo dopo cinque mesi, e la sua corrispondenza - anche in uscita - è stata pesantemente filtrata.


Le condizioni delle carceri egiziane sono tutt’altro che accettabili: Human Rights Watch, importante organizzazione internazionale che si occupa di difendere i diritti umani, ne ha denunciato più volte gli abusi nel corso degli anni. L’ultimo rapporto evidenzia una mancanza di precauzioni e cure per quanto riguarda il COVID-19, come riportato da Al-Jazeera, che si unisce all’accusa. Patrick, asmatico, sarebbe un soggetto a rischio anche da uomo libero, ma il pericolo è maggiore in un luogo simile.

Il caso di Patrick rientra in un quadro più ampio di violazione di diritti umani da parte del Governo egiziano.


In Egitto vi è una sistematica oppressione di attivisti, manifestanti, e altri prigionieri di coscienza (ossia chiunque venga imprigionato in base a razza, religione, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale, e credo politico, senza aver usato o invocato l'uso della violenza).


Amnesty International ha pubblicato un rapporto nel 2019 sulla situazione dei diritti umani nel Paese, sottoposta al Consiglio Onu dei diritti umani, sottolineando “il ricorso alle detenzioni arbitrarie, ai maltrattamenti e alle torture, alle sparizioni forzate, ai processi irregolari e alle agghiaccianti condizioni di prigionia”; in un articolo più recente, ha addirittura affermato che da allora la situazione, già critica, è ulteriormente peggiorata.

La stessa Alta Commissaria per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha espresso seria preoccupazione riguardo a tale situazione. “Ricordo al governo egiziano che in base al diritto internazionale le persone hanno il diritto di protestare pacificamente", ha detto. “Hanno anche il diritto di esprimere le loro opinioni, anche sui social media. Non dovrebbero mai essere detenute, figuriamoci accusate di reati gravi, semplicemente per aver esercitato quei diritti. Esorto le autorità a cambiare radicalmente il loro approccio a qualsiasi protesta futura”.


Una presa di posizione inequivocabile che dovrebbe avere un peso importante provenendo da una rappresentante delle Nazioni Unite; purtroppo, il Governo egiziano non sembra essere dello stesso avviso: nel 2019, infatti, il ministero degli Esteri egiziano ha respinto il rapporto dell’Onu sulle condizioni dei diritti umani in Egitto, affermando che si basasse su informazioni non certificate.


Resta il fatto che, nel corso delle scorse settimane, sono stati arrestati i vertici dell’EIPR, l’organizzazione per cui lavora Patrick, i quali hanno ricevuto accuse molto simili a quelle mosse a Zaki stesso.


E parlando di Patrick Zaki, è quasi inevitabile che la mente torni a Giulio Regeni, dottorando italiano a Cambridge, trovato senza vita il 3 febbraio 2016 nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani, per cui ancora non si è ottenuta giustizia.

Cosa sta facendo l’Italia?


Oltre a numerosi movimenti spontanei e petizioni, promosse in particolare da amici e colleghi, la protesta contro la detenzione di Patrick si è istituzionalizzata, passando prima di tutto dall’Università di Bologna, che ha votato mozioni a supporto della sua scarcerazione e il cui rettore si è espresso in prima persona.


Ovviamente, tutto ciò non è abbastanza per influenzare un Paese come l’Egitto. Cosa sta facendo, piuttosto, il Governo italiano a riguardo?

È ben nota la vicenda della vendita delle due navi militari dal valore di circa 11 miliardi avvenuta quest’estate da parte del Governo italiano all’Egitto, mossa risultata ovviamente impopolare tra chi sostiene Patrick (e vuole la verità per Giulio). Purtroppo, per motivi economici e geopolitici, l’Egitto è visto come un alleato importante, sia dall’Italia che dall’Unione Europea intera: in primo luogo, nel 2015 (e poi nel 2018) l’Eni ha scoperto enormi giacimenti di gas in territorio egiziano, il che rende l’Egitto un importante esportatore di tale materia prima. Il Paese, inoltre, appoggia militarmente Haftar, tenendo la Libia, in un certo senso, “sotto controllo”. Mantenere rapporti così stretti con un Paese che lede regolarmente e impunemente ai diritti umani è un compromesso che molti ritengono inaccettabile.


Il 21 novembre scorso il Presidente del Consiglio Conte ha telefonato ad al-Sisi “per Regeni e per i pescatori sequestrati in Libia”, come titola la Repubblica. Il portavoce della Presidenza egiziana, attraverso un post sulla pagina facebook ufficiale, afferma - alla fine del comunicato - che “il presidente al-Sisi e il premier Conte hanno anche passato in rassegna gli ultimi sviluppi della loro collaborazione congiunta nelle indagini in corso nei confronti dello studente italiano Giulio Regeni”.


La speranza era che tale dialogo tra i due Capi di Stato potesse portare alla scarcerazione di Patrick, o che quantomeno velocizzasse il processo. Purtroppo, solo il giorno dopo, sono stati invece confermati i famosi 45 giorni ulteriori di carcere.


Agli inizi di novembre Ambasciatori di diversi paesi europei, compreso l’Ambasciatore italiano Giampaolo Cantini, hanno incontrato al Cairo esponenti di EIPR. Per adesso, però, l’incontro non ha portato a risultati concreti; al contrario, non ha protetto i vertici nell’organizzazione, che sono anzi stati interrogati anche su tale incontro.

La speranza è che sia l’Italia che l’Unione Europea prendano una chiara posizione di condanna nei confronti del Governo egiziano, e che questo possa risultare nella scarcerazione e nel ritorno in Italia di Patrick. Finché questo non avverrà è improbabile che la situazione si sblocchi.


Patrick, mi rivolgo direttamente a te: noi non ti abbandoneremo, e non ti dimenticheremo. Continueremo a premere affinché tu possa essere di nuovo tra noi, nelle strade rosse di Bologna. Non ti lasceremo solo.


Di Anna Crendendino