"ANCHE I RICCHI PIANGANO": UN ELOGIO DELLE TASSE SUI JEZZ BEZOS

“Non è il momento di prendere soldi ai cittadini, ma di darli”. Così il presidente del consiglio Mario Draghi ha allontanato subito la prospettiva di un aumento dell’imposta di successione, oggi la più bassa in Europa, che destini i fondi ottenuti in una dote per la metà meno abbiente delle nuove generazioni.


“La sinistra chic chiede più tasse”, intitola il giornale “Libero” nell’edizione del 15 giugno.


“L’idea di alzare le tasse è una follia”, afferma il leader di Italia Viva Matteo Renzi, noto frequentatore di leader sanguinari che gli danno un ingente stipendio su cui è costretto a pagare le tasse in Italia.


La visione che sta dietro a queste tre affermazioni, che non a caso unisce giornali di estrema destra, leader pro-establishment e sedicenti europeisti, è tragicamente la stessa, ed è espressione di quel populismo più bieco che Draghi e Renzi dicono a parole di voler combattere: il popolo italiano è un tutto organico, un’entità corporativa in cui ogni membro deve mantenere la propria posizione sociale perché così è costruita la società e così la società è destinata a restare. Un conservatorismo populista ammantato della parola “Europa”. Lo stesso che ha costruito le fondamenta del mondo in cui viviamo.


I liberali a livello storico sono stati tante cose: il principio del “laissez faire” (lasciando mano libera agli imprenditori si potrà contribuire al benessere generale, poiché è l’individuo, e non lo Stato, a scegliere in maniera ottimale l’allocazione delle risorse) ha formato generazioni di economisti, che però sono stati costretti dalla crisi del 1929 a ricalibrare le proprie posizioni. Il “New deal” voluto da Franklin Delano Roosevelt per far ripartire gli americani ha messo una crepa nelle convinzioni dell’ortodossia liberale, mostrando che una massiccia dose di investimenti pubblici può contribuire a far ripartire l’economia più e meglio dei privati, quantomeno in momenti di grande crisi della domanda aggregata. Nel dopoguerra si è lentamente scalfito l’altro principio sacro e intoccabile del liberalismo economico, di cui ci occupiamo in questo articolo: le tasse vanno tenute al minimo, perché se gli imprenditori hanno più risorse saranno in grado di investirle generando posti di lavoro. La sete di profitto che spinge ad accumulare ricchezza generando rendite finanziarie improduttive è furbescamente nascosta nell’enunciazione del dogma “meno tasse”, che ancora una volta è populista per definizione: ritiene infatti che il popolo sia uno e uno solo. Non bisogna considerare che esistono fasce diverse della popolazione da cui prendere in misura nettamente diversa per contribuire al benessere generale, perché “i cittadini italiani” vogliono meno tasse in toto. E pazienza se c’è chi vuole meno tasse perché non riesce a pagare le bollette e chi ne vuole meno semplicemente perché vuole consolidare le sue rendite miliardarie. Gli anni del dopoguerra hanno invece dimostrato che una forte tassazione progressiva, se i fondi ottenuti sono destinati all’istruzione, alla salute e in generale al potenziamento dei servizi pubblici, riduce le disuguaglianze in maniera molto più netta della libera spinta innovatrice dell’imprenditore. Purtroppo gli anni ’70 e ‘80 hanno fatto tornare in auge l’idea di ridurre le tasse, unita ad una concezione della nazione ispirata al futurismo, in virtù della quale lo Stato ha finito per svolgere un ruolo ancillare: bisogna accelerare, e per farlo servono meno regole, meno vincoli, meno lacci, più libertà. Questa visione ha portato il capitalismo dall’essere strumento di riduzione della povertà a divenirne la causa. Negli ultimi 30 anni la ricchezza si è concentrata sempre di più aumentando esponenzialmente, mentre gli stipendi e i salari delle fasce popolari sono entrati in una spirale stagnante sempre più preoccupante. La mobilità sociale ha subito una netta inversione: contrariamente al “sogno americano” (chiunque può riuscire ad ottenere il posto di lavoro che vuole dalla vita), è molto più facile scendere dalla classe sociale in cui si è nati che aspirare ad una classe superiore. Tutto questo vale per i comuni mortali, mentre per i figli dei ricchissimi la scala sociale è ancora una funzione esponenziale che tende all’infinito (i letterati e gli umanisti possano perdonarmi per questa metafora), portandoli ad aumentare sempre più il proprio tenore di vita.


La soluzione a tutto questo, nelle democrazie che conservano ancora un barlume di spirito sociale e popolare, è una, ed è sempre la stessa: aumentare le tasse ai ricchi per redistribuire la ricchezza. Questo metodo non è del tutto efficace, perché non risolve alla radice il problema di come formare la ricchezza in maniera che sia distribuita più equamente, ma è comunque un metodo fondamentale per attutire le disuguaglianze create dal mercato. Purtroppo i liberali di oggi, ammantati di un reazionarismo da Ancien Regime settecentesco, non vogliono nemmeno la “tassa sui morti”, ovvero un aumento dell’imposta di successione che cerchi di dare quantomeno l’illusione di poter garantire pari opportunità a tuttə.


Sinistra Italiana ha tentato di spingersi ancora oltre: ha proposto una forma di tassazione progressiva sulla ricchezza, denominata “Next generation tax” (proposta di legge di iniziativa popolare), il cui obiettivo è mettere ordine nella miriade di micro-imposte oggi esistenti (IMU, imposta di bollo sui conti corrente, imposta di bollo sui titoli finanziari) per ridurle ad un’unica tassa fortemente progressiva, valida per i patrimoni superiori a 500.000 euro. Non mancano le polemiche, tutte pretestuose: chi è preoccupato di avere una villetta graziosa ma pochi soldi in tasca deve essere rassicurato dal fatto che il valore dell’abitazione su cui si calcola l’importo da pagare è quello catastale, non quello di mercato (che è notoriamente molto più alto perché basato non su valori obiettivi di metratura, ma sulle bolle immobiliari continuamente alimentate dall’incrocio di domanda e offerta tra banche e mutuatari). Insomma, chi ha davvero tanto pagherà qualcosina in più rispetto a prima, ma la stragrande maggioranza della popolazione pagherà di meno (se non ci credete, inserite i vostri dati nell’algoritmo presente sul sito della proposta di legge a questo link https://ngtax.it/) . Apriti cielo: i giornaloni “de sinistra” non hanno nemmeno tenuto conto di questa proposta, i giornali di destra hanno accusato la sinistra di essere chic (per cosa esattamente? Mistero), l’establishment si è concentrato sul G7 e sulle parole di Draghi, ignorando completamente una proposta di legge di iniziativa popolare come quella appena descritta.


“Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”, scriveva Marx, il più grande sostenitore dell’idea di eguaglianza sostanziale, che implica anche una disuguaglianza nelle scelte concrete (applicare tasse di entità diversa a persone diverse). “Non è il momento di prendere soldi ai cittadini, ma di darli”, scrive Draghi, dimostrando che della diversificazione e della complessità della società non vuole proprio parlare.


E qualcunə dice che i populisti che semplificano sono le persone di sinistra…



di Daniele Ballerini