APPUNTI SU SEPULVEDA: NATURA E PERSONE

Un viaggio tra la Natura e le persone che tale Natura vivono; così si potrebbe riassumere Patagonia Express di Luis Sepúlveda. Certo, rinchiudere un gigante della letteratura in schemi così chiaramente delimitati può avere grossi limiti, soprattutto se a scrivere non è un critico letterario, ma un lettore entusiasta. Tuttavia anche un'idea del tutto personale può trovare conferma tra le pagine dell’autore stesso senza passare per la critica dei professionisti delle lettere.

Sepúlveda ci propone un viaggio tra il Cile e l’Argentina nelle terre degli ultimi, dei braccianti dimenticati dai governi e dove — di ritorno dopo gli anni dell’esilio e della dittatura di Pinochet — lo scrittore ritrova amici, vecchie conoscenze e una civiltà ancora profondamente legata alla propria terra e lontana dai ritmi dell’Occidente totalmente industrializzato. Le storie che Sepúlveda racconta in questo suo viaggio tra gli ultimi sono storie di resistenza — politica e umana — e di una vita che sembra essere totalmente altra da quella con cui siamo abituati a confrontarci ogni giorno.

Nella Patagonia da pochi anni liberata dal regime fascista cileno sono diversi gli esempi di abitanti locali che si sono opposti ai militari negli anni della dittatura. Tra i primi che incontriamo nell’itinerario dello scrittore cileno ci sono Baldo Araya e Jorge Díaz. Il primo, professore di storia, si rifiutò di cantare la strofa aggiunta dai militari all’inno cileno e per questo fu picchiato e incarcerato; il secondo, direttore e speaker dell’emittente Radio Ventisquero, aiutò gli oppositori del regime arrivati al confino in Patagonia a comunicare con le proprie famiglie e permise loro di tenere un programma di analisi politica nella sua radio.

Il viaggio tra i luoghi e i popoli della Patagonia prosegue sempre con una tensione che rende le persone parte integrante del paesaggio e della terra in cui vivono; le vite dei braccianti e degli albergatori, dei piloti di aerei e dei navigatori, sembrano inseparabili dalla terra e dal mare, dalle strade che durante il duro inverno della Patagonia diventano impercorribili e dalle ferrovie che percorrono infiniti deserti per raggiungere villaggi composti da una stazione e due case. La continuità tra la vita delle popolazioni e quella della terra cui appartengono pervade i territori attraverso cui passa Sepúlveda fino a conferire alla Natura una carica vitale propria, come se vivesse una sua vita indipendente anch’essa destinata inevitabilmente alla morte, come accade alle rose del deserto di Atacama.

“Ma sotto il suolo arido, vive, incredibilmente, una delle più belle forme di vita. È la radice di un lichene antico quanto il deserto, che, sepolto una decina di centimetri sotto il terreno calcinato dai raggi solari, aspetta pazientemente il giorno dell’unica pioggia, sempre alla fine del mese di marzo, che scende per qualche minuto su quella terra maledetta. Quell’acquazzone minimo cade, bagna la terra che assetata assorbe l’acqua, e quasi subito le nubi svaniscono. Ma questo basta perché in poche ore tutto il deserto si trasformi in un giardino infinito di fiori intensamente rossi. Le rose di Atacama riescono a vivere solo un paio d’ore, poi il sole le brucia e il vento spazza via i petali arsi”.


di Fabio Carnevali