ARRIVA LETTA: IL PD È SERENO?

Dopo il commissariamento del governo, con l’avvicendamento tra Conte e Draghi, e quello di un Movimento 5 stelle allo sfascio rifugiatosi in Conte, arriva anche il "commissariamento" del Partito democratico con Enrico Letta alla segreteria. Il più grande partito del centro-sinistra italiano è costretto dalle sue beghe interne a rifugiarsi in un deus ex machina, che torna alla vita politica dopo 7 anni da professore alla “Sciences Po” di Parigi, e dopo aver allevato l’aspirante classe dirigente dei prossimi anni alla sua “Scuola di politiche”. Letta è una personalità autorevole, che arriva alla guida di un partito dilaniato al suo interno per calmare le acque, in attesa dell’ennesimo congresso (nel 2023) che dovrà stabilire una volta per tutte che cos’è il PD. Nipote dell’oscuro braccio destro berlusconiano Gianni Letta, Enrico mosse i primi passi nella Democrazia Cristiana, per poi diventare figura di spicco del partito “La Margherita”, uno dei partiti della coalizione “L’Ulivo” con cui Romano Prodi vinse le elezioni 2006. Dopo aver ricoperto 4 incarichi di governo tra il 1999 e il 2008, divenne vicesegretario del PD sotto la segreteria di Bersani, col quale ha stretto negli anni un profondo rapporto di amicizia. Gli anni della segreteria Bersani-Letta, nati sotto l’auspicio di portare il PD a combattere aspramente Berlusconi alle urne, furono in realtà un gioco al massacro per i democratici, dissanguati dal sostegno al governo Monti, e poi spinti dal presidente della Repubblica Napolitano a un governo di larghe intese proprio con Berlusconi, guidato da Enrico Letta in persona. Premier attento alle questioni umanitarie e profondo sostenitore dell’operazione “Mare nostrum” con cui l’UE per la prima e ultima volta preferì il salvataggio delle vite dei migranti alla difesa dei confini, Letta fu spodestato e sostituito alla guida del Paese da Matteo Renzi, che col celebre “Enrico stai sereno” cominciò già nel 2014 a mostrare la propria spregiudicatezza. Per Letta il colpo fu duro da reggere, al punto da farlo uscire dalla politica attiva per 7 anni, fino all’accorato e unanime richiamo dei principali esponenti PD che lo ha fatto ritornare.


Le sfide per Letta non sono facili, e non è nemmeno chiaro capire con quali lenti leggerà la realtà economico-sociale che stiamo vivendo. Convinto europeista, Letta non ha mai messo radicalmente in discussione la costruzione economica dell’UE, appoggiando di volta in volta le misure prese negli anni della crisi, anche a costo di grossi tagli alla spesa sociale. Politicamente “liberal”, non sembra essere la persona giusta per portare il PD saldamente a sinistra: non è un caso che sia ben visto da tutte le correnti, dai socialdemocratici di Orlando e Zingaretti agli ex (?) renziani di Base Riformista, passando per i Giovani Turchi di Matteo Orfini. Questo appoggio unanime dimostra che Letta serve più a non far deflagrare una situazione incandescente che a imprimere una svolta netta al partito. L’intesa alle comunali coi 5 stelle e la sinistra Bersani e Fratoianni non sembra essere compromessa dall’arrivo di Letta alla segreteria del PD, ma per costruire un’alleanza veramente organica serve identità di vedute sulla più grande questione con cui è chiamata a confrontarsi la sinistra in tutta Europa: quella del rapporto tra Stato e mercato. In un’epoca storica che vede le disuguaglianze esacerbarsi sempre di più, è necessario ampliare il ruolo dello Stato nell’economia come erogatore di servizi fondamentali (la salute in primis) e come soggetto redistributore della ricchezza per mano della leva fiscale. Come la pensa Letta su questi temi? È ancora il ministro delle liberalizzazioni sotto i governi D’Alema e Amato? Come intende schierarsi Letta sul rapporto con l’appena nato governo Draghi? Obbedienza incondizionata a “colui che salvò l’euro” o sostegno critico al governo, per non retrocedere sulla tutela di diritti fondamentali che rischiano di essere violati dalla presenza della Lega nella compagine governativa?

Chi scrive è sicuro che Letta proporrà una gestione della questione migratoria finalmente umana. Ma per farlo è necessario prendere scelte scomode: bisogna ripudiare la linea Minniti, che ha esternalizzato i confini stringendo accordi con la Libia che di fatto hanno provocato il trattenimento dei migranti in veri e propri campi di concentramento; bisogna immediatamente dare diritti a ragazzi e ragazze nati e cresciuti in Italia, ma che non hanno la cittadinanza solo perché i genitori vengono da altri paesi; bisogna smetterla di criminalizzare le Ong, unica risorsa attualmente a nostra disposizione per salvare le vite umane che rischiano di scomparire per sempre nel fondale del Mar Mediterraneo (sulle inchieste in corso riguardo eventuali rapporti tra Ong e trafficanti è giusto lasciare lavorare la magistratura, ma è anche lecito esprimere più di un dubbio: dal 2017 ad oggi, non ci sono prove sulle presunte illegalità commesse dalle Ong, e l’unico risultato ottenuto dalle inchieste aperte è stato quello di gettare discredito su chi svolge un ruolo fondamentale di testimonianza e tutela della vita).

Non sarà sufficiente per Letta dichiararsi ambientalista, europeista e atlantista, parole talmente ovvie nel mondo di oggi da non definire in alcun modo l’identità di un partito. Letta dovrà mostrare di voler anteporre i diritti sociali degli ultimi alle rendite economiche di pochi, portando il PD a fare autocritica, per archiviare definitivamente la stagione del renzismo che lo ha fatto diventare un partito liberale di centro. Col materiale umano a disposizione nel partito, la sensazione è che sia difficile imprimere una svolta netta. Si potrebbe partire da due mosse basiche: candidarsi con un’aspirante segretaria al suo fianco, creando una segreteria duale, il che sarebbe un unicum in Italia e il segnale che il PD vuole davvero la parità di genere; e avviare una grande riflessione collettiva su come puntare a risollevare la condizione delle periferie, abbattendo l’enorme divario sociale acuitosi in questi ultimi 15 anni. La sensazione, purtroppo, è che siano posizioni troppo radicali, che Letta non prenderà. Perché il comandante di una nave si può cambiare all’infinito, ma se la nave non si azzarda mai a prendere il mare aperto continuerà a incagliarsi negli scogli che la bloccano da fin troppi anni.


di Daniele Ballerini