BREAKING FEMINIST. STORIA DI UN ABUSO.

Avviso ai lettori. Questo racconto sarà crudo, viscerale e allo stesso tempo intimo. Verrà usato un linguaggio che non si confà per niente ad un giornale come si deve. Ma questo non è e non vuole essere un semplice articolo di giornale.


Per quanto possa sembrare inusuale, per iniziare questo racconto vorrei aprire una riflessione su come gli abusi sessuali siano simili alla mafia. Parlando con i miei amici “terroni”, emerge sempre quanto la narrazione che ne viene fatta sia un totale stravolgimento della realtà. Mi raccontano di come fiction e media abbiano creato nell’immaginario comune un’idea di criminalità organizzata completamente mendace e perlopiù legata ai cliché del criminaletto di provincia, a metà strada tra il chiodo e doppio taglio e “pizza, mafia e mandolino”. Il mafioso gira per strada con abiti comuni, frequenta i luoghi di aggregazione come tutti, vive il sociale più o meno normalmente. La mafia, insomma, è metaforicamente parlando la signora della porta accanto, che però tiene i soldi della droga nascosti in cucina. Che poi i vicini lo sappiano e non dicano niente, è tutto un’altra storia. Quel che mi interessa sottolineare in questa sede, però, è come la realtà, masticata e sputata dalla setta dei giornalisti istituzionali, cambi di volto e fino a risultare lontana e distante anche alle persone che ci vivono dentro. Con lo stupro avviene più o meno la stessa cosa.


Ora provate a chiudere gli occhi. Immaginate una molestia sessuale. Dove siete? Chi è il vostro abusatore? Molti di voi avranno pensato ad una strada, di notte, e ad uno sconosciuto che da dietro l’angolo vi assale. Per molto tempo ho pensato anche io allo stupro in questa maniera. L’ansia che qualcosa del genere potesse accadere nel tragitto tra casa mia e quella di qualche amico mi spingeva (e mi spinge ancora) a camminare con le chiavi in mano, o a portare in borsa uno spray al peperoncino che non saprei usare. Poi ho visto entrare il mio carnefice dalla porta di casa mia, come un lupo vestito da agnello.


Due birre, una canna e qualche sigaretta a condire le chiacchiere. Cose assolutamente innocue e comuni tra i ragazzi, ma che nell’aula di un tribunale verrebbero decostruite fino a farle sembrare pura trasgressione. Una situazione apparentemente tranquilla, è tutto normale e sono sul divano di casa mia. Mi sento al sicuro.


Poi lui si avvicina, le gambe si strusciano un po’. Sono un po’ tesa, ma alla fine parlare con un amico che non vedo da tanto tempo mi fa stare bene, quindi non sento la necessità di allontanarmi. Alla fine lui considera la conversazione finita, suppongo, è venuto da me per una ragione e quindi è giunto il momento di riscuotere ciò che di diritto gli spetta, per avermi offerto la birra e le sigarette. Mi bacia. Non mi tiro indietro, ma non mi piace. Non mi piace affatto.


Ora non sono più a mio agio, lui mi si sdraia addosso e lo sento pesante. Mi sento succube. Io di mio ho un grosso problema, confondo le avances sessuali per gesti d’affetto, quindi inizialmente lo lascio fare. Poi però mi sento un peso addosso, la testa è annebbiata e non riesco a fermarlo. Ok, se prima ero confusa ora lo so per certo, non voglio farlo. Decisamente no. Glielo dico, ma lui non si ferma. Quella scopata gli spetta, la sua testardaggine riesce a convincere anche me che sia un suo diritto. Però non voglio, le provo tutte per dissuaderlo. Mi fa male la pancia, non me la sento, mentalmente non ci sto, ho l’ansia. Non si lascia convincere. Poi penso che cosa succederebbe se arrivasse qualcuno a casa in quel momento, propongo di spostarci in camera. Pessima idea. Mentre lo scrivo mi rendo conto di quanto sia stata idiota a pensarlo.


Lì non c’è davvero più niente a salvarmi. Provo a prendere tempo. Ma non sono lucida e non riesco a parlare chiaramente, il mio corpo è inerme. Alla fine lui fa quello vuole senza starsi troppo a preoccupare se a me stia bene o no. Eppure gli ho fatto capire che non volevo. Ma a lui non interessa: “Mi lasci così? A palle piene?”. Entra e fa male, mi pesa addosso.


Provo a lasciarmi andare, tanto ormai ci siamo, non posso più fare niente. Se oppongo resistenza è peggio. Continua a farmi male, sento un coltello nelle ovaie. Lui mi disgusta. Ha la faccia distorta. Non è più bello come quando è entrato dalla porta, ora sembra un cinghiale, tutto rosso e sudato. Finalmente si toglie da sopra di me e posso riprendere fiato. Ok, l’ho scampata, posso rivestirmi. “Ti rivesti? Ma io non sono venuto”. Me ne frego.


Scappo e torno in salotto. Lui non mi risparmia neanche di qualche commento pungente su quanto sembrassi uno zombie. E grazie al ... !

Mi lascia due sigarette e tutto stizzito, perché lo sto cacciando via, se ne va.


Beh ora sono sola con la mia serie tv preferita, sono al sicuro. E invece no, sento un forte senso di schifo addosso, mi sento sporca e le paranoie mi assalgono. Provo a stare tranquilla, non è successo niente. Eppure mi sento in colpa, ho sbagliato qualcosa, non volevo eppure è successo. Dove ho sbagliato? Ne parlo con un’amica. Lei non capisce, forse non può ed è normale che non possa. Mi chiede perché non riesco a far capire ai ragazzi che ho cambiato idea. Ok, decisamente non ha capito. Provo a rileggere i fatti in chiave diversa, lo rivedo come un film nella mia testa ancora e ancora. Lo sto rifacendo anche ora mentre scrivo. Ho una domanda che mi frulla in testa: sono stata abusata? Beh, cari lettori, non ci crederete, ma solo dopo averlo messo nero su bianco mi rendo conto che la risposta è sì. E non è tutto.


Mi rendo conto di quanto sia difficile raccontarlo, anche per me femminista convinta, di come alla fine il senso di vergogna prevalga e di come l’uragano che potrebbe derivarne sia anche peggio del fatto in sé. Penso alla denuncia, ma suo padre è un professionista affermato e rispettabile, lui ha le spalle parate, io no. Economicamente non mi posso permettere un processo, è già tanto se andrò da un ginecologo per farmi controllare. Le liste d’attesa sono lunghissime e il privato costa molto. Penso a mia madre e a come giudicherebbe i miei comportamenti immorali. Penso alle forze dell’ordine, ma dirlo a loro è davvero l’ultima cosa che mi passa per la testa. E ora, dopo tanti anni passati ad immaginare lo stupro, a temerlo e a starne alla larga, passati a fare esercizi di empatia per capire cosa si possa provare, devo dire che purtroppo lo so. Sento l’anima lacerata e sento che nessuno possa realmente capire. Mi rendo conto di come buona parte del genere maschile sia ineducata all’intelligenza emotiva. Non voglio fare la risentita verso gli uomini, né diventare ostile. Ma dopo una ferita del genere è davvero difficile tornare a fidarsi dell’altro. Anche un bacio, ora, mi sembra pericoloso.


Ma ho deciso che non mi do per vinta. Le parole saranno il mio tribunale immaginario, la mia difesa, la mia accusa e la mia catarsi. Non smetto di sperare che chiunque leggendo queste parole decida di diventare femminista.




- Anonimo