BUONA ETERNITÀ, CAMILLERI

“La prima cosa che fici quanno arrivò a Marinella fu, come u’ solito, di taliare nel frigorifiro. L’attrovò vacanti. Allura s’appricipitò verso il forno. Non ebbi bisogno di raprirlo. Il meraviglioso ciauro della pasta ‘ncasciata di Adelina gli arrivò ‘mmidiato alle nasce”. L’appetito del commissario Montalbano è quello del suo autore, Andrea Camilleri (che ci ha lasciati esattamente un anno fa). Un appetito per la bellezza, un gusto innato per le più svariate forme di espressione artistica e letteraria, da parte di un autore polivalente che negli anni è diventato sempre più intellettuale a tutto tondo. Uno scrittore che non ha mai abdicato al suo ruolo di guida morale: nel libro “L’altro capo del filo”, ad esempio, il commissario Montalbano è alle prese con la gestione degli sbarchi dei migranti, e si confronta con questo dramma umano con tutta la dignità che il popolo siciliano, allocato geograficamente in un crocevia di mari e culture, ha sempre dimostrato nel tendere la mano ai più deboli. Camilleri non ha mai avuto paura di prendere posizione in pubblico politicamente: ha per esempio attaccato Matteo Salvini sulla sua disumanità, scendendo dalla torre d’avorio per svolgere la sua funzione di contromisura riflessiva alla semplificazione populista di questa destra.

In età inoltrata ha anche perso la vista, senza però perdere mai la voglia di vivere. E di scrivere. Una delle sue opere teatrali più belle (e una delle ultime) è la conversazione su Tiresia: un monologo nel quale Camilleri si paragona al cieco indovino dell’Odissea (punito da Giunone perché rivelava i segreti degli dei) in una riflessione a tutto campo sulla vita e sulla morte, sulla bellezza sconvolgente insita nell’idea di quella eternità che, a novant’anni, comincia a dispiegarsi davanti al più grande scrittore italiano contemporaneo.

La raccolta di gialli che l’ha reso famoso al mondo, aventi per protagonista il commissario Montalbano, costituisce solo una parte dell’ampia narrativa di Camilleri. Uno dei suoi primi romanzi, “Un filo di fumo”, è ambientato nella cittadina siciliana di Vigata, che poi diverrà il teatro delle indagini del commissario dal 1994 in poi.

Camilleri è stato anche uno straordinario regista: all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica ha avuto come allievo, tra gli altri, Luca Zingaretti, dal 1999 commissario Montalbano per la serie Rai. Una serie che ha fatto diventare ancora di più la storia di Montalbano una storia nazionale, che ha fatto immedesimare milioni di italiani nel carattere del commissario: sanguigno come i toscani, pratico come gli emiliani, accogliente come i siciliani, e ironico come i campani.

Ma in realtà non c’era bisogno, per apprezzare Camilleri a livello nazionale, di una fiction in cui si parlasse italiano e non siciliano. Perché il dialetto usato da Camilleri nei suoi gialli è una neo-lingua siculo-italiana, non orwelliana quanto piuttosto umana, profondamente umana: flessibile, empatica, innovativa.

“Si tratta di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. (…) Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane”. Il pane più morbido e nutriente che si possa immaginare. Buona eternità, maestro Camilleri.


Di Daniele Ballerini