CANTARE LA RIVOLUZIONE: RAMY ESSAM

“In the revolution I was born again. The struggle became the purpose of my life”


Primo febbraio 2011,


“Irhal! Irhal” urlava e gridava piazza Tahir. Sono passati quasi dieci anni, ma l’eco di quelle parole risuona ancora nei cuori di tanti egiziani, accompagnati dalle note di Ramy Essam che non ha mai smesso di cantarle. Irhal, Irhal, vattene (1)! Nel 2011 lo gridava a Mubarak, poi a Morsi ed ora ad al-Sisi. Ramy canta la rivoluzione, canta contro l'ingiustizia sociale, contro l’autarchia e canta in tutto il mondo: ad oggi la sua voce è una delle più impegnate nella lotta per i diritti umani. Canta ovunque tranne che in Egitto, dove è censurato dal 2014 e chi lo ascolta rischia il carcere.


Ramy aveva vent’anni quando è sceso in piazza con la sua chitarra e non aveva mai cantato di fronte a così tanta gente. Piazza Tahir “è stato qualcosa di incredibile! Vedere i sorrisi e la speranza negli occhi delle persone…” (2) Ricorda Ramy in un’intervista rilasciata a Steven Forti lo scorso 23 Novembre. Ed è proprio per rivedere quella speranza brillare negli occhi dei suoi compatrioti che Ramy continua a cantare nonostante le violenze, il carcere, le torture e, infine, l’esilio. Ramy viene arrestato una prima volta nel 2011, due settimane dopo piazza Tahir. Resosi conto che la fine di Mubarak non aveva portato la fine della dittatura, scende di nuovo in piazza ma la repressione è violentissima e i manifestanti sono in pochi: “Mi hanno arrestato e torturato per otto ore. Insulti, minacce, mi saltavano sulla testa, bastonate, frustate, scosse elettriche ai genitali… è stato molto duro. Ma ho capito anche molte cose. Sono felice e fortunato per essere riuscito a resistere psicologicamente. Altri non ce l’hanno fatta. Sono rimasto dieci giorni a letto senza potermi muovere. Poi sono ritornato di nuovo a piazza Tahrir”.


Dopo tre anni di persecuzioni, nell’agosto del 2014 Ramy riesce a lasciare l’Egitto. A salvarlo è Ole Reitov, fondatore di Freemuse, un’associazione che dal 1999 difende la libertà artistica a livello globale. Ole lo inserisce nel Progetto ICORN (International Cities Of Refuge Network) che promette di trovargli una sistemazione nella città di Malmö a partire dall’autunno. Ma l’autunno potrebbe già essere troppo tardi per Ramy che viene quindi accolto dall’organizzazione finlandese Artist at Risk per qualche mese.


In questi anni lontano dall’Egitto Ramy ha potuto ampliare la sua rete di conoscenze e iniziare importanti collaborazioni con artisti di tutto il mondo. Tra essi ricordiamo PJ Harvey con cui ha composto le note commoventi di The Camp, inaugurando una raccolta fondi per i rifugiati della valle della Beqāʿ, in Libano. Il videoclip è un vero e proprio capolavoro: alle registrazioni fatte in studio si sovrappongono ed alternano le crude fotografie di Giles Duley, cercatelo.


Ma la collaborazione più stretta e profonda è sicuramente quella con il poeta egiziano Galal El-Behairy, in carcere da quasi tre anni. La rivoluzione li ha fatti incontrare e la rivoluzione ancora li unisce: El-Behairy è autore di molti testi di Ramy, come Segn Bel Alwan (Prigione a colori, mia traduzione), che denuncia le condizioni delle donne in carcere, e Balaha che è una delle ragioni per cui è stato condannato. Nonostante il carcere, egli continua a scrivere e Ramy continua a cantare le sue poesie, lo dimostra il recentissimo e profondo singolo El Amis El Karoo (la camicia di flanella), che dà il nome al disco previsto in uscita quest’anno.


Il talento e l'impegno sociale di Ramy sono stati ripetutamente riconosciuti a livello internazionale: basti dire che Irhal è la terza nella classifica Song That Changed History, pubblicata da Time Out Magazine. Anche il club Tecno italiano ha insignito Ramy del Premio Grup Yorum, destinato ai cantanti che lottano per la libertà e contro le dittature. Il premio è dedicato alla band turca Grup Yorum, tre dei cui membri sono morti questa primavera dopo lunghissimi scioperi della fame, la loro ultima arma per protestare contro la censura e la repressione del regime di Erdogan (di loro abbiamo parlato anche in questo articolo).


Voglio concludere questo breve articolo con le parole che Ramy stesso rivolge agli italiani nell’intervista che citavo prima, di cui vi lascio qui il link:


Cosa possiamo fare noi da qui?” chiede Steven Forti, e Ramy:


“Parlare di quel che succede in Egitto. Non hai idea di quanto possa essere importante per chi è in carcere sapere che stanno parlando di lui. Se sono artisti, ascoltate e condividete la loro musica. Se sono poeti, leggete le loro poesie. Fate che la loro voce e i loro versi rimangano vivi. Se il vostro governo vende armi a una dittatura, come nel caso dell’Egitto o della Turchia, manifestate nelle piazze. Dieci anni fa tutti parlavano della nostra rivoluzione, ma in realtà non ne avevamo bisogno. Da quando ci stanno arrestando, picchiando e ammazzando, nessuno parla di noi. Non interessa a nessuno perché non siamo più trending topic. Parlate dell’Egitto, fateci sentire che non siamo soli!”



di Simona Bianchi



Note:

(1) Mia traduzione

(2) Tutte le citazioni sono tratte dalla medesima intervista


Bibliografia, sitografia e siti utili:

(Intervista)

(Irhal)

(Balahal)

(The Camp)

(Segn Bel Alwan)

  • https://www.youtube.com/watch?v=tfEdO2Ga9cE

(El Amis El Karoo)

(Gruppo Yorum)