Cedere, non cadere

Essere scrittori vuol dire usare ottimamente le parole, essere autori implica il disporle in vista di un Fine. Gianrico Carofiglio non è solo un eccezionale scrittore: è proprio un formidabile autore. Lo dimostra il suo ultimo libro, “Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose”, un manifesto del confronto civile e del dibattito democratico.


Avviso ai naviganti: non aspettatevi il solito saggio di tipo tecnico adatto a pochi, né le banalità motivazionali adatte a molti. Carofiglio è unico nel miscelare chiarezza espositiva e profondità dei contenuti, semplicità dei vocaboli e complessità dei significati, capacità di dare un senso unitario a ciò che scrive e presentazione di una pluralità di punti di vista. Il breviario si apre con una ridefinizione dell’idea comune di gentilezza, che non sta più a significare garbo e buone maniere bensì cedevolezza.


Una cedevolezza costruttiva, che non fa reagire alla violenza verbale dell’avversario con altrettanta violenza, ma porta a fare un passo indietro, assorbire la forza dell’aggressione altrui (così attutendola), comprendendone i motivi profondi, e solo dopo provare a limitarla. Il metodo filosofico adottato è quello delle arti marziali giapponesi, delle quali Carofiglio è cultore: non si deve combattere per uccidere l’avversario, ma bisogna cedere alla sua violenza, usando la sua forza per neutralizzare l’aggressione, riducendo così la violenza complessiva del conflitto. Occorre essere come un ramo che si piega ma non si spezza, proprio perché è flessibile e non rigido. L’altro concetto chiave del libro è quello di coraggio: anche qui, declinato in una accezione rivoluzionaria. Il coraggio non è infatti il contrario della paura: è l’azione più nobile che si possa fare dopo aver conosciuto a fondo la paura e provato non a rimuoverla ma ad elaborarla. È uno slancio consapevole, non un volo temerario.


Lo scopo di Carofiglio è quello di fornire al lettore strumenti per riuscire a dibattere costruttivamente con chi la pensa in maniera diversa, senza inquinare la conversazione con astute manipolazioni dovute a un’incompetenza di fondo e ad una malizia di base, ma accettando la capacità di sbagliare, assumere su di sé la responsabilità dei propri errori, concependoli non come ostacolo all’azione ma come strumento per cambiare in meglio il mondo. Lo scrittore ed ex magistrato pugliese esorta così a diffidare di chi ha la verità in tasca, e ad aprire la mente aprendola anche all’interlocutore, perché solo la comprensione dei motivi profondi del proprio agire può portare ad un dialogo consapevole con l’Altro.


Non manca la citazione di riferimenti politici di cui diffidare (come Trump e Salvini), che non sanno sorridere al mondo perché non sanno ridere di sé stessi: l’autoironia e l’umorismo sono visti come strumenti fondamentali per una politica aperta e per evitare un linguaggio d’odio e di violenza (d’altra parte, cos’è l’odio se non l’incapacità di ridere delle proprie mancanze, proiettandole sugli altri?). Carofiglio non è un poeta: è uno scrittore razionale capace di cantare con la ragione. La linearità delle riflessioni colpisce dritta al cuore del lettore, portando sorprendentemente ad una apertura d’animo strana perché non impulsiva, ma consapevole. “Compito della letteratura è dire la verità con lo strumento della finzione”. Dunque, leggete i romanzi che consiglia Carofiglio, perché “Nel mondo delle storie, verità non significa necessariamente realismo o (…) fatti davvero accaduti. Significa piuttosto concepire testi veritieri sulla condizione umana”. Ma soprattutto, leggete lui.