CORPI DELIRANTI, CORPI DANZANTI

Il tarantato ha un corpo delirante, corpo impossessato che incarna un passato pesante come la terra stessa, una zavorra sulle spalle di una società che nel delirio trova la sua cura. Corpo performante la propria esistenza angosciante.


Ernesto de Martino, antropologo e storico delle religioni, contribuì allo studio etnografico delle società contadine del Sud della penisola italiana. Grazie alla sua raccolta di materiali audio-visivi ancora oggi abbiamo una testimonianza di ciò che fino a qualche decennio fa rappresentava uno dei fenomeni rituali più affascinanti del mondo meridionale: il Tarantismo salentino.

Nell’Italia del boom economico, il Sud si fa sempre più distante da quel Nord che vanta industrie e si veste di “progresso”.

Nel 1945 viene pubblicato un libro illuminante dal quale emerge questo mondo contadino relegato al di fuori della storia: “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, che vuole raccontarci un’altra civiltà, quella del Mezzogiorno, quella dei contadini, come a dirci che qui la civiltà e il progresso non sono mai arrivati.

La stessa dove de Martino ci porta ne “La terra del rimorso”: il Meridione, le campagne del Regno di Napoli, quel territorio lasciato fuori dal mondo, fuori dalla storia.


«Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentischi e sulla creta. Avara è l’acqua a scendere anche dal cielo, gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti. I colori sono bianchi, neri, ruggine. È terra di veleni animali e vegetali: qui esce nella calura il ragno della follia e dell’assenza, si insinua nel sangue di corpi delicati che conoscono solo il lavoro arido della terra, distruttore della minima pace del giorno».


Queste invece le parole per le quali il poeta Salvatore Quasimodo presta la sua voce nel 1961 al regista Gianfranco Mingozzi e che aprono uno dei documentari più affascinanti realizzati sul Tarantismo.

Ma cos’è il Tarantismo? Tanto ci sarebbe da dire. Il rito secolare vede al centro del suo esistere il morso di un ragno mitico, la “taranta”, che mordendo le sue prede le rende vittime di una crisi dalla quale si può uscire ricorrendo alla terapia della musica, della danza e dei colori. La crisi, dal primo morso in poi, diviene lo sfondo continuo dell’essere. Questo fenomeno riveste il ruolo di una crisi nevrotica che viene modellata culturalmente. Una disfunzione culturalmente indotta e insieme culturalmente risolta, o meglio gestita: una volta “morsi” si resta affetti per anni, con questo ri-morso che continuamente torna alla fine del mese di giugno. Dal primo morso, ogni anno, il tarantato tornerà a Galatina, nella cappella di San Paolo, unendosi alla massa delirante che affolla le mura della casa del santo, tra chi tira sassi e pugni alla sua statua, chi urla e chi prova a bere l’acqua del pozzo considerata santa e miracolosa.


Il corpo è portatore di memorie, un corpo-oggetto che conserva in sé i conflitti irrisolti, le frustrazioni, le fatiche quotidiane. Il corpo che delira durante la danza si lascia guidare dalla musica del violino e dallo sbattere violento del tamburello che scandisce i passi pesanti del tarantato il quale prima si identifica con il ragno e poi lo combatte. Le immagini e le testimonianze dirette ci riferiscono di questi danzatori “tarantati” che indugiano presso i suonatori come fascinati da questo o quello strumento, che si avvicinano con l’orecchio come ad assorbirne tutto il ritmo. A volte invece è il suonatore ad avvicinarsi, seguendo il corpo del danzatore quasi ne volesse suonare le vene. Il corpo dei tarantati viene trasportato dalla musica, si muove con essa; essi vivono la propria crisi individualmente, nelle loro case, seguiti da famigliari e da musicisti.

Dopo aver ricevuto la grazia dal santo si recavano a Galatina per ringraziarlo e donare le offerte raccolte durante il ballo. Ma con la quasi totale scomparsa del rito domestico si cominciò sempre di più ad assistere a crisi collettive all’interno della cappella, collettive solo per il fatto che i tarantati si riunivano negli stessi giorni facendo insorgere contemporaneamente le loro crisi, che continuavano ad essere individuali e caotiche, poiché qui non trovavano la musica, i colori del rito e l’ambiente raccolto della casa. Tante individualità deliranti che emergevano dagli inferi per urlare la loro disgraziata esistenza, tanti corpi impazziti invocanti la grazia attraverso gesti insensati e plateali: c’era chi saliva sull’altare della cappella, chi si trascinava sulle braccia, chi usciva tra la folla picchiando i muri o strusciandosi al suolo.

L’arrivo del cattolicesimo disarticolò e immiserì il carattere culturale del tarantismo, nei cui rituali vi è la possibilità di far emergere ciò che di irrisolto abita gli individui, il loro dolore e la loro angoscia. Il rimorso inteso come un conflitto imprigionato e smarrito nella memoria che riaffiora periodicamente. Forse non tanto il ricordo di un cattivo passato quanto il doverlo subire come mascherato in nevrosi, un conflitto che rimane senza scelta. Delusioni amorose, sessualità repressa, traumi personali che stagnano, tornano, condannano a doverli rivivere per sempre.

Sul corpo di chi venne seguito dall’equipe di de Martino non vi erano segni di morsi reali di un ragno: erano carni stanche morse dalle angosce e dalle perdite, morsi immaginari indicati con convinzione come collocati sulle gambe, tra le cosce e che ogni anno alla fine di giugno si facevano vivi. La danza che sprigionava la carica erotica, aggressiva, che contribuiva ad alleviare i dolori di una vita passata tra i campi sotto il sole cocente o tra le mura di una casa asfissiante venne però meno e così queste cure smisero di essere un sollievo.


Una cultura crea e risolve o gestisce i propri drammi.


Se gli spiriti del Vodu dovessero smettere di impossessarsi dei corpi degli iniziati o i Songhai non facessero entrare nelle loro carni gli spiriti Hauka dei bianchi, non esisterebbe più una risposta culturalmente predisposta alla risoluzione dei drammi interiori.

De Martino ci porta a conoscere queste “larve inquiete emerse dal regno dei morti”, laddove il regno dei morti è il passato che si inscrive per sempre in corpi schiavi e deliranti che porteranno sulla loro pelle il morso inesistente di un’esistenza angosciante, che morde e fugge, figlia di un mondo senza storia che s’accascia quasi in silenzio nell’attesa di una fine che sia silenziosa e ingloriosa.

Dopo tutto, non siamo tutti stati morsi, almeno una volta, costretti a danzare per liberarci dai nostri dolori?


“Quale profitto avrò dunque io a vivere? Che attendo a precipitarmi da questa aspra roccia e schiacciarmi al suolo per esser liberata da tutti i miei mali?”



di Leonardo Scogna