CORSA AL QUIRINALE: IL QUESITO DEL PARLAMENTO INDECISO

A tenerci caldi questo gennaio c’è l’arena politica che da settimane ormai è stata invasa da capi di partito e politici, politologi, giornalisti e opinionisti vari tutti presi a scontrarsi e dibattere su chi sarà il nostro prossimo capo di Stato.


Per i segretari di partito, essere in grado di eleggere un proprio alleato al Quirinale rappresenta un vantaggio essenziale per garantire la legittimità di governi futuri, sempre che vincano loro le elezioni.


Per la prima volta in decenni il centrodestra sembra essere abbastanza unito da presentare un nome forte e il candidato da loro proposto non poteva non essere il Cavaliere in tutta la sua fierezza. Se escludiamo la sua lunga lista di procedimenti giudiziari, Berlusconi, in teoria, non sarebbe affatto male come presidente, avendo un curriculum impeccabile, non tutti infatti possono vantarsi di essere stati presidenti del Consiglio quattro volte. C’è da dire che comunque è difficile immaginarsi un Berlusconi non di parte, ma non difficile quanto immaginarlo in uno stato di salute tale da mantenerlo in vita fino alla fine del suo mandato. Se tutti i parlamentari della coalizione di centrodestra votassero a favore del Cavaliere gli mancherebbero circa cinquanta voti per essere eletto al 4° scrutinio e lui, nonostante l'età e le percentuali non più certo esaltanti come un tempo, non ha alcuna intenzione di ritirare la sua candidatura. Non solo perché è il sogno che coltiva da anni, ma anche perché, adesso che il centrodestra è il più forte, non vuole farsi scappare questa occasione. Convincere i suoi due alleati FdI e Lega, che hanno interessi molto diversi, a non votare per qualcun altro prima del quarto turno non è un'impresa scontata, e fallirà a meno che Berlusconi non riesca a mostrare numeri più certi. Gli azzurri però non sembrano troppo preoccupati e sono fiduciosi che gli elettori mancanti risponderanno all’appello, dopotutto non è la prima volta che Berlusconi cerca, in passato con successo, nuovi alleati negli schieramenti opposti al suo.


Tra i due alleati, Meloni è sicuramente la più difficile da accontentare: i suoi risultati nei sondaggi parlano da soli, se le elezioni fossero domani Fratelli d'Italia sarebbe il primo partito della coalizione, se non dell'intero Paese, facendo di lei la leader del centrodestra. Meloni riconosce il valore di un volto amico come capo dello Stato, ma data la popolarità di Draghi e i punti percentuali che ha ottenuto opponendosi al suo governo, potrebbe voler abbandonare l’ipotesi Berlusconi per innescare elezioni anticipate.


Ma se la nomina di Draghi non è così inverosimile come quella di Berlusconi, anzi, le elezioni anticipate non sono un'opzione poiché nessuno tranne Meloni ne trarrebbe un vantaggio di alcun tipo. Senza elezioni, indipendentemente dal fatto che Draghi rimanga o meno presidente del Consiglio, la leader di FdI rimarrebbe allora all'opposizione, confidando in un ritorno più redditizio dal punto di vista elettorale.


Dal canto suo Salvini resta fedele al Cavaliere, ma non nasconde il suo scetticismo quando gli vengono mostrati i numeri. Ha affermato in varie occasioni che il centrodestra rimarrà unito indipendentemente dal nome proposto, che sia Berlusconi o no, ma in realtà al momento appare più preoccupato per il governo che verrà dopo se Draghi diventasse presidente della Repubblica, che è qualcosa a cui lui si sta già preparando e non sembra propenso a includere la Meloni nei suoi piani.


Dal 2018 siamo abituati a vedere i piccoli partiti essere l’ago della bilancia, ma stavolta il centro sembra avere un ruolo decisamente marginale. Il piano di Calenda sarebbe quello di eleggere Cartabia e tenere Draghi al palazzo Chigi, opzione che in realtà potrebbe essere ben vista dall'opinione pubblica, una presidentessa poi sarebbe molto ben vista anche a livello internazionale. Renzi invece in un primo momento ha cercato di ragionare con la coalizione di destra nella speranza di trovare un compromesso, stando al loro gioco, ma dopo il discorso di Draghi del 22 dicembre, quando ha lasciato intendere la sua disponibilità a essere eletto presidente, si è tirato indietro. Come Salvini, Renzi sembra ora più interessato all’esecutivo successivo, e probabilmente spera di mettersi in gioco in una battaglia più a suo favore. Se però le cose non dovessero andare come previsto con Draghi allora Renzi potrebbe sempre contare su una sua alleanza con Toti quando arriverà il momento di votare in seduta comune.


Il quadro della situazione è un po' meno definito a sinistra. Enrico Letta, leader del Partito Democratico, sostiene da tempo che sarebbe un errore privarsi di Mario Draghi come presidente del Consiglio, tuttavia pensa che l'unico modo per farlo sia costringere Mattarella a fare un secondo mandato da presidente, cosa possibile secondo la Costituzione, ma impossibile in senso pratico dato che il presidente ha già detto innumerevoli volte che non ha intenzione di restare, lo ha fatto capire anche simbolicamente rimanendo in piedi durante il discorso di fine anno. Nel PD molti credono che Draghi al Quirinale sia inevitabile, soprattutto dopo il discorso del 22, e prevedono che a succedere a Draghi come presidente del Consiglio sarà Franceschini, attuale ministro della Cultura e uno dei più stimati esponenti del partito. C'è però anche una cospicua corrente composta da persone contrarie all'elezione di Draghi che coincide, grosso modo, con coloro che volevano che Conte facesse un terzo governo dopo la sua crisi all'inizio del 2021. Ultimamente si è anche gettato nella mischia D’Alema con il suo candidato scelto Amato, anche lui con un ottimo track-record se escludiamo il fatto che stia praticamente antipatico a tutti. L'unica certezza nel PD finora è che non hanno intenzione di votare per Berlusconi, ma solo il tempo ci dirà.


Infine abbiamo il Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte è stato effettivamente il primo a suggerire di mandare Draghi al Quirinale, tuttavia il suo suggerimento è stato accolto con rabbia dai suoi colleghi, molti con una forte paura delle elezioni. Poi Conte, in un inaspettato colpo di genio, è riuscito a fare quello che non ha fatto Renzi, ovvero una proposta apparentemente accettabile alla coalizione di centrodestra "Voteremo chi volete, purché sia ​​donna", poi ha suggerito la giudice della Corte costituzionale Silvana Sciarra. Questo potrebbe effettivamente aprire la strada all'elezione di Cartabia o, worst case scenario, a quella di Casellati. Se in qualche modo Berlusconi si ritirasse e la Meloni si placasse, forse, e dico forse, questa potrebbe essere la ricetta vincente… ma il sottoscritto non ci farebbe affidamento.



*di Nicola Maria Servillo


In copertina: photo by Marco Vaccaro on Unsplash.



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