CORSA ALLO $PAZIO

La narrazione convenzionale sulla corsa allo spazio novecentesca, legata alla competizione dei complessi militari-industriali degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, interpreta l’era spaziale che accompagna la Guerra Fredda come un trionfo della tecnocrazia a guida pubblica, sia negli USA che ovviamente nell’URSS, prima modello da rincorrere per lenire la ferita patriottica inferta dai primati dello Sputnik e del Vostok 1, poi surclassata dalla potenza tecnologica americana convogliata nell’ente governativo aerospaziale più famoso del mondo, la NASA.

Studi come The Long Space Age di Alexander MacDonald, storico dell’economia e consulente NASA, hanno però evidenziato il ruolo dell’iniziativa personale e del capitale privato nello sviluppo dell’osservazione astronomica e della rocket science americana tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo, e come il modello NASA sia stato un’eccezione piuttosto che la regola nella prospettiva di lunga durata; fra le ragioni di questo ruolo del capitale privato, vi sono la disparità della distribuzione della ricchezza nella società statunitense, e la motivazione intrinseca del capitalista. Questa dinamica riappare nel presente: un mondo in cui la ricchezza è distribuita in modo pesantemente squilibrato, acuito ora dalla crisi del Covid-19. Fra chi accumula questa ricchezza, si moltiplicano gli investimenti nel comparto economico aerospaziale, il nuovo terreno di conquista post-globale del business e della cultura imprenditoriale neoliberale e capitalista-libertaria, che forma un substrato potente nell’immaginario e nella motivazione intrinseca dei vari “space advocates” e “astro-preneurs”.

Sorprende poco notare come la prima legge sulla commercializzazione dello spazio risalga alla presidenza Reagan negli Stati Uniti: il Commercial Space Launch Act del 1984 apriva al libero mercato nella selezione di veicoli di lancio, in un’ottica di minimo intervento regolatore statale. L’atto non ebbe grande effetto pratico nell’immediato, ma le successive presidenze hanno riconfermato e precisato questo andamento; nel frattempo, l’evoluzione tecnologica è andata di pari passo con la critica di stampo neoliberale e anarco-capitalista alla dispendiosa e inefficace gestione NASA e alla battuta d’arresto dell’esplorazione, in favore di un’attività spaziale prettamente scientifica esemplificata dall’European Space Agency e dalle stazioni spaziali, prima Mir e in seguito ISS.

Proprio la stazione russa Mir fu al centro, poco prima della sua deorbitazione nel 2001, di un tentativo di messa a profitto da parte della società MirCorp, nata dall’idea di un gruppo di investitori legati all’imprenditore americano delle telecomunicazioni Walter C. Anderson. Basata in Olanda con uffici a Washington e Mosca, MirCorp contava su un 60% di capitale in mano a RSC Energia, la storica manifattura leader del settore aerospaziale russo, e il restante 40% alla holding Gold & Apple presieduta da Anderson. MirCorp si aggiudicò un accordo per l’uso commerciale della stazione, comprendente l’affitto dei laboratori per scopi di ricerca, pacchetti turistici a tariffe nell’ordine di parecchi milioni di dollari, e la produzione di un reality show dell’emittente NBC, in puro stile anni Duemila inseguendo l’exploit del Grande Fratello, che avrebbe seguito l’addestramento astronautico di quindici concorrenti fino alla selezione di un vincitore rigorosamente “americano medio”. Nessuno di questi progetti vide la luce: la forte opposizione della NASA e dei suoi appaltatori, in particolare Boeing e Lockheed Martin, convinsero Energia a puntare sulla realizzazione della ISS e procedere con la dismissione della Mir, lasciando a MirCorp l’onore di pagare il primo volo spaziale privatamente finanziato della storia: il trasporto dei cosmonauti impegnati nell’ultima manutenzione della stazione, tra aprile e giugno 2000.

I successivi due decenni hanno impresso un’accelerata potente alla marcia del capitale verso lo spazio e ciò che in esso può essere messo a profitto; questa fase della storia dell’esplorazione spaziale si definisce come “New Space”, ma anche come “billionaire space race” per la presenza sempre più massiccia di grandi capitalisti che differenziano gli investimenti incanalando nelle varie declinazioni dell’aerospazio ingenti risorse, e altrettante ne attraggono da altri investitori e fondi pubblici. La presidenza di Barack Obama, che una fetta dell’opinione pubblica tacciava di “socialismo”, nel 2015 ha promulgato il Commercial Space Launch Competitiveness Act, una legge nata dal lobbying delle maggiori start-up dell’esplorazione spaziale, in special modo la Planetary Resources, specializzata in progetti di estrazione mineraria dagli asteroidi. Questa legge permette a cittadini e aziende statunitensi l’esplorazione e lo sfruttamento a fini commerciali di tutte le risorse presenti nello spazio, con l’unica eccezione della vita extraterrestre, probabilmente meno lucrosa dei metalli di cui sono ricchi gli asteroidi.

La corsa al profitto si accompagna a una corsa al risparmio negli appalti su cui si basano le agenzie spaziali nazionali. Il partenariato pubblico-privato si è allargato, dalla semplice realizzazione di commesse e componentistica, proprio per abbassare quanto più possibile i costi dei razzi, il capitolo più dispendioso in termini economici e materiali; la SpaceX di proprietà di Elon Musk, con i suoi vettori riutilizzabili come lo era lo Space Shuttle ma a costo molto inferiore, ha sfidato proprio su questo terreno i razzi Soyuz e Ariane. Se da un lato il presidente dell’agenzia spaziale russa Roscosmos ha derubricato a “isteria” il clamore suscitato dai lanci dei vettori SpaceX verso la ISS nel maggio 2020, dall’altro canto ha annunciato test su due nuovi razzi e la ripresa del programma di esplorazione lunare; il prestigio nazionale russo, punto dalle dichiarazioni roboanti del presidente Trump, è quantificabile negli 80-90 milioni di dollari a lancio che Roscosmos guadagnava come monopolista dei vettori da e per la ISS. Lo stesso principio della corsa al ribasso si applica alla computerizzazione e robotizzazione delle operazioni di volo, esplorazione ed estrazione, che a detta degli imprenditori dell’aerospazio permettono una maggiore qualità operativa e un minor costo rispetto ad una gestione umana.

La privatizzazione e commercializzazione dello spazio non è una prerogativa americana, bensì un tratto comune del capitalismo planetario che ambisce a superare i limiti della Terra, presentandosi come catalizzatore di innovazione e competitività. Basti pensare a incentivi come gli XPRIZE o il Google Lunar X Prize, oppure al boom di start-up nel settore in Cina, con la benedizione del presidente Xi Jinping che ha spinto sull’attrazione di investimenti in svariati settori-chiave della tecnologia, tra cui appunto l’aerospazio; la Cina sta bruciando le distanze che la separano dagli USA, forte del suo apparato industriale e della disponibilità di materie prime, oltre che della capacità di emulare la tecnologia della potenza rivale. Tra i programmi spaziali dei paesi che non hanno la discutibile fortuna di essere superpotenze, ricordiamo l’approccio del Lussemburgo, che ha emanato una legge simile al Commercial Space Launch Competitiveness Act statunitense ma senza vincolo di nazionalità, ponendosi come base finanziaria ideale per le imprese estrattive non-americane.

Il primo target è la Luna, come bacino minerario e soprattutto come spazioporto verso Marte e gli asteroidi: a causa della bassa forza di gravità che riduce il consumo di carburante, lanciare un razzo dalla luna costa molto meno che dalla Terra. Il fondatore di Amazon Jeff Bezos, datosi all’astro-imprenditoria con la società Blue Origin, profetizza sul lungo periodo la delocalizzazione della produzione industriale terrestre sulla Luna, un’ipotesi che riassume bene la cultura di ambiziosa “visionarietà” tipica del New Space, rinverdita con l’argomento della sostenibilità ambientale per la Terra, e vaga riguardo l’implementazione e l’impatto di una simile delocalizzazione. Green-washing, reinvestimenti e innovazione affidata alla “vision” del capitalismo interplanetario sono evidenti anche in un’iniziativa di molto minore visibilità mediatica, quale il progetto di satelliti in legno portato avanti dalla società del ramo legname del conglomerato giapponese Sumitomo, in collaborazione con l’università di Kyoto.

Intanto, lo sfruttamento turistico dello spazio ha visto un successo per una vecchia conoscenza quale Walter Anderson, dopo il flop di MirCorp; sempre negoziando contratti con RSC Energia e Roscosmos, la sua nuova creatura Space Adventures ha portato a bordo della ISS sette turisti, molto ben paganti, tra il 2001 e il 2009. Ulteriori programmi turistici sono stati annunciati e rimandati a più riprese dalle start-up spaziali; un boom di voli spaziali in linea con questi piani, stimava un paper della Aerospace Corporation americana nel 2010, avrebbe contribuito all’inquinamento atmosferico con un impatto maggiore di quello dell’industria o dell’aeronautica civile, stimolando ulteriormente i cambiamenti climatici.

Se una chiave di volta del New Space è la disuguaglianza che permette il protagonismo di chi detiene la ricchezza, un piccolo segnale nel senso della redistribuzione di questa ricchezza è venuto proprio da uno dei viaggi di Space Adventures. Tra i turisti sulla ISS c’è stato nel 2009 Guy Laliberté, il fondatore del Cirque du Soleil, pagando 41,8 milioni di dollari; nel 2018 il fisco canadese ha considerato questa spesa tassabile al 90% del costo, decisione confermata nel 2020 dalla Corte Federale d’Appello.


di Vittoria Princi