CRONACHE DEL GHIACCIO E DEL GRASSO DI BALENA

Nel fiorire di libri che alimentano l’attenzione pubblica e mediatica verso i cambiamenti climatici e l’ecologia (spesso sfrondata delle sue ramificazioni politiche più radicali), non manca un crescente interesse verso la storicizzazione dell’ambiente e del suo sfruttamento, che in ambito accademico prende il nome appunto di storia ambientale.

Da questa branca di studi in evoluzione, vi propongo un esempio recente che ci trasporta in un luogo remoto ed estremo, almeno agli occhi e alla termoregolazione corporea della sottoscritta lettrice mediterranea: la Beringia, ovvero l’area a cavallo tra l’estremità nord-orientale della Siberia, l’Alaska, il Territorio dello Yukon canadese e le isole limitrofe, un complesso di terre e mari a ridosso del circolo polare artico e centrato sul confine naturale che separa il continente nord-americano dall’Asia, lo Stretto di Bering appunto. Il libro, al momento inedito in italiano, è Floating Coast: An Environmental History of the Bering Strait, uscito nel 2019 negli Stati Uniti e firmato da Bathsheba Demuth, specialista di storia ambientale presso la Brown University.

Il centro dell’opera non è una tracciatura lineare delle politiche imposte dai piani alti di capitali lontane, anche se il periodo che Demuth prende in esame, dal XIX al XX secolo, è segnato profondamente dalle dinamiche dell’espansione statunitense e russa nelle acque e terre beringiane, con un destabilizzante portato di “missione civilizzatrice” verso le nazioni inupiaq, yupik e čukči. Piuttosto, l’approccio di Floating Coast abbraccia olisticamente l’intero ecosistema della regione, fin dalla suddivisione tematica in cinque macro-sezioni dedicate rispettivamente a mare, costa, terraferma, sottosuolo, oceano. La presenza umana è solo una parte di tale sistema, un elemento che oscilla costantemente tra sfruttamento delle risorse, radicato nelle idee di progresso e sviluppo propugnate dal capitalismo americano e del comunismo sovietico, e adattamento ai mutamenti delle circostanze ambientali e produttive che tale presenza causa, come l’industria baleniera nel corso del XIX secolo o la collettivizzazione dell’allevamento di renne.

Chiave di volta del saggio è la trasformazione dell’energia e della materia, un filo rosso che connette la biologia e la chimica, l’orizzonte temporale degli elementi organici e inorganici che compongono l’ecosistema, alla storia dei modi di vita e dei processi estrattivi e produttivi umani. L’energia si fa materia organica o inorganica: animali, piante, minerali. La materia si fa nutrimento lungo la catena alimentare, ma anche merce, spinta per esempio dalla domanda dei mercati globali dell’Ottocento, affamati di grasso per oliare telai industriali o fanoni per confezionare corsetti. Ancora, la materia è una risorsa, alla base di una crescita da incrementare all’infinito per perseguire scopi di rinnovamento sociale: indipendenza economica ed elevazione individuale tramite il profitto, per gli americani, o la marcia della rivoluzione socialista nell’estremo lembo orientale dell’Unione Sovietica.

Tali ambizioni di cambiamento incidono sulla vita e i modi di sostentamento delle popolazioni beringiane, a loro volta attrici dinamiche e complesse, inserite nei processi di estrazione delle risorse nati dalle promesse dell’economia sia capitalista che sovietica, pur osservandone acutamente l’inadeguatezza a sostenere la vita nella tundra.

A questo proposito, proprio l’uso vasto e consapevole delle fonti beringiane (non solo scritture memorialistiche ed etnografiche ma anche tradizioni orali, usate per scopi storiografici e di trasmissione di conoscenze), è uno dei punti di forza metodologici del libro, decentralizzando lo sguardo delle fonti americane e russe, ovvero prodotte dalle società colonizzatrici.

L’integrazione della letteratura scientifica, così come una scrittura tanto rigorosa nell’analisi quanto maestosamente lirica nella forma, contribuisce ad ampliare ulteriormente il racconto ben oltre la prospettiva antropocentrica, togliendo a fauna, flora e paesaggio la qualifica di esotici fondali scenici per render loro la piena dignità di attori storici. Un passaggio più che mai necessario, mentre si discute di crisi dell’antropocene e dei modelli economici primi responsabili della montante catastrofe climatica globale.


di Vittoria Princi