DARK: LOOP TEMPORALI TRA OMERO, NIETSZCHE E SCHOPENHAUER

Si dice che ogni 33 anni accada qualcosa di particolare: la durata di ogni anno si ripete identica, lo stesso numero di ore. E’ forse un caso? Forse occorrerebbe chiedersi se sia un caso che il numero 33 abbia avuto tanta fortuna nella letteratura, nella simbologia, nella religione, chiedersi cosa significhi la ciclicità nel nostro mondo, dove trovino posto concetti come l’eterno ritorno. Dark pone queste domande, e lo fa nel modo più umano e più scientifico possibile.


Ha visto da poco la luce la terza stagione, e un nuovo interesse generale si è acceso per questa serie. Serie che era passata quasi in sordina con le prime due parti, da molti sottovalutata. Quella serie che ti consiglia l’amico strano, un po’ nerd, ma che io, da bravo critico del trend, ho deliberatamente ignorato, credendola un prodotto poco originale, la brutta copia di Stranger Things, e altri epiteti che sentivo in giro e che gli appioppavo senza troppi ripensamenti. Ma ora, sia forse l’attitudine sedentaria che la quarantena ha impresso alla mia vita, sia la noia di questi caldi pomeriggi estivi, ho deciso di iniziare l’impresa, di iniziare Dark. E dentro ci ho trovato degli interrogativi incredibilmente profondi, nascosti eppure così deliberatamente vividi, tra le piogge della cittadina di Winden, le caverne, le scorie nucleari e il mistero dei viaggi nel tempo. Vado subito al dunque, alla domanda che questa serie ha silenziosamente insinuato tra le pieghe della mia mente: siamo davvero liberi? La nostra volontà, le nostre azioni, sono frutto del nostro arbitrio? Possiamo scegliere cosa volere, e come agire di conseguenza?


I protagonisti di Dark vivono in un eterno loop temporale, in cui le loro vite si ripetono identiche, incessantemente, da chissà quanto. Il futuro influenza il passato e viceversa, la fine e l’inizio sono la stessa cosa. Ogni tentativo di evadere da questo infinito già predeterminato, ogni azione che sembra dettata dalla volontà individuale del personaggio (e forse lo è) si rivela essere già accaduta, si scopre già scritta nel destino di quella persona. E forse proprio a causa della particolare individualità che la caratterizza. Proprio come nell’epica omerica, dove ogni avvenimento, sebbene poco verosimile, è incredibilmente realistico, poiché si accorda e viene giustificato dal temperamento e dal carattere dei personaggi coinvolti. Questi hanno infatti un grande spessore morale, un realismo inequivocabile, un’unitarietà che li contraddistingue, che caratterizza la profonda mimesi di Omero: le individualità dei personaggi plasmano le loro azioni, plasmano il fato che si dipana dietro e di fronte a loro, come un'ombra. L’incontro di Odisseo con il ciclope, per esempio, è indubbiamente inverosimile, ma non c’è niente di più realistico: che altro poteva accadere a un personaggio furbo come Odisseo, architetto di inganni, se non lo scontro con una creatura all’altezza del suo genio?


Ma è così nella vita reale? Mi viene in mente una frase di Bergson, che ne “L’evoluzione creatrice” afferma che noi esseri umani siamo in parte ciò che facciamo, e viceversa. Ogni nuovo atto è una nuova forma che ci diamo, presuppone ciò che eravamo in precedenza e prefigura ciò che diventeremo in seguito. Ogni nostra azione ci modifica, ma è allo stesso tempo figlia della nostra individualità, del nostro temperamento. Potremmo quindi dire che effettivamente ciò che facciamo rispecchia ciò che davvero siamo. Ma è possibile fuggire da questo meccanismo? Rompere questo ciclo assurdo, questo loop eterno? Se le cose stanno così, nemmeno un universo parallelo può risolvere il problema. Il problema siamo noi, e la nostra volontà di vivere, che, come dice Schopenhauer, ci guida irrimediabilmente nelle nostre azioni, dal momento della nascita sino alla morte. Una volontà che sembra fuori dal nostro potere, di cui forse siamo schiavi. Paradossalmente, possiamo ottenere ciò che vogliamo, ma non possiamo scegliere cosa volere.


Non per niente la più grande lotta che i protagonisti di Dark intraprendono non è tanto contro il loop, contro i legami che collegano e condizionano tutto, ogni persona e ogni evento di questa eternità scandita in unità di 33 anni, ma è una lotta contro loro stessi. Perché sono loro stessi il loop, sono loro stessi a condizionare il passato e il futuro, ma sempre allo stesso modo, vittime delle loro stesse pulsioni incontenibili: i personaggi e il tempo si fondono, diventano una cosa sola. L’unica frattura è tra l’arbitrio disperato, la morale della mente cosciente di essere schiava e prigioniera, e il proprio istinto, il proprio inconscio, che la porta a seguire sempre la stessa strada. In Dark il più grande nemico è il proprio io. E La coscienza di questi personaggi forse prova lo stesso terrore che provava Nietzsche, di fronte alla propria intuizione dell’eterno ritorno: bisogna vivere ogni momento come se potesse ripetersi in eterno.


Sicuramente Nietzsche non postulava l’esistenza dei loop temporali, ma qualcosa di molto più pragmatico, direi quasi etico. Ovviamente gli istanti non sono eterni, ma è necessario viverli appieno, come se lo fossero: è necessario accettare la propria forma, i propri istinti, la propria realtà, e abbandonarsi alla più naturale espressione di essa. Questa, io credo, è la famosa danza di Nietzsche, e forse la risposta alle domande che Dark apre come squarci nella nostra coscienza, la risposta alla eterna, instancabile e così futile lotta dell’uomo contro se stesso: danzare sulla nostra finitezza, sulla nostra natura istintiva, trasformare la prigione del tempo e del corpo nella nostra unica possibilità di essere, per una volta e per sempre, noi stessi.


Di Paolo Motta