DI NECESSITÀ VIRTÙ : QUANDO L'ATTIVISTA DIVENTA SCIENZIATO

Quando si parla della storia dell’AIDS, tendiamo a concentrarci o sull’aspetto puramente medico, o su quello più “umano”, che racconta delle varie associazioni e organizzazioni di attivist* operanti durante l’epidemia. A volte si racconta dell’esperienza personale de* pazient* e di come abbiano vissuto la malattia in prima persona. E se vi dicessi che, nella realtà dei fatti, questi aspetti sono parte di un unico insieme?


Ho sentito parlare del libro How To Survive A Plague di David France per la prima volta a Natale, quando mi è stato regalato. È raro ricevere regali così calzanti - questo saggio unisce infatti due delle mie passioni più grandi, l’attivismo e la medicina.


Il titolo completo, How To Survive A Plague: The Inside Story Of How Citizens And Science Tamed Aids, è esplicativo: il libro racconta i primi anni dell’epidemia di AIDS, soprattutto a New York, e di come siamo arrivati, grazie all’impegno in prima persona dei cittadini, alla “convivenza” più o meno pacifica tra virus e corpo ospite che abbiamo oggi.


La sua originalità è proprio questa: piuttosto che focalizzarsi puramente sull’aspetto “umano” o su quello scientifico, l’autore ci dimostra che questi due ambiti sono stati indissolubilmente intrecciati, prima di tutto per necessità.


La lotta contro l’AIDS, infatti, non è stata soltanto contro un virus, ma anche contro la sistematica omofobia che ha pervaso la società durante tutto il XX secolo. Il presidente Reagan, insieme al suo governo, è stato addirittura accusato di aver preso parte a un olocausto a spese della comunità LGBT+, anche a causa di alcune similitudini semantiche (ricordiamo “gli infettati dovrebbero essere tatuati”).


Viene da sé, quindi, che l’eroina di questa battaglia sia stata proprio la comunità queer, che ha riunito sì i pazienti, obbligati ad essere dottori di se stessi, ma anche professionisti sanitari e scienziati – uno dei capi carismatici dell’attivismo di San Francisco è stato proprio un infermiere contagiato, e il libro racconta anche della prima generazione di medic* dichiaratamente LGBT+.


La mancanza di fondi per la ricerca, l’altissima mortalità (e incidenza nella popolazione) del virus, l’indifferenza da parte dei media, il disgusto dei professionisti in ambito ospedaliero e dei concittadini sani ed etero – a tutto questo si è contrapposta l'inarrestabile forza di una comunità lasciata sola e che, costretta a prendere in mano le redini dell’epidemia, è riuscita a forzare la mano alla comunità scientifica e al governo statunitense e a ottenere terapie, riconoscimento, e diritti.


Il libro affronta nel dettaglio la parte più tecnica del processo – parlando in modo approfondito di sperimentazioni cliniche, medicinali, e sintomi – alternandola alle storie personali e intime dei maggiori protagonisti del periodo. L’autore ha conosciuto personalmente molte delle persone di cui scrive: era infatti, ai tempi, un giornalista di una delle riviste gay newyorkesi più lette del periodo, che si occupava, tra le altre cose, di diffondere informazioni sull’AIDS.


Consiglio questo saggio a tutti, ma ritengo che sia un must sia per l* giovani (e non) appartenenti alla comunità queer – le proprie radici non possono essere dimenticate –, sia per l* professionist* della sanità, perché è la storia degli errori e dei meriti della loro categoria in un momento molto importante del passato recente.



di Anna Credendino