DISTRUGGERE LA CITTÀ?

Come nasce la città? La sua collocazione sulla linea del tempo è una questione ancora aperta. Si è invece concordi nell’individuare nella seconda rivoluzione industriale il seme della città capitalista e moderna che conosciamo oggi. La nascita della città produttrice di servizi. Fu da quel momento in poi che la popolazione urbana conobbe un incremento esponenziale, che arriva nel recente 2007 a superare quello della popolazione delle campagne. La differenza tra la città e la campagna è la base sopra la quale poggiano i primi studi che hanno come oggetto la città e gli attori che in essa si muovono. Siamo a Chicago nei primi anni del ‘900 quando Robert Park dà vita alla scuola ecologica, facendo nascere la sociologia urbana come branca della sociologia. Il brevissimo excursus storico ci serve per capire a che punto siamo oggi. La dicotomia urbano e rurale non funziona più perché è diventato difficile tracciare i confini tra la città e la campagna e soprattutto perché sono due sistemi e modi di vivere lo spazio completamente opposti. Il mondo contadino, nelle sue logiche e nelle sue forme, differisce in maniera sostanziale dalla forma urbano- capitalista. L’elemento oggetto di questa riflessione è la sostenibilità dell’uno e dell’altro modello. La campagna produce beni di consumo che gli garantiscono di auto sostenersi. La città non produce beni che ne garantiscano la sostenibilità, ma servizi per armonizzare al massimo le proprie componenti con il fine ultimo del profitto

e del suo incremento (non sempre è così, ma molto spesso o comunque abbastanza da necessitare un’enfasi in questo caso). Le prime città capitaliste basate su questo assunto economico, non poi tanto tacito, sono proprio quelle del periodo industriale, come Manchester ad esempio. L’investimento era rivolto al settore industriale perché ritenuto l’unico veramente propulsivo per l’economia della città. La logica realista capitalista, giusto per scomodare il nostro amato Mark Fisher, ha costruito un’impalcatura che contiene in sé i suoi contrari, al punto che non si riesce ad immaginare nulla fuori dal realismo capitalista. La stessa contraddizione vive nelle città e conquista tutto ciò che gli è diverso: quindi il mondo rurale, al punto che oggi, quanto meno nel centro e nel nord Italia, è praticamente impossibile tracciare un confine che divida la città da ciò che non è città. Quello che c’è tra un agglomerato urbano e l’altro non è rurale, ma periurbano. La città conquista lo spazio rurale e ne cambia le logiche attraverso il paradigma del profitto, che non guarda alla sostenibilità, ma è finalizzato alla propria massimizzazione. Certamente l’industria non può essere la stessa dell’800. Qual è oggi il nuovo volano economico, la nuova industria? Il turismo. Infatti, si parla oggi di città post-industriali, dove la post-industria è proprio il turismo. il simbolo di un consumo senza produzione, pura rendita che attraversa e percuote lo spazio urbano, tal- volta alterandolo al punto da renderlo qualcosa di completamente diverso. Una prova tangibile di quanto detto potrebbe essere la formula dell’Agriturismo come Città che si fa Campagna, il capitale che cambia vesti per confondersi nel variopinto mondo bucolico. Il risultato è uno spazio rurale non più incentrato sulla sostenibilità, ma sul turismo, sulla rendita. Il problema della non sostenibilità è in linea con la tematica ambientalista e il grande movimento contemporaneo che vuole la soluzione ai cambiamenti climatici al primo posto nell’agenda politica mondiale. L’ insostenibilità della città e del sistema capitalistico deve essere il problema da risolvere in un tempo in cui è chiaro che, senza cambiare, non sopravviveremo al pianeta. La terra sono sicuro che troverà il modo di sopravvivere, ma noi no. L’ipocrisia sulla quale si regge il costrutto democratico occidentale è esattamente quella che si è cercata di far emergere con questa breve riflessione sulle sfide dei nostri tempi. La grande megalopoli che è l’Occidente non può esistere senza le mono coltivazioni e i campi intensivi che risiedono nel terzo e nel quarto mondo, diventando così il rurale dell’urbano ovest. La soluzione, quindi, qual è? Tornare in campagna, distruggere le città? Assolutamente no. La soluzione va trovata anzitutto problematicizzando la città, perché lo spazio urbano è il futuro, è il solo spazio entro cui può trovarsi un’alternativa. Bisogna indagare e trovare nuove pratiche per rendere la città in grado di contribuire alla sostenibilità ambientale del pianeta. Le soluzioni non possono essere i giardini verticali da 3.000 € al m/q ovviamente. Le città Europee attirano tanto perché nascono dall’incontro/scontro di storie e culture che da secoli generano quell’ambiente sociale e genuino che tanto piace. Dalle città dobbiamo ripartire perché “La rivoluzione dovrà essere urbana, o non sarà affatto” (David Harvey)


- Gioacchino Piras