DIVIETO DI AUTENTICITÀ: PATRIMONIO UNESCO

Risale al 1972 la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale e la contestuale creazione di un elenco di siti di eccezionale valore da parte dell’ Unesco. Per quanto sia facile supporre che le iniziative portate avanti da quest’ultimo uniscano le persone a protezione del patrimonio culturale condiviso, è altrettanto evidente come abbiano spesso scatenato rivalità, inseguito interessi finanziari e reiterato squilibri geopolitici.

L’intenso sviluppo turistico conseguente all’annoverazione di un sito al patrimonio Unesco ha, nella maggior parte dei casi, snaturato i luoghi a favore della vendibilità di un immaginario. Le tradizioni vengono idealizzate e a volte addirittura inscenate. A Luang Prabang, in Laos, per secoli i monaci hanno camminato per le strade all’alba per raccogliere le elemosine della comunità locale. In tempi più recenti il rituale, noto come tak bat, ha ceduto terreno ad un altro rito, decisamente più rumoroso: quello degli scatti e dei flash delle macchine fotografiche.

Questo è soltanto uno degli esempi che mostrano una delle conseguenze contraddittorie dell’Unesco: la protezione della cultura si traduce nel teatrino dissacrante del turismo di massa. La contemplazione di siti eccezionali viene sistematicamente sostituita dalle lotte per accaparrarsi lo scatto migliore, dalle grida e dalle cartacce. L’importante non è essere in un luogo, ma dimostrare di averlo guardato. Il viaggio come esperienza si trasforma velocemente in viaggio come cartolina.


Anche le popolazioni locali hanno in diversi casi risentito negativamente del riconoscimento Unesco: è il caso di Panama City, in cui, in seguito alla candidatura, il quartiere Casco Viejo ha subito una radicale gentrificazione con un conseguente aumento insostenibile dei prezzi e sfratti brutali. Da quartiere popolare, riccamente autentico, animato dagli abitanti del luogo, si è trasformato in quartiere turistico, riccamente compravenduto, animato da stranieri facoltosi. L’aumento esponenziale del turismo ha omogeneizzato il paesaggio urbano e aggravato le disparità.

Conseguenze simili e a noi più vicine sono toccate alla città di Matera, patrimonio Unesco dal ’93 e capitale europea della cultura 2019. Il 25% delle case nel centro storico è affittato ai turisti con Airbnb e la vita è cambiata radicalmente: gli abitanti intervistati da Internazionale parlano di una quotidianità fatta di solidarietà e mutuo soccorso sostituita da sciami di turisti tocca e fuggi. “Da negozi e ristoranti fischiano tutto il giorno per attirare l’attenzione dei visitatori. Si è persa l’anima di questo posto.”

Attraverso la turistificazione di massa e i conseguenti grandi progetti di riqualificazione, i centri storici diventano non-luoghi, gusci svuotati, ombre di sé stessi. Giovanni Semi in Tutte le città come Disneyland? (Il Mulino) scrive: “Quello che i turisti non vedono è lo svuotamento dei centri storici e la loro omogeneizzazione. È come se fosse stata passata una mano di bianco sulle città, rendendole tutte uguali”

Dopo queste premesse sorge spontaneo pensare a quali saranno le conseguenze della candidatura dei portici di Bologna a patrimonio Unesco. Soprattutto è doveroso chiedersi qual è il principio che governa questa scelta: il soldo o la valorizzazione dell’autenticità.

Uno dei criteri per la candidatura è mostrare il ruolo di interscambio di valori umani in un arco temporale e il comune decide di riqualificare i portici del centro storico ridipingendoli. Quantomeno contraddittorio valorizzare l’interscambio cancellandone la permanenza. I portici di Bologna raccontano storie attraverso i muri, le persone si parlano a colpi di pennarello e bombolette, le frasi inconcluse vengono finite da qualcun altro. Domande esistenziali scritte nel cuore della notte trovano risposte al sorgere del sole. Il passeggiatore assorto si imbatte all’improvviso in una citazione, in un monito, in un grido di ribellione. A Bologna i muri non hanno orecchie, parlano.

Raccontano di una città ricca di scambi autentici, di notti giovani, di arte. Parlano di persone che nei portici trovano rifugio, trovano un amico, trovano ispirazione. Le scritte sui muri mostrano l’umanità più autentica che è spesso quella espressa di nascosto, ma sotto gli occhi di tutti. Allora forse dobbiamo chiederci qual è il vero patrimonio dell’umanità: quello accumulato da anni di espressioni senza nome o quello ridipinto, confezionato e pronto a essere venduto.

Che i portici di Bologna abbiano un eccezionale valore universale è sicuramente vero, ma questo valore è dato dalle anime di chi li attraversa ogni giorno, dalle impronte lasciate dai passanti, dai clochard che ne hanno fatto una casa, dalle frasi e dai graffiti in cui ci riconosciamo e che ci accompagnano ogni giorno, sempre lì fermi, pronti a raccontare storie e a farci sentire a casa, parte di qualcosa in un luogo autentico. La risposta all’espressione silenziata arriva ancora una volta dalla strada: tanto lo rifamo.

- Virginia Tallone

Foto della nostra Ginevra Abeti