Dove è finito il nostro personale sanitario?

Storie di medici e infermieri italiani all’estero


Negli ultimi dieci anni all’incirca 40.000 tra medici e infermieri italiani sono emigrati all’estero.

I paesi di maggiore attrazione sono Regno Unito, Germania e Svizzera.

È stato calcolato che la spesa media per la formazione di un laureato in discipline sanitarie oscilla tra i 120.000 e i 150.000 euro. Un investimento non da poco che porta alla creazione di personale qualificato ma non in grado di essere assorbito dal mercato lavorativo italiano.

La situazione è critica: attualmente negli ospedali italiani mancano 30.000 unità di personale infermieristico. In questo momento il problema viene risolto tramite assunzioni a tempo determinato causa emergenza covid. La normalità è però un’altra: lo scarso numero dei concorsi per l’assunzione e le difficoltà che questi comportano, ha portato alla creazione di un sistema parallelo di cooperative private che ha permesso di lavorare ma in condizioni estremamente precarie.


Accanto a questa enorme carenza, c’è un altro problema: la mancanza di personale medico specializzato. Solo nell’ultimo anno in Italia si è iniziato a sbloccare un vero e proprio imbuto formativo. Dei 23.671 neo laureati in medicina avranno accesso alla scuola di specializzazione in 14.980, segnando un trend decisamente in crescita rispetto agli anni precedenti del 75% in più. Negli ultimi dieci anni fondamentalmente due neolaureati su tre sapevano che non avrebbero avuto accesso alle borse di specializzazione, nonostante nelle strutture ospedaliere servissero queste figure professionali. Anche per questo motivo molti hanno deciso di lasciare l’Italia.



Regno Unito


Emanuele ha 26 anni, da tre anni è infermiere in un ospedale di Liverpool. È uno dei 4.187 registered nurses italiani che lavorano nel sistema sanitario britannico, l’NHS (National Health Service). Appena laureatosi è partito per un tirocinio post-laurea in Belgio, dove è stato sei mesi. Una volta tornato in Italia ha lavorato per due mesi in una RSA della sua città natale per poi tentare la sorte nel Regno Unito.


“Ho fatto tre colloqui per il Regno Unito su Skype. I primi due li ho falliti miseramente e quindi ho provato un terzo per Liverpool. Ci sono riuscito. Mi sono messo a studiare meglio l’inglese e le domande che sono di natura medico-infermieristica, all’incirca fanno quasi sempre le stesse. È andato bene, sono partito per questa seconda esperienza all’estero e sono ancora qua. La possibilità di fare carriera nel Regno Unito è davvero infinitamente maggiore rispetto all’Italia, ci sono posizioni che da noi non esistono, al di sopra di ciò che un infermiere di reparto potrebbe fare nel nostro paese. Questa per me è la vera discriminante: continuare a fare quello che mi piace, ma farlo meglio magari in una carriera professionale. Ho vinto un concorso per Rimini di recente che però ho rifiutato, per adesso mi trovo bene qua.”


I colloqui sono organizzati da agencies che fanno da tramite tra l’ospedale e i diretti interessati. Le proposte di lavoro vengono pubblicate su AlmaLaurea, sito dove ci si deve registrare al momento del conseguimento del titolo.

Emanuele continua il suo racconto: “ero ancora in Italia quando mi è stato mandato il mio contratto a tempo indeterminato con una sola clausola: i primi sei mesi sarebbero stati di prova. L’azienda ospedaliera avrebbe poi potuto decidere se farmi continuare o meno. Mi hanno anche offerto uno sconto del 50% sul prezzo della che mi veniva scalato direttamente dallo stipendio, per il primo anno di lavoro. Inoltre mi hanno offerto un corso di inglese di 6 mesi che è stato fondamentale. Devo dire che l’accoglienza è stata abbastanza incredibile.”.

Emanuele ci racconta inoltre di come sia strutturato il suo ambiente di lavoro, dove si sente pienamente valorizzato, avendo la possibilità di un dialogo costante con i suoi superiori e di scegliere in che reparto lavorare.


Alla domanda se è intenzionato a tornare in Italia Emanuele risponde: “Beh, mai dire mai, cioè non si sa. Il paese in sé mi manca parecchio perché c’è la famiglia, gli amici e poi in realtà è l’atmosfera che manca. E quindi direi si, mai dire mai. Ma allo stesso tempo non ora, non ho intenzione di tornare al momento.”



Fig. 1

Rapporto medici-infermieri ogni mille abitanti. La media OSCE è di 2,7. In Italia il rapporto è di 1,5.



Germania


Jacopo è un infermiere di 26 anni, originario di Perugia. Vive e lavora in Germania con la compagna anche lei italiana da quasi tre anni. La scelta di lasciare il paese è avvenuta ad un anno dalla sua laurea quando, stremato e sfiduciato da un intenso periodo di lavoro precario e malpagato, ha ricevuto un’offerta di lavoro da parte di una struttura tedesca ad Hannover nella zona della Rhur. Un anno dopo, nel maggio del 2019, ha deciso di trasferirsi a Monaco con la compagna ed alcuni colleghi, avendo trovato un contratto a tempo indeterminato per lavorare al Klinikum Großhadern Klm, uno degli ospedali più grandi della Germania.

Ripercorrendo la sua esperienza lavorativa in Italia ci racconta alcuni episodi. Per rendersi autonomo dalla famiglia aveva iniziato a lavorare per una cooperativa, che però gli faceva fare tutti i tipi di lavori, dall’oss, all’infermiere, al fisioterapista, al tuttofare. Veniva pagato principalmente in nero, nonostante avesse fatto pressioni per essere regolarizzato, solo per un breve periodo aveva aperto una partita iva i cui costi però non erano sostenibili.


Successivamente, per un altro periodo, ha lavorato in una clinica privata: “dovevo fare tutto, lo schiavetto, il tuttofare, per quanto poi, cento euro? Tanto mi ha dato una volta il proprietario della clinica per il lavoro di due settimane. Secondo i miei calcoli se mi avessero dato sette euro l’ora come mi avevano promesso, il totale avrebbe dovuto essere molto di più.” Jacopo ha accettato per necessità, nonostante fosse allibito dal modo in cui gli erano stati dati i soldi: “Il dottore, mentre eravamo in ascensore, ha aperto il portafoglio e mi ha detto di tenermeli come se mi stesse facendo un favore…ho dovuto pure ringraziarlo.”.


Anche solo ricordando quelle esperienze la frustrazione si fa sentire. Dopo l’esperienza in clinica era riuscito a trovare un’assistenza a domicilio per un signore anziano che necessitava di cure costanti e apparecchi specifici che però non erano disponibili. Parlando di questa esperienza:




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“lavoravo dodici ore al giorno, dalle otto alle venti, dovendo fare tutto, per cinque euro l’ora. In totale erano settanta, settantadue euro al giorno che alla fine del mese, lavorando cinque o sei giorni alla settimana ti alzavi ottocento euro, non malissimo, però lavoravi dodici ore al giorno.”. Poi lo sfogo: “siamo nell’Unione Europea, in Italia, in un paese che dovrebbe essere ricco e qui stiamo a pagare cinque euro l’ora una persona in nero che ti lavora dodici ore al giorno. Per poi spendere i soldi guadagnati dovendo girare per partecipare ai bandi, per un posto pubblico, con altre dieci/ventimila persone che combattono per venti posti, facendo cinque prove, due o tre volte al mese. E alla fine magari non riesci a entrare o ci riesci solo dopo anni. Oppure molti bandi saltano perché qualcuno copia, o in altri casi entri però si scopre che il commissario era corrotto dopo essere stato indagato, perdendo così anni della propria vita.”.


(In Umbria negli ultimi anni ci sono stati scandali riguardanti la gestione della sanità pubblica e dei concorsi.)


Quando è stato contattato, tramite AlmaLaurea, da un recruiter di una struttura tedesca che offriva fin da subito contratto a tempo indeterminato, alloggio e corso di lingua pagati, non ci ha pensato più di molto ed è partito insieme alla compagna.


A Monaco, così ci racconta, c’è una grande comunità di italiani, circa 40.000. Anche in ospedale sono tanti e ne continuano ad arrivare: “Arrivano i pullman dall’Italia, vengono a vedere l’ospedale. Poi ovviamente non tutti restano però buona parte si, alcuni per un periodo, altri per sempre. Se ci pensi sono tutti infermieri che l’Italia ha formato spendendoci soldi sopra.”. È stato stimato che il costo per la formazione di un singolo infermiere in Italia è all’incirca di 120.000 euro.


Non sono solo neo-laureati ma anche trentenni in cerca di una stabilità per mettere su famiglia e ce n’è sono anche di più anziani. La maggior parte arriva dal sud, principalmente Sicilia, Campania, Calabria. Alcuni dal nord, dal Trentino-Alto Adige, per la comunanza linguistica.


Jacopo non è intenzionato a tornare in Italia perché pensa che sarebbe un errore: “con il periodo covid ho ricevuto un bonus di 500 euro e in più avrò un aumento di novanta euro al mese. L’anno prossimo il mio stipendio aumenterà e così l’anno dopo ancora. Il concetto è che qui si migliora sempre, di anno in anno, con investimenti in attrezzatura, personale e ricerca. In Italia si torna indietro e basta.”.


Federica è un’ostetrica italiana di 25 anni. Lavora ad Amburgo dal luglio 2019 con un contratto che inizialmente era di due anni, ora è a tempo indeterminato. “Si guadagna bene, un’ostetrica in Italia prende 1800 euro al mese, qua 2300. C’è anche più possibilità di carriera.”, ci spiega.


La decisione di partire è avvenuta pochi mesi dopo essersi laureata, dopo aver mandato curriculum in tutte le strutture del Lazio, senza ricevere alcuna risposta. Solo l’ospedale dove aveva svolto il tirocinio le ha offerto un contratto per i due mesi estivi.

“Non avevo voglia di fare i concorsi, mi era presa la depressione a rimanere a casa e ho deciso di informarmi per andare via.”. Federica ha così chiamato un’amica all’estero e si è fatta spiegare come muoversi.


Attualmente vive in Germania. L’inizio è stato difficile ma ora si trova bene. Riguardo alla lingua dice di non aver problemi, ha un B2 di tedesco ma i suoi colleghi non le fanno pesare errori grammaticali o difetti di pronuncia.


Federica vorrebbe tornare in Italia, prima o poi anche se: “quella dell’ostetrica è una figura poco riconosciuta, in Italia principalmente, in Lazio zero proprio. Ci vengono sempre offerti contratti da uno, due mesi, facendo il giro di tutto il paese per poi forse dopo cinque anni riuscire a strappare un contratto a tempo indeterminato. È come se ti spingessero ad andare via”. È una condizione instabile che non permette di fare progetti.


“In Germania è un altro mondo, tutte le donne dopo aver partorito hanno un’ostetrica a casa, in Italia non è così. C’è più attenzione in Germania, molte ostetriche lavorano per le famiglie in modo privato, seguendo il parto a casa. Chi partorisce in ospedale è seguita da una professionista solo per lei. C’è più richiesta e si può lavorare in tanti ambiti diversi”, conclude Federica.



Doctors in fuga


Davide, originario di Messina, è un medico che vive in Nuova Zelanda dal 2010.

Nel 2006, dopo aver conseguito la laurea, ha deciso di svolgere un tirocinio in Brasile. Una volta tornato è rimasto solo due settimane in Italia, prima di prendere un volo di sola andata per Dublino. Da allora vive in pianta stabile fuori dall’Italia. In Irlanda è rimasto per tre anni, dal 2007 al 2010. All’inizio ha riscontrato qualche difficoltà lavorativa ma, proprio quando stava per perdere le speranze, è riuscito a farsi assumere in un ospedale a Limerick e a portare avanti una specializzazione. Dopo la sua partenza sempre più amici, colleghi e conoscenti hanno cominciato a chiedergli informazioni su come fosse lavorare all’estero.

Nel 2010 ha deciso di spostarsi con l’intenzione di andare in Australia ma per motivi burocratici si è fermato temporaneamente in Nuova Zelanda per poi decidere di rimanere lì, a Wellington.


Una volta arrivato dall’altra parte dell’emisfero le domande riguardo alla sua situazione lavorativa si sono fatte sempre più insistenti e numerose. Stufo di dover dare risposte piuttosto ripetitive, ha deciso di creare un gruppo facebook Doctors in Fuga, raccontando la sua esperienza e dando qualche consiglio per chi fosse interessato a lavorare fuori.


Attualmente il gruppo conta più di 43.000 iscritti e ogni giorno vi sono decine di post e commenti attraverso i quali moltissimi medici si preparano per lasciare il paese. In migliaia già sono partiti. Riflettendo insieme sul successo della sua idea, Davide sottolinea come la crisi economica abbia avuto un ruolo fondamentale nella crescita rapidissima del gruppo. Un altro aspetto interessante è il moltiplicarsi di iscrizioni e domande ogni volta che avvengono cambiamenti politici in Italia. “Si vede schizzare il numero delle iscrizioni, magari mille in una settimana. È gente che teneva botta fino a quel momento però c’è stata quella goccia che ha fatto traboccare il vaso.”


Alla domanda se ha mai pensato di tornare in Italia, Davide risponde ridendo:



* l'audio fa riferimento al paragrafo seguente *


“Si, per le vacanze!” ma la realtà è che non ci pensa proprio, non è nei suoi programmi. È rammaricato con la cultura sociale-politica italiana e con la mentalità che ne consegue: il fatto che non vengano rispettate le regole, che non vi sia un riconoscimento del merito e la grande tolleranza nei confronti della corruzione “che puoi definire più che altro come mancanza di trasparenza, non ti spieghi perché una cosa viene fatta in una maniera piuttosto che in un’altra. Poi si sa in realtà il motivo: ci sono interessi personali o interpersonali dietro. Alla fine è così, l’importante è chi c’è dietro di te, che sia un parente politico o un professore.” Ci racconta di casi di medici che fatto carriere incredibili all’estero, negli Stati Uniti o in Germania, ricevendo però scarsissima considerazione in Italia. “Dare posti di rilievo a gente che è incompetente, che non ha il merito porta inevitabilmente a una perdita di produttività ed efficienza delle strutture.


Il problema è quindi la mentalità che c’è in Italia a non piacere a Davide.

Gli dispiace criticare così duramente il suo paese però: “nel gruppo Doctors in fuga siamo 43mila. Significa che non sono l’unico a pensarla così.”



In seguito allo scoppio della pandemia di covid-19, tutte le problematiche relative alla carenza di personale nelle nostre strutture sanitarie sono venute a galla. Per gli addetti ai lavori non era assolutamente una novità. I primi articoli e servizi che hanno trattato in maniera approfondita queste tematiche risalgono al 2011. È infatti in quell’anno che viene pubblicato uno studio dell’ANAAO (Associazione Nazionale Aiuti e Assistenti Ospedalieri) che aveva previsto la mancanza di 30.000 medici entro il 2021, bloccati dalle poche borse di specializzazione. Una situazione simile si è venuta a verificare anche per gli infermieri. In entrambi i casi la situazione era dovuta ai grandi tagli e ai pochi investimenti.


Sempre in quegli anni Davide era stato contattato da una rivista belga specializzata in economia che era stata tra i primi ad accorgersi del suo forum e della fuga di medici e infermieri dall’Italia.

Il tema però non è mai entrato pienamente all’interno del dibattito pubblico e all’interno delle agende politiche nazionali e regionali.


Durante la nostra ricerca ci si è aperto un mondo: esistono centinaia di blog, video su youtube e gruppi facebook che raccolgono testimonianze e informazioni per chi fosse interessato a emigrare.

Da segnalare inoltre come questa situazione in parte di crisi non è passata inosservata in Europa dove molti paesi hanno creato percorsi di assunzione per infermieri e medici italiani, avviando collaborazioni con le università italiane e in alcuni casi attraverso aziende private, come Linguedo.

Si spera dunque che non sia necessaria un’altra pandemia per rendersi conto di quanto questa situazione sia ancora oggi alquanto critica.


Di Stefano Chianese, Elena Lupica







Sitografia


http://www.anaao.it/userfiles/24-25.pdf https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=74279

https://www.epicentro.iss.it/politiche_sanitarie/ocseSistemaSanitario08

https://www.ilsole24ore.com/art/italia-senza-medici-ma-ogni-anno-1500-fuggono-all-estero-ACEXBKi

https://www.raiplay.it/video/2018/01/PresaDiretta-Medici-in-prima-linea-3f7c05ee-5b76-4e26-8f3f-b79b86bb9818.html