DUE PAESI, UN SISTEMA

Sembra che sia passato un secolo dal primo lockdown italiano, a marzo 2020. Nell’anno e mezzo che è trascorso da allora la percezione del passare del tempo si è dilatata, e il COVID-19 ha catturato quasi completamente l’attenzione dell’opinione pubblica (nei Paesi del primo mondo, se non altro).


Eppure, la pandemia non ha impedito alla Terra di continuare la sua rivoluzione attorno al Sole, né alla popolazione di Hong Kong di portare avanti la propria contro il governo filocinese. E non è un caso che io abbia scelto di usare questo termine: lo slogan più sentito ad Hong Kong nel corso degli ultimi anni è stato “liberare Hong Kong, la rivoluzione dei nostri tempi” (motto che è stato bandito dal governo, sia in forma parlata che scritta che rappresentata graficamente).


Hong Kong appare e si sente come uno Stato a sé rispetto alla Cina continentale, anche se, in teoria, formerebbero un unico Paese con due sistemi diversi: il governo cinese non può legalmente costringere Hong Kong a indossare il suo collare, e non ha in mano alcun guinzaglio per obbligarlo a muoversi come vuole. A meno che, ovviamente, il governo di Hong Kong non decida autonomamente di obbedire.


L’ondata più recente di proteste nella zona è iniziata a marzo 2019, anche se non è che l’ultima di una serie. Già nel 2014 diverse centinaia di manifestanti scesero in piazza per richiedere l’ampliamento del suffragio e per protestare contro una legge elettorale che permetteva al governo cinese di vagliare (e scegliere) preventivamente i candidati al governatorato di Hong Kong. Benché la protesta fosse pacifica, l’intervento della polizia con lacrimogeni ed altri strumenti aggressivi di dispersione costrinse i manifestanti a proteggersi con degli ombrelli, quasi tutti di colore giallo – da qui il nome “Rivoluzione degli Ombrelli”.


Le ragioni alla base delle proteste iniziate nel 2019 sono diverse da quelle del 2014, anche se il minimo comun denominatore rimane il controllo capillare di Pechino sulla realtà della città: il motivo scatenante, infatti, è stata una proposta di legge che avrebbe permesso l’estradizione dei criminali da Hong Kong alla Cina – un altro tassello di indipendenza perso a favore del governo continentale.


A seguito dell’annuncio della proposta, i cittadini sono scesi per le strade a migliaia, scontrandosi (non per loro volontà) con le forze dell’ordine, per un totale probabilmente sottostimato di 2,600 manifestanti feritə. Ci sono video e testimonianze di come la polizia sia stata colpevole di uso eccessivo della forza e di arresti senza giusta motivazione, e Amnesty International ha direttamente verificato e confermato alcune di queste affermazioni; le forze dell’ordine sono inoltre sospettate di aver avuto un ruolo in alcuni di quelli che sono stati archiviati come suicidi, le cui vittime erano manifestanti, e in stupri di dimostranti arrestatə.


Gli ombrelli sono uno dei pochi dispositivi di sicurezza per chi partecipa alle rivoluzioni di Hong Kong, insieme a impermeabili, elmetti di sicurezza, e occhiali protettivi: cose semplici, spesso usate nella quotidianità, e acquistabili senza problemi da studentə e persone giovani.


Le manifestazioni, infatti, hanno avuto vari leader, ma la maggior parte erano (o sono ancora) universitarə – come Joshua Wong, Agnes Chow, Nathan Law, tuttə sotto i trent’anni – unitə da una visione democratica e libera per il futuri del loro Paese. Le grandi folle che hanno bloccato per giorni, a più riprese, le principali arterie della città, erano per lo più composte da persone molto giovani (inclusə liceali) piene di sogni e della forza per cercare di realizzarli nonostante si trovassero a fronteggiare il gargantuesco governo cinese – non è esattamente come protestare in uno Stato democratico, anche se le manifestazioni sono raramente sicure al cento per cento ovunque ci si trovi.


In quelle proteste si muoveva palpabile il futuro, negli slogan gridati, nei cartelloni alzati in aria, nell’occupazione pacifica di punti strategici di Hong Kong e nel supporto che ogni manifestante dava al vicinə quando questə era statə feritə dalle forze di repressione.


Il futuro di un Paese – la gioventù – dovrebbe avere voce in capitolo sulle politiche del luogo dove vive, no? D’altro canto sarà suo un giorno.


In teoria, la risposta è ovvia. In pratica, è un concetto che non è stato metabolizzato completamente neppure nelle democrazie. Davvero ci si può aspettare che lo faccia una dittatura come al Cina?


È chiaro che sarebbe assurdo anche solo sperarlo – il comportamento del governo cinese è di gran lunga più grave di una banale sordità selettiva nei confronti di chi è giovane; questo, però, non può e non deve fermare l’opposizione. Mi rendo conto che sia facile per me, che vivo in un Paese dove dissentire è permesso, fare questi discorsi; ad onor del vero, però, la popolazione di Hong Kong non si è lasciata intimidire. Per quanto riguarda il suo governo, la situazione è diversa.


Le proteste del 2019 hanno fatto scalpore, per qualche mese, nella stampa e nell’opinione pubblica occidentale – ci sono foto aeree che ritraggono queste maree oceaniche di persone riversate in strada, che si muovono all’unisono o che mantengono salde la posizione. Parte del fascino era rappresentato proprio dalla giovane età dei manifestantə e dal loro ingegno nel trovare scappatoie legali per continuare a manifestare, nuovi modi per comunicare quando i canali principali erano chiusi, idee innovative di protestare.


Poi è arrivato il COVID.


E il primo Paese in cui è arrivato è stato proprio la Cina – e, di conseguenza, poco dopo a Hong Kong, che per qualche tempo ha continuato però a ribollire imperterrita. Perfino le misure che ormai consideriamo anti-contagio sono state utilizzate dal governo della città per mettere in difficoltà i manifestanti: poco prima che scoppiasse la pandemia, il Capo esecutivo Carrie Lam aveva imposto il divieto di utilizzare mascherine, che chi protestava già usava da tempo per nascondere il volto ed evitare di essere identificato – ingannando i software di riconoscimento facciale utilizzati dalle forze dell’ordine sulla folla. Il divieto è ovviamente durato solo qualche mese: non solo era stato inserito in una città culturalmente abituata ad indossare mascherine per proteggere la propria salute, ma è arrivato in un momento in cui il resto del mondo, compresa la Cina, viaggiava obbligato nella direzione opposta.


Durante il 2020 le manifestazioni non si sono mai sopite del tutto, ma hanno chiaramente accusato il peso dei lockdown e delle altre misure preventive, e la Cina e il governo di Hong Kong ne hanno approfittato per dare un giro di vite: nell’estate del 2020, la Cina ha approvato per Hong Kong una legge sulla sicurezza nazionale, che prevede che la polizia locale possa fermare chiunque sia accusato di “attività terroristiche” e gesta di “sovversione, sedizione, e secessione”. Sì, in questo elenco possono rientrare, a discrezione del singolo poliziotto, le imprese dei manifestanti. Da colonia britannica, Hong Kong si sta trasformando in colonia cinese.


Perché il governo di Hong Kong è così arrendevole nei confronti di Pechino? Beh, un peso nella questione lo ha sicuramente il sistema elettorale della regione autonoma: fino a poco tempo fa, la legge contro cui si sono scatenate le proteste del 2014 prevedeva che soltanto trentacinque membri del Consiglio Legislativo (ossia il parlamento monocamerale) di Hong Kong su settanta fossero scelti attraverso elezioni.


A maggio 2021 è stata approvata dallo stesso Consiglio un’ulteriore riforma elettorale che non solo riduce la proporzione di candidati eletti a venti su novanta, ma che introduce anche il potere di veto del governo cinese su tutte le nomine più importanti, compresa quella a governatore. Il motivo? Assicurarsi che tutti i candidatə abbiano uno spirito patriottico, il che, tradotto, significa che siano prontə ad allinearsi con la politica cinese senza tentennamenti. In realtà, ad oggi il Consiglio è già composto da una maggioranza stabile filocinese: nel corso dell’ultimo periodo, un numero elevato di membri dell’opposizione si è dimesso come forma di protesta nei confronti di Pechino.


Sembra che le sabbie mobili dell’oppressione in cui il governo cinese ha intrappolato Hong Kong stiano aumentando la loro trazione. I giovanə cittadinə stanno tentando di resistere, ma è difficile farlo da solə, soprattutto quando molte tra le personalità più carismatiche delle proteste sono state arrestate e/o allontanate dalla vita pubblica.


Reuters riporta che l’Unione Europea sta considerando l’opzione di inviare una delegazione a Hong Kong per discutere della nuova riforma elettorale dopo averne denunciato l’illegittimità anche secondo i trattati internazionali, ma non si azzarda a fare di più. Che conseguenze potrebbe mai avere la minaccia di una delegazione, se non quello di irritare Pechino? Perché l’Unione Europea continua a proporre soluzioni che chiaramente hanno al massimo un temporaneo e limitato peso politico?


Il problema è proprio questo: il carattere passeggero dell’attenzione mediatica, pubblica, internazionale e sovranazionale. Quando avvengono fenomeni come quello delle rivolte di Hong Kong, la considerazione che l’Occidente rivolge loro è contingentata alla novità e al nemico che c’è dall’altra parte delle barricate – la Cina fa ovviamente gola come oggetto di critica – ma lo sguardo si posa in fretta su altri avvenimenti, e nel corso degli ultimi due anni ce ne sono stati a bizzeffe.


I manifestanti di Hong Kong hanno chiesto più volte al resto del mondo di non ignorare né dimenticare la loro battaglia, ma sembra che le loro parole siano cadute nel vuoto. Abbandonare Hong Kong non è solo immorale, ma è anche poco lungimirante da parte nostra: con la piega negativa che ha preso l’andamento della democratizzazione nel mondo, è preoccupante che una città così combattiva e con valori così forti di libertà stia venendo inglobata, legge per legge, politica per politica, diritto per diritto, da un Paese così spiccatamente autoritario come è la Cina.


La linea di difesa deə giovanə di Hong Kong non può essere costituita solo da ombrelli: c’è bisogno di leggi, sanzioni, aiuti concreti da parte della comunità internazionale che non si concretizzino in mere parole. La rivoluzione dovrebbe essere guidata daə cittadinə di Hong Kong e sostenuta da aiuti consistenti, che non siano improntati a loro volta a una prevaricazione successiva – Hong Kong non vuole e non deve essere una colonia, né cinese né occidentale. Hong Kong vuole essere libera. 復香港,時代革命.



di Anna Credendino

*illustrazioni di Susanna Quartesan