E SE DOMANI NON MORISSE PIÙ NESSUNO?

“Il giorno seguente non morì nessuno”.

Così José Saramago apre il suo romanzo, “Le intermittenze della morte”, che più che mero racconto è un vero e proprio esperimento mentale. Il giorno in questione non è uno qualsiasi, è il 31 dicembre, per antonomasia un momento di transizione, porta di passaggio tra un prima e un dopo. L’anno scorso, allo scoccare della mezzanotte, mai avremmo immaginato quale dopo la dea fortuna avesse in serbo per noi mortali. Così, anche nel Paese senza nome di Saramago (ma che mi piace pensare sia il suo paese natìo, il Portogallo) gli abitanti, con lo spumante in mano e le lenticchie tra i denti, festeggiarono, ignari di cosa la storia avesse in serbo per loro.

La parola storia la scriviamo con l’iniziale minuscola. Il perché lo capirete meglio leggendo il libro, per ora posso solo dirvi che scriverei Storia se si trattasse di una sola ed unica signora Storia, allora si tratterebbe di nome proprio. Ma di storie ce ne sono tante, ognuno di noi ne ha una e non solo. Ogni animale, foglia o sasso, dal ghiacciaio più antico alla farfalla più giovane, insomma proprio tutti ne possiedono una propria. Eppure noi uomini siamo così egocentrici da pensare che ce ne sia una sola, con la s grande, quella dei libri. Ci piace pensare, forse perché fa da balsamo al nostro dolore, che questo benedetto 2020, sia appunto uno di quegli anni che segna la Storia, quella grande e importante che tutti ricordano e che viene studiata a scuola. I personaggi di quel Paese la pensarono esattamente così. Anche loro, di fronte alla straordinarietà di quegli eventi, si sentirono protagonisti della Storia, di una, unica e irrepetibile. Certo, non capita tutti i giorni di vedere la morte scioperare. A caldo gli abitanti del suddetto paese furono travolti dall’euforia collettiva, di fronte a una tal fortuna non si poteva che festeggiare. Decisero quindi di appendere ai balconi la bandiera nazionale (suona familiare?) perché in quel Paese, quel solo ed unico in tutto il mondo, nessuno avrebbe più visto i propri cari morire. E fu orgia di bandiere.

Ma una volta finita la festa bisogna fare i conti con la realtà. Qual è il futuro di una società che invecchia a dismisura? Chi penserà alle case di riposo, agli occasi, per dirlo con le parole di Saramago, in sovraffollamento? Cosa succederà ai malati terminali, destinati a vivere in un eterno limbo tra vita e morte? In poco tempo la situazione tracima fino a diventare tragica, a tratti tragicomica, ai limiti del macabro. Come in ogni emergenza che si rispetti, è compito della politica trovare soluzioni. Propria dei politici è l’arte della retorica, meno propria è invece la capacità di trovare soluzioni pratiche che mettano a terra la teoria. Perciò va da sé che le istituzioni si rivolgano agli esperti, che quando si parla di morte non possono che essere filosofi. I quali si divisero in due scuole di pensiero: pro vax e no vax? No. Ottimisti e pessimisti. All’interno del dibattito c’è chi immagina un futuro migliore senza morte e chi invece vede solo gli svantaggi pratici di questa stramba sorte. Ed è attraverso le elucubrazioni di questi filosofi, o aspiranti tali, che lo scrittore portoghese ci trasporta dolcemente, ma mai in modo diretto, verso quella che è la domanda delle domande, in questo caso potremmo dire la Domanda, forse superiore gerarchicamente alla celeberrima “Qual è il senso della vita?”.

Beh la Domanda in questione è “A cosa serve la morte?”. Può forse la cosa che più temiamo e che consideriamo per antonomasia il peggior pericolo per la società essere invece utile? Rimetto al lettore la facoltà di rispondere.


Le simmetrie con la situazione attuale sono davvero molte, a volte inquietanti per quanto precise, e molti sono gli stimoli di riflessione che ne derivano, ragion per cui consiglio vivamente la lettura di questo libro. Ora più che mai. Le intermittenze della morte è stato scritto nel 2005, ma non mi sorprenderebbe se fosse di quest’anno. È senza luogo e senza tempo.

Saramago racconta una società per raccontarle tutte. Le varie parti in gioco, descritte attraverso caricature, sono in realtà i colossi su cui si fonda il mondo post moderno.

Dalla stampa a caccia del titolo più esclamativo ed apocalittico, alla mafia (o dovrei dire maphia) che si sporca le mani in tacito accordo col governo. Senza tralasciare poi la Chiesa, impegnata a sopravvivere alla peggior crisi che abbia mai vissuto in secoli di storia. Ma non voglio spoilerarvi nulla, la trama è tutta una sorpresa.

Il premio Nobel per la letteratura portoghese è in quest’opera, come le altre del suo repertorio, sottilmente ironico, piacevolmente romantico e, perché no, eversivo. Sempre magistrale.


In conclusione, non so se questo libro mi abbia dato le risposte che cercavo.

Ho sempre trovato il tema della morte di grande stimolo e non solo angosciante, ma d’altronde il suo grande fascino sta nell’essere tutti interrogativi e nessuna risposta.

Credo, però, che questa lettura mi abbia permesso di concludere questo anno sfortunato con delle consapevolezze in più.

La prima è che è sempre una questione di parti. In ogni situazione, per quanto drammatica possa essere, c’è chi ne trarrà vantaggio e chi invece verrà travolto senza tregua.

Che ci piaccia o no, a stabilire chi sarà vincitore e chi vinto è in gran parte la sorte. L’intervento dell’uomo è secondario.

La seconda, strettamente legata alla prima, è che è impossibile stabilire se in futuro le cose andranno meglio o peggio, ci è dato sapere solo che cambieranno.

Il cambiamento sarà sempre al di là dei nostri più lungimiranti pronostici.

La sorte ha molta più fantasia di quanta ne abbiamo noi.

Forse è questo l’aspetto che più di tutti ci accomuna agli abitanti del Paese.

L’averla sottovalutata.


di Eva Saldari