"ERANO CINQUE MESI CHE STAVAMO IN QUELLA CASAMATTA..."

Di guerre coloniali rimosse dalla memoria collettiva è piena l’Europa; fa parte di questa nutrita compagine il conflitto tra le forze occupanti spagnole e le tribù berbere guidate da Abd el-Krim, consumatosi nella regione montuosa del Rif in Marocco tra il 1921 e il 1926.

Oltre al portato tragico dell'oppressione coloniale e della perdita di vite umane, la guerra del Rif esacerbò le tensioni sociali e politiche in Spagna, preparando il terreno alla dittatura di Primo de Rivera. Proprio nel Marocco sotto il protettorato e nella Spagna sospesa tra movimenti rivoluzionari e militarismo reazionario ci trasporta El blocao di José Díaz Fernández, un romanzo uscito nel 1928 ma solo recentemente tradotto e pubblicato in italiano (Casamatta, Miraggi edizioni, 2018).

L’opera complessiva di Díaz Fernández, giornalista e militante repubblicano socialista morto in esilio in Francia dopo la guerra civile, si inserisce nel solco dell'avanguardia letteraria declinata in chiave attenta e partecipe ai problemi sociali, superando il disimpegno estetizzante proposto da Ortega y Gasset. I sette capitoli che compongono il romanzo, strutturati come altrettanti quadri autoconclusivi, prendono spunto dall'esperienza di Díaz Fernández come militare di leva e autore di corrispondenze giornalistiche dal fronte (di cui in appendice al libro troviamo una selezione) nel 1921-22; protagonisti di queste storie, simili ad aneddoti raccontati dall’io narrante, sono coscritti male in arnese, abbrutiti dalla vita al fronte e comandati da ufficiali tanto incapaci quanto boriosi, arrivando nel capitolo Condannato a morte a ricordare certe pagine sulla prima guerra mondiale di Emilio Lussu.

A fare da collante tra i capitoli, oltre ad alcuni personaggi minori ricorrenti del reggimento la cui caratterizzazione è appena abbozzata, quasi a renderli archetipi della condizione del soldato, è il narratore interno: un osservatore, coinvolto a volte indirettamente e a volte direttamente negli eventi, in cui si mescolano l’intorpidita complicità verso i meccanismi perversi della guerra e della forma mentis colonialista, la compassione che malgrado tutto permane verso un’umanità piena di storture, e il basso continuo dell’anelito a una presa di coscienza e di azione politica.

I personaggi femminili incarnano, ben più degli uomini, la chiamata all’azione e la capacità di metterla in pratica. L’esempio più pregnante è l’anarchica Angustias, bombarola, spigolosa, intransigente, che mette a nudo tutta l’inettitudine (da tipico personaggio del romanzo borghese, verrebbe da dire) del narratore di fronte alla politica come all’amore, la vita che ingiunge all’arte di muovere le chiappe e passare le munizioni. Proprio Angustias diventa l’unico trait d’union fra due lotte e due società, quella spagnola e quella araba, che per tutto il resto del romanzo corrono strade sordamente separate: scavando appena più in profondità nel “bel suol d’amore” di Tetuan, non c’è tresca esotizzante che tenga fra i militari spagnoli e le donne marocchine, le due Aisha e Africa oggettificata fin dal nome, personaggi filtrati dallo sguardo orientalista della narrazione ma in grado di affermarsi nel lampo di un’azione di guerriglia, una fuga, una pugnalata, un negarsi a quella volontà di possesso che, nell’ultimo capitolo, porta a un finale nefasto la splendida Carmen, un sogno erotico della truppa che si schianta in una realtà sordida e dolente.

In un momento in cui il pubblico e il mercato editoriale sembrano manifestare un crescente interesse per la storia e la letteratura sui colonialismi europei del XX secolo, riscoprire Casamatta apre una finestra su un conflitto poco noto ai più, coevo a un’altrettanto rimossa guerra italiana in Libia, con uno stile narrativo in cui convivono nitida, immaginifica prosa modernista e le suggestioni tipiche dell’orientalismo, testimonianze anch’esse della loro epoca e dell’immaginario che ci porta in dote.


di Vittoria Princi