Facciamo un gioco

14 – 06 - 2020


Facciamo un gioco.


Hai 22 anni e vivi a Bologna. Devi iniziare il terzo anno di Scienze Politiche, ascolti sempre la musica alta e lo spritz da Ken è una religione. Esci spesso perché è estate e Bologna si colora di rosa, le piazze sono piene di un chiacchiericcio goliardico e ti godi la balotta. È sabato sera e dopo una bevuta tra amici ti avvii verso la fermata dell’autobus. Da Piazza Verdi la strada è breve ed hai voglia di fare due passi, godendoti l’aria tiepida e i portici delineati da quella luce calda.


Con ancora addosso l’ebbrezza della serata imbocchi Petroni, schivi i gruppi di persone, magari saluti qualcuno che riconosci, butti uno sguardo a piazza Aldrovandi e svolti in Strada Maggiore. Costeggiando il Portico dei Servi, ti dirigi verso la porta, appena prima della fermata di via Mazzini. I bassi della musica che hai nelle orecchie rimbombano sotto le arcate e ti viene quasi da ridere pensando a come ti vedono da fuori: una tamarra che più che camminare, balla. “No ma giuro che in realtà ascolto musica decente”, però lo sai che quando sei brilla adori il trash.

Il pavimento liscio accompagna il tuo deambulare tranquillo dallo sguardo trasognato, che si sofferma sulle insegne e sulle scritte delle colonne, senza leggerle. Ormai ci sei quasi, vedi la porta, quel vicolo sulla destra, come si chiama.. non so, quello subito prima dell’incrocio coi viali. C’è poca luce, ma mamma Bologna ti coccola: ti senti a casa. “This is the rythm of the night, oh night, oh y” Una mano ti afferra il sedere. La sensazione è quella di un vetro che si rompe. Gelo. Ti volti. Sono due, ghigno beffardo e sguardo che ti penetra come una lama affilata. “Bella dove vai da sola?” “Quanto prendi troietta” “Vieni con noi” “Madonna quanto sei rigida”. La mano continua a palparti, un’altra ti afferra per la spalla, strattonandoti. Lo sai che devi correre, lo sai, ma è come in uno di quei sogni in cui il cervello da’ un ordine e il corpo non risponde. Paralizzato.


Ti divincoli e corri, corri di istinto come una bestia inseguita. E i predatori inseguono, sono sempre più vicini e il semaforo è rosso. La mente è bloccata, cerca di calcolare il meno peggio: essere investita o essere violentata. Lampioni, rumore di passi, traffico, fiatone. Una bottigliata diretta alla nuca, la schivi, corri più veloce. Cazzo non sai come sia stato possibile. Ti ritrovi alla fermata. È un miracolo, i due sono spariti. Sei terrorizzata, ansimi, ti guardi nervosamente intorno.

Nella tua mente ogni rumore è un sussulto, ogni parola un insulto, ogni persona un pericolo. Te la senti ancora lì avvinghiata quella mano viscida che ti risucchia la dignità, i sogghigni ti rimbombano in testa. “Troia”. Ti senti sporca, ma di una macchia che non si può lavare, un ingorgo nello stomaco che non puoi vomitare. Ti siedi in autobus e pensi “È colpa mia: il mio vestito è troppo corto” “Mi sono truccata” “Non dovevo tornare a casa da sola”. “Ma cazzo sono nel centro di Bologna, alle 10 di sera. È pieno di polizia in giro, le strade sono sicure” No?

Ebbene no, perché che il tuo nome sia Marta, Anna, Giulia, che tu abbia 15 anni o 50, che tu sia a Bologna, a Orvieto, a Palermo, che indossi una gonna o dei pantaloni larghi, non cambia nulla.

Non sei una persona, sei una donna, e come donna non ti chiedono il permesso, né per uno sguardo famelico, né per una palpata. Il tuo corpo non è tuo, è degli altri. Gli altri decidono con che cosa debba essere coperto, in che contesti possa essere scoperto, in che modi possa essere violato. Alla fine, però, la colpa è sempre tua. E la cosa paradossale è che quella colpa te la senti veramente addosso: è il peccato originale.

Perché ti insegnano che l’uomo è istintivo e la donna accomodante, il maschile è forza e il femminile passività, la Chiesa, lo Stato, il Sistema Economico normano e tu devi assecondare, anche quando prendono le decisioni al posto tuo. Essere una donna in Italia oggi significa avere paura di tornare a casa da sola, significa passare minuti davanti allo specchio a chiedersi se la gonna è troppo corta o la maglietta troppo scollata, significa farsi andar bene gli sguardi da macellaio. Significa avere il terrore di denunciare perché spesso comporta esporsi ad altra violenza e leggere quotidianamente sui giornali articoli che giustificano il violentatore, incolpando chi subisce.

Avvenimenti come questo meriterebbero un’analisi politica approfondita, una riflessione sui sistemi di dominio che li generano, sulle narrazioni che li legittimano, sugli stereotipi vittimizzanti che ogni giorno ci raccontano passive e isolate … ma non è questo lo spazio: i dati li conosciamo e ci sono decine di pensatrici in grado di spiegare qual è la realtà sociale in cui viviamo meglio di me.

Vorrei solo ricordare che questa non è una storia, è la realtà di due giorni fa. Non è un caso, è la normalità, sempre che si accetti di considerarla tale. La violenza di genere è una prassi sistemica: non siamo neanche vicin* alla parità, tantomeno al rispetto della dignità di chi non è un uomo bianco etero cisgender benestante. Questo non è un gioco. - a S. , non sei sola Di Virginia Tallone