FONTE AMARA


In mente avevo flash poco chiari di un libricino che si apriva sui primi di giugno: avevo cominciato a leggerlo durante il mio primo anno di liceo e lasciato a metà. A metà perché ai tempi non capivo il senso del descrivere dinamiche del periodo fascista dal punto di vista di persone che lo vivevano nell’ignoranza (nel senso di non curanza) di chi è talmente povero da non sapersi tale e da non immaginarsi nemmeno di poter essere altrimenti.

Al che, dopo anni, riprendo il piccolo romanzo dalla libreria, lo spolvero e riconosco Renato Guttuso in copertina, l’opera è l’Occupazione delle terre incolte in Sicilia. Anche se Silone immagina Fontamara in Abruzzo, la condizione dei “cafoni” -come li chiama lui nel romanzo- (se non altro) non discrimina: è la medesima ovunque essa si manifesti. Il pittore raffigura un’occupazione che è un po’ l’opposto di come la immaginiamo: è un trascinarsi indifferente di persone su una terra della quale -però- queste sembrano più il prodotto selvatico che la forza che le lavora. Le terre sono ondulate e colorate, fremono quasi, mentre la massa è piatta, ammucchiata e distante al tempo stesso. Così sono pure gli abitanti di Fontamara, «un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago del Fucino».

Un romanzo, ai tempi, da me lasciato a metà perché non riuscivo a capire la scelta di quei personaggi, di quella terra, di quella storia. Il mio è stato un mettere da parte simile a quello con cui i fontamaresi si negano la possibilità del riscatto, perché talmente calati nella loro ingiusta e stretta casella sociale, da esserne inconsapevoli vittime e (nella passiva accettazione) anche un po' carnefici. L’inconsapevolezza è la stessa di quei ragazzini che simulano per gioco in foto la ‘scena’ di un uomo soffocato a terra nella condizione impostagli dalla -sarcasmo della sorte- autorità che per eccellenza dovrebbe garantire il corretto vivere civile: la polizia. Fontamara è attuale e con esso anche le dinamiche dell’autoritarismo, la cui specialità è quella di agire indisturbato sotto il velo della legge.

Potrei a questo punto raccontarvi la storia, ma preferisco restare quanto più possibile 'ampia', cercando (e sperando) di incuriosire prima di indignare -se qualcuno vedesse qui un inno alla rivoluzione proletaria-. Senza pretesa di orientare un qualcosa che è già critico e politico di suo, le mie vogliono essere semplici considerazioni scaturite dalla lettura di un ‘libricino’ fatto di poche, semplici ma dense parole.

Mi limiterò a descrivervi i fontamaresi come persone continuamente tratte in inganno, manovrate e sfruttate da un sistema dominato, nel piccolo microcosmo abruzzese, dall’Impresario. L’Impresario è il podestà, ruolo che i cafoni non riescono a cogliere se non quando, cercando il sindaco per protestare la deviazione del ruscello che irrigava le terre di Fontamara, viene loro spiegato che non esistevano più sindaci, ma solo podestà. «A noi era del tutto indifferente come si chiamasse il capo del comune. Ma [...] la gente istruita è sofisticata e si arrabbia per le parole».

Dopo l’ennesima ingiustizia a danno degli già stremati paesani -«carne abituata a soffrire»- una loro fallimentare manifestazione di protesta porta una squadraccia fascista ad irrompere nelle loro case, stuprare le donne e schedare, di queste, i mariti come sovversivi al regime. Berardo Viola, fontamarese dotato di forza e destino brutale, decidendo di evadere dalla realtà di paese, vede venir fuori il suo animo resistente: incontra un partigiano con il quale però viene incarcerato, ed è dietro le sbarre che matura in lui il seme della politica. Purtroppo è lì che Berardo muore, ma la memoria del suo coraggio di sfidare la condizione impostagli, sprona i suoi compaesani a fondare un giornale, il “Che fare?”. Come i più bei frutti della terra, però, questa realtà ha vita breve: Fontamara viene distrutta e i soli tre testimoni della storia, valicati i confini italiani si ritrovano senza una meta ma, carichi della responsabilità che la testimonianza di cui si fanno portatori gli pone addosso, non possono che domandarsi «che fare?».

Fontamara è un romanzo di denuncia, di riscatto degli "ultimi". Ultimi che però saranno messi in condizione di diventare i primi? Non basta un detto per incoraggiare alla presa di posizione, specie se in esso si cela il "trabocchetto" su cui giocano molti -se non tutti- gli assetti di potere: perché prima ancora del numero uno c'è lo zero.

- Giulia Damiano