GLI OSPEDALI ITALIANI DURANTE L’EMERGENZA COVID

Un sistema sanitario da ripensare


Per anni, nel nome della spending review, la sanità è stata una voce di tagli massicci. All’appello, dai primi anni 2000 ad oggi, mancano una trentina di miliardi di investimenti. Con lo scoppio della pandemia tutti i malfunzionamenti e la precarietà che i pochi investimenti e qualche ladrocinio avevano provocato sono venuti alla luce con forza. Abbiamo deciso di intervistare operatori delle ambulanze, medici e infermieri per sentire i loro racconti e per sapere cosa non ha funzionato e cosa andrebbe cambiato.


LA PRIMA ONDATA


L’inizio della pandemia

Marzo 2020. Il focolaio di Codogno è ormai fuori controllo. Il numero di positivi al COVID-SARS-19 aumenta esponenzialmente di giorno in giorno; dal 12 marzo il governo italiano impone un lockdown su scala nazionale per alleggerire l’insostenibile pressione che insiste sul sistema sanitario. Le televisioni cominciano a trasmettere immagini dagli ospedali che riflettono la drammaticità della situazione: pazienti ammassati nei corridoi, operatori sanitari stremati e senza attrezzatura. Nelle parole di chi ha visto nascere l’emergenza dalla prima linea:


È vero che si è fatta medicina di guerra? “Sì. Probabilmente si è fatta una medicina giusta. C'era un limite per l'intensità di cure a soggetti fragili come i più anziani, che nel caso non rispondevano positivamente alla terapia massimale, pre intubazione, si evitava di intubarli, dal momento che le possibilità di miglioramento erano pochissime e le complicazioni per un intervento così invasivo troppe. Ovviamente ne sono morti anche tanti che non erano nell’età giusta per lasciarli andare. […] Forse non proprio di guerra, il livello delle cure a Bergamo era comunque alto, ma un po’ più basso della normalità. Abbiamo spedito un sacco di gente in giro per l’Italia e in Germania con gli aerei militari, i tedeschi sono venuti a prendersi le persone.

Non mi viene da dire di no perché non era proprio guerra ma… [smette di parlare]”

Sofia, medico specializzando nel reparto di rianimazione al Papa Giovanni XXIII di Bergamo.


“Lavoravo in reparto covid a bassa intensità. Come primo lavoro è stato pesante: avevamo 24 pazienti, molti anche giovani, che avevano bisogno di supporto respiratorio anche abbastanza invasivo; non respiravano questi poveracci. (…) Svuotavamo un letto, mandavamo qualcuno a casa e subito ne arrivava un altro. Oppure c’era gente fuori dal reparto, sui letti, che aspettavano di entrare. Era tipo “muore quello, fai entrare l’altro”. É stato molto duro: ogni giorno entravi in reparto e sapevi di qualche paziente che doveva morire. (…) C’erano persone che non avevano niente [nessuna malattia pregressa n.d.r.] e comunque sono morte di covid.”

Carlo, infermiere neoassunto all’ospedale di Rivoli (TO).


“Marzo per me è stato un mese particolare. Ero molto preoccupato di non poter rivedere la mia compagna e la mia famiglia; avevo preso un biglietto aereo per l’8 di marzo, stavo andando a festeggiare il mio compleanno dalla famiglia in Puglia. Ciò non è mai avvenuto: sono stato chiamato per un turno aggiuntivo in ospedale per aiutare i miei colleghi.”

Per quanto non hai visto la tua famiglia? “Li ho contati, sono stati 110 giorni”.

Donato, infermiere in medicina d’urgenza al policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna.



Protezione dal contagio: mancano i presidi

Uno dei limiti più grandi della gestione della pandemia nella prima fase è stato quello relativo alla fornitura di dispositivi di protezione: il mancato rispetto del fabbisogno di presidi sanitari ha contribuito, in alcuni casi, a trasformare gli ospedali nei luoghi per eccellenza di diffusione del contagio. In Piemonte Alessia, infermiera in un ospedale di Torino nord, racconta come ogni operatore infatti indossasse due camici, uno “pulito” sopra uno “sporco”; la carenza di camici costringeva a riutilizzare il camice “pulito” dopo un turno come camice “sporco” per l’operatore successivo. Alessia è poi risultata positiva al covid, nel mese di maggio. Anche Carlo, infermiere all’ospedale di Rivoli (TO), riporta che nel reparto di terapia subintensiva molti infermieri si sono ammalati di covid perché avevano dispositivi di protezione inadeguati. Le testimonianze della vicina Lombardia consegnano un quadro più vario: se negli ospedali dei grandi centri (Milano e Bergamo) i dispositivi, a parte un periodo iniziale di assestamento, sono stati disponibili in quantità adeguata, Simona (nome di fantasia), infermiera in un piccolo ospedale pubblico della provincia di Mantova adibito al trattamento dei pazienti covid meno gravi racconta una storia diversa:


“A marzo è mancata l’attenzione necessaria a gestire un paziente infettivo: bisognerebbe cambiare il camice dopo ogni contatto, ma ciò non accadeva (perché mancavano i camici). I reparti non erano a norma, non c’era il necessario ricambio d’aria, mancavano i presidi sanitari; dovevamo tenere una mascherina SP2 per tre turni consecutivi.”

La situazione è migliorata soltanto grazie alle donazioni di un comitato cittadino che ha raccolto i fondi necessari per l’acquisto dei presidi (CPAP, caschi, mascherine).


In Emilia Romagna, invece, sia Gianna (nome di fantasia), tirocinante all’ospedale Maggiore di Bologna, che Donato, testimoniano come la fornitura di dispositivi di protezione, salvo brevi periodi, sia stata sempre adeguata. Donato segnala come colleghi della Puglia gli riferissero di una situazione marcatamente più grave circa la disponibilità dei presidi sanitari necessari.


Turni infiniti e bonus come “mance”

Un altro aspetto da approfondire è come i professionisti sanitari, in particolare infermieri e medici precari/specializzandi, sono stati tutelati e retribuiti. L’assunzione e l’adeguata retribuzione di personale sanitario è infatti rilevante non solo a livello di riconoscimento del lavoro individuale, ma anche perché, come emerso da tutte le nostre interviste, la mancanza di personale è stato il più grande limite strutturale della gestione della pandemia. Clelia, infermiera al San Raffaele di Milano, come tanti colleghi è stata trasferita dalla sala operatoria al reparto covid. Durante i mesi della prima ondata i turni erano da 12 ore: 3 o 4 infermieri, insieme soltanto a un medico anestesista, dovevano gestire 9 pazienti. Carlo invece, laureato il 30 marzo, ha cominciato a lavorare già il 6 aprile; assunto tramite contratto covid per “tappare i buchi” in ospedale, non ha avuto modo di fare affiancamento (periodo in cui viene spiegato al neoassunto come gestire il reparto in cui lavora, in questo caso covid) fino ad agosto. Ha ricevuto un bonus di poco più di 100€ netti. Anche Simona (Mantova) dice di aver ricevuto un bonus (350€) e riporta inoltre come non ci siano state nuove assunzioni, lasciando scoperta una falla presente già da prima dell’emergenza. Lei è assunta a tempo indeterminato, ma i contratti a scadenza non sono stati rinnovati. Gianna (Bologna) ci riporta un’esperienza particolare: dopo che il suo tirocinio è stato sospeso con l’inizio della pandemia, l’università ha organizzato il progetto “A Un Metro da Te”, volto a dare supporto a medici e infermieri che affrontavano l’emergenza. L’adesione al progetto era su base volontaria e Gianna ha scelto di partecipare. Svolgeva attività di monitoraggio e comunicazione del risultato dei tamponi e la richiesta era altissima, segno di una forte necessità di manodopera anche il quell’ambito di gestione della pandemia. Sempre da Bologna, Donato racconta come fosse costretto a fare i doppi turni fin dai primi giorni dell’emergenza, durante la quale tutte le ferie e i permessi sono stati bloccati. Anche lui ha ricevuto il bonus compensativo, ma ritiene, e così i suoi colleghi al Sant’Orsola, che esso non possa essere sostitutivo di uno stipendio commisurato ai rischi e alle responsabilità che gli infermieri si prendono ogni giorno. Attualmente non è così, anche contando gli straordinari che a suo dire non sono molto più alti del normale. Donato esprime una riflessione condivisa anche da Gianna, che pure non ha ancora iniziato la sua attività professionale, ovvero che gli operatori sanitari in Italia non sono valorizzati e retribuiti a sufficienza, soprattutto considerando la media europea e internazionale.


Ospedali in difficoltà

Nei mesi più intensi della prima ondata le strutture ospedaliere hanno dovuto farsi carico di un numero di pazienti decisamente maggiore rispetto al normale, nei casi peggiori saturando i posti a disposizione al punto da dover selezionare chi far entrare, in base all’aspettativa di vita dei pazienti. Questo è successo a Bergamo dove Sofia, non senza emozione, racconta di aver lavorato in un contesto dove veniva di fatto applicata la medicina di guerra e di come si sia trovata a dover curare anche colleghi dottori o infermieri che lavoravano con lei. In Piemonte, per far fronte all’emergenza, interi reparti covid sono stati creati da zero. Molti reparti sono stati riconvertiti per far spazio ai pazienti covid. Questi cambiamenti sono stati sicuramente fondamentali per riuscire a far fronte all’emergenza, ma hanno avuto un costo e delle complicazioni. Alessia infermiera di sala operatoria (no-covid) a Torino ha notato come molti pazienti con altre patologie all’infuori del coronavirus, si sono visti impossibilitati a ricevere cure mediche o hanno preferito rimandare all’estate, temendo di essere contagiati in ospedale, peggiorando però così il caso clinico. “Ho visto casi più gravi di quelli precedenti alla pandemia perché molte persone, per paura di venire all’ospedale e contagiarsi, hanno aspettato, cosa che non avrebbero fatto in altri momenti e questo ha peggiorato il quadro clinico. Gli interventi erano più difficili: banalmente, togliere una colecisti è un intervento da 45 minuti, dopo il covid le colecisti duravano in media 1 ora e mezza, due”. Donato ci racconta una storia simile sottolineando come la paura del contagio, nei mesi della prima ondata, abbia frenato le persone a recarsi in ospedale anche in casi di infarto.


Focolai nelle RSA

Molti malati, soprattutto i più anziani, non sono riusciti neanche a farsi ricoverare e hanno perso la vita nelle loro case o nelle RSA. Giulia, 26 anni, di Milano, neodottoressa in medicina, lavora da giugno al Redaelli, una delle poche RSA pubbliche nel panorama lombardo. Parlando con i colleghi medici ed infermieri, che hanno lavorato lì durante la prima ondata, si è fatta un’idea piuttosto chiara di come sono andate le cose: “qui è stato abbastanza un massacro, sono moltissimi gli anziani che non ce l’hanno fatta”. In totale, secondo il sindacato Usb, 76 persone hanno perso la vita nella struttura tra il 12 marzo e il 6 aprile. Anche per Fabio, capo ambulanza della Croce Bianca di Querceta, nel nord della Toscana, le RSA sono state le situazioni più difficili. Molte di queste strutture nella zona sono diventate dei focolai e le chiamate si sono succedute con regolarità durante i mesi del lockdown. Fabio che ha molti amici che vi lavorano pensa che la scarsità di mezzi, la mancanza di personale e di investimenti, i pochi dispositivi di sicurezza e gli stipendi molto bassi, abbiano avuto un ruolo fondamentale nel determinare livelli di attenzione insufficienti, facendo scoppiare l’epidemia in questi centri così sensibili.



Rabbia, solitudine e solidarietà

Quale impatto psicologico hanno avuto queste difficili condizioni di lavoro su medici e infermieri? La sensazione provata, nei periodi più intensi della prima ondata, è stata “quella di impotenza, data dalla consapevolezza di aver un certo tipo di formazione ma ciononostante di non poter fare nulla”, come racconta Gianna.


Molti degli intervistati ricordano come momenti più duri quelli in cui le persone prima di essere intubate chiamavano i parenti, senza la certezza di poterli rivedere. Un altro aspetto raccapricciante era vedere l’elevato numero di morti quotidiano.


“La cosa più brutta che ho visto è stata quando qualcuno moriva. Lo dovevi mettere dentro a una sacca tipo spazzatura, lo mettevi lì dentro, lo disinfettavi e poi non sapevi che fine facesse, i parenti non potevano neanche vedere la salma” ricorda Carlo che stando in terapia sub intensiva riusciva a parlare con i pazienti ricoverati “C’è stato un paziente che aveva sui 70 anni, non li dimostrava, era alto, in forma, andava sempre a correre, non aveva altre patologie gravi. L’ho visto degenerare dal parlarmi normalmente, in modo lucido a vederlo pian piano avvilirsi fino alla sua morte. È stata una scena molto brutta.”


I mesi di marzo e aprile sono stati estremamente provanti dal punto di vista psicologico per il personale delle strutture sanitarie che hanno messo a disposizione servizi di aiuto, sponsorizzati sui siti degli ospedali o tramite avvisi all’interno dei reparti. Rimangono però delle criticità: non tutte le strutture hanno attivato sportelli d’ascolto se non a fine pandemia e spesso il personale non è riuscito a recarsi in quelli aperti a causa di orari coincidenti con il turno o per il troppo carico di lavoro. Alcuni hanno sopperito al problema rivolgendosi privatamente a uno psicologo, in altre situazioni, come descrive Donato “Il supporto psicologico ce lo siamo dati a vicenda parlandoci, confortandoci e rimanendo concentrati”.

Simona racconta di come nel suo reparto ci sia stato tra il personale un forte spirito di gruppo e di solidarietà: alcune colleghe hanno fatto una colletta per comprare un tablet da fare usare ai pazienti covid in isolamento affinché potessero telefonare a casa.


“L’aiuto psicologico serve, serve sempre. La sindrome post traumatica da stress è comune nel nostro ambiente, medici, infermieri è molto comune, più di quello che si vuole far credere.” aggiunge Fabio.


UN’ESTATE (QUASI) NORMALE?


Dalla retorica degli eroi ai negazionisti

Nei mesi di marzo-aprile la figura dell’infermiere, o in generale di chi lavorava in ospedale, è stata presentata a livello mediatico come “eroica”.


“Sembra che il mondo si sia svegliato in questo momento rendendosi conto che esiste l’infermiere quando fino a ieri l’infermiere era quello che pulisce il culo delle persone e quello che poi va in pausa caffè e non c’è mai” commenta Alessia a riguardo. Gianna la definisce “una retorica che provoca rabbia; l’impotenza è percepita anche da parte gli operatori sanitari, l’effetto psicologico di un applauso a chi si sente impotente ha il risultato di mandarlo in burnout”.


Donato sostiene che non serva un riconoscimento mediatico ma economico e dal punto di vista del welfare aziendale: il bilancio vita privata/lavoro non è garantito, come non lo era prima della pandemia. Sofia, con rabbia, lamenta di non aver ricevuto alcun tipo di riconoscimento per il suo lavoro, nemmeno il già citato bonus; anche per questo era andata a manifestare insieme ad altri professionisti sanitari davanti alla sede di Regione Lombardia, ma il presidente Fontana non ha nemmeno ricevuto i manifestanti. Il senso di frustrazione è stato ulteriormente aumentato dal repentino cambio di retorica che si è visto quest’estate: “Nessuno ci chiama di nuovo eroi, ma se possibile ci metterebbero al rogo. Dicono che siamo pazzi, che gli ospedali sono vuoti, che le ambulanze girano a vuoto.” dice Sofia.


Negli ultimi mesi si sono svolte varie manifestazioni no-mask di negazionisti del covid. A Simona fa un forte effetto vedere i negazionisti in giro senza mascherina. Lei non ha potuto parlare di persona con suo marito per mesi, a causa del suo lavoro. Il primario dell’ospedale dove lavora Carlo è diventato famoso sui social per aver scritto un post contro i negazionisti, invitandoli a visitare un reparto covid. “È una settimana che riceviamo telefonate dal mattino di gente che dice «sono un negazionista, voglio prendere un appuntamento perché voglio vedere il reparto», abbiamo la gente fuori dall’ospedale che fa i video, che entra di nascosto nel pronto soccorso a far le foto.” Ma a provocare rabbia non sono solo queste manifestazioni ma anche le scelte del governo: “è stato un errore non rendere obbligatorio l’uso della mascherina anche d’estate” spiega Sofia.


Segnali d’allarme


Una seconda ondata, per la maggior parte degli intervistati, era prevedibile. “Sapendo quali sono i meccanismi del virus si poteva prevedere che col ritorno del freddo l’esposizione al virus sarebbe salita e così i contagi” dice Gianna e lo conferma anche Donato che aveva osservato attentamente degli studi sul fenomeno del virus. A conferma della teoria c’era la realtà di tutti i giorni: Fabio per tutta l’estate ha continuato a fare servizi covid. Paesi come Francia e Spagna erano già in seconda ondata, fa notare Carlo, che aggiunge: “Già il 28 agosto avevamo aumenti in terapia intensiva”. Giulia, riferendosi alle RSA, racconta: “un mese fa (ottobre) c’erano zero pazienti covid, nel giro di una settimana c’è stato il primo reparto isolato, significa che è bastato trovare un solo paziente positivo per dichiarare tutto il reparto “covid”, la settimana successiva c’erano cinque reparti così.”


Una seconda ondata, prevista e attesa, è ormai già cominciata.



SECONDA ONDATA: DISASTRO ANNUNCIATO


Al 16 di novembre 2020 l’Italia conta 1,2 milioni di persone contagiate dal coronavirus e più di 45 mila morti, la curva pandemica ha visto una continua impennata nelle ultime settimane e il rischio lockdown totale si fa sempre più probabile. Per cercare di evitare questo scenario catastrofico dal punto di vista economico, il 2 novembre il governo ha varato un nuovo DPCM, che ha causato molte frizioni con i presidenti delle regioni e le opposizioni. Il decreto stabilisce nuove restrizioni su scala regionale in base al grado di contagio e di rischi del collasso del sistema sanitario, in caso di crescita esponenziale dell’epidemia. L’Italia si è trovata divisa in zone: rosse, arancioni e gialle.


Novembre in bilico


In Piemonte (zona rossa) la situazione è critica: 125 mila persone sono state contagiate e 5000 hanno perso la vita. I contagi, nonostante le restrizioni, non diminuiscono abbastanza: se ne contano +3400 il 15 novembre. Carlo presenta un elemento in più di preoccupazione: “la prima ondata è stata peggio a livello organizzativo, eravamo meno organizzati. Però, se devo essere sincero, e ne parlavo anche con dei miei colleghi -sia anestesisti che infermieri- loro mi dicevano (e lo penso anch’io) che comunque i pazienti che abbiamo intubato adesso sono più gravi rispetto a marzo/aprile perché sono giovani, sono tutti più o meno sui 50 anni, sei giovanissimo per avere conseguenze tali da essere intubato (…). La cosa più grave è che quasi nessuno di loro ha altre malattie, loro hanno solo sviluppato la polmonite da covid e quindi è quella la cosa che ci preoccupa: quelli di prima, bene o male, avevano altre malattie, questi invece quasi tutti non hanno niente e sono giovani. Poi guariscono, lentamente, quelli che muoiono sono però i più anziani. A livello di pazienti è peggio adesso. Non siamo ancora pieni ma in realtà perché abbiamo mandato via 3 pazienti che non erano guariti ma non avevano più bisogno del tubo e ora ce ne arrivano altri tre.”


Anche la Lombardia è zona rossa fin dai primi di novembre, se nella prima ondata però le zone più colpite erano state la città di Bergamo e la Val Seriana, adesso l’epicentro si è spostato nella città di Milano e i suoi dintorni colpendo la città di Monza e la Brianza. La rabbia e la preoccupazione si alternano e si alimentano nelle parole di Sofia, che ha visto da vicino le conseguenze del covid: non si capacita di come sia potuto succedere di nuovo ed è preoccupata per la famiglia che vive a Milano. Non riesce a farsi un’idea chiara di quale sia la situazione: leggendo i giornali e sentendo i parenti le sembra leggermente meglio di com’era a Bergamo, però guardando i numeri la situazione le sembra praticamente identica.


Sempre in Lombardia Simona, nel mantovano, sottolinea come la situazione sia critica ma ancora stabile. Il supporto di alcune cliniche private della zona, che stanno mettendo a disposizione dei posti letto, ha permesso di alleggerire il carico dagli ospedali. Tuttavia, se il numero di pazienti dovesse crescere rapidamente, la situazione diverrebbe ingestibile, dal momento che i reparti sono quasi saturi.


Il personale: un problema irrisolto


Il tema più sentito dalla grande maggioranza degli intervistati circa l’organizzazione degli ospedali durante la seconda ondata è di nuovo quello della carenza di personale nei reparti: secondo Sofia, ad esempio, si sarebbe dovuto preparare un elenco di medici e infermieri da assumere il giorno in cui fosse scattata l’emergenza. Donato invece ci racconta nel dettaglio cosa significa trattare dei pazienti altamente infettivi come quelli covid:


“Ancora oggi dobbiamo fare doppi turni per aiutare i colleghi che vanno a fare notte. Arrivano fino a 40 sospetti covid ogni notte (…) Questi pazienti vanno gestiti con gli appropriati dispositivi di protezione, quindi ogni volta che si entra o esce dalla zona sporca bisogna compiere un’operazione di svestizione e vestizione che allunga notevolmente i tempi (un semplice prelievo che normalmente richiede tra i 5 e i 10 minuti ora ne richiede 40-45), sempre che ci sia fuori un altro infermiere fuori dalla zona sporca che passa il necessario a chi è dentro. A fronte di questo aumento nel minutaggio dell’attività di cura, e a fronte dell’elevatissimo numero di pazienti che si stanno presentando, la dotazione organica del reparto è rimasta la stessa di prima del covid. (…) Trovo paradossale che in molte regioni abbiano sospeso i concorsi pubblici. Questi problemi che si riscontravano anche a marzo, ma anche prima in realtà. Non ci si è mossi preventivamente a livello di istituzioni pubbliche.”


Per quanto complessivamente soddisfatto del modo in cui la struttura in cui lavora si è adattata alle esigenze dettate dalla pandemia, soprattutto a livello infrastrutturale, Donato rimane molto critico sulla “mancata ricalibrazione della dotazione organica di ciascun reparto”. In questo senso è interessante un’altra storia riportata da Gianna:


“Dal 24 al 26 ottobre era aperto un bando della Protezione Civile per un contratto di 4 mesi per fare contact tracing, aperto anche a studenti che sarebbero stati pagati però la metà degli operatori sanitari. 15€ all’ora lordi per esporsi al covid… Se uno non ha altra scelta accetta, ma con questa retribuzione il rischio assunto non viene riconosciuto. D’altronde se il governo fa bandi aperti agli studenti è chiaro che la situazione è tragica. Inoltre il personale che lavora in ambulanza o pronto soccorso non riceve soldi in più per il rischio infettivo, perché chi lavora nel pulito non è considerato a rischio: c’è un grande disconoscimento delle professioni sanitarie.”

Tornando nel mantovano, si era già detto come il personale fosse scarso a marzo; Simona racconta che non sono state fatte assunzioni durante l’estate e dunque il problema si ripresenta oggi, con la differenza che se durante la prima ondata molti lavoratori arrivavano dal Sud per supplire ad alcune mancanze, oggi la diffusione più ampia dell’emergenza sul territorio nazionale non permette questi spostamenti, perché la forza lavoro è richiesta ovunque. L’arrivo, ai primi di novembre, di un medico di 24 anni, suscita in Simona il dubbio su come sia riuscito a laurearsi in tempo. Inoltre, come riporta Giulia, la medicina del territorio non funziona:


“potrebbe essere una risorsa infinita, alleggerirebbe tantissimo il carico dagli ospedali. Se si creassero anche solo dei centri per i codici bianchi, gestiti dai medici di base si consentirebbe di non avere file infinite al pronto soccorso. Tanti piccoli centri sul territorio per poter alleggerire i grandi ospedali super specializzati.”.


Durante l’estate sono aumentati i numeri di bandi per essere assunti nelle varie ASL a causa della disperata necessità di personale. Il problema è che i contratti erogati, come spiega Carlo, sono:


“di lunga durata e a tempo determinato. Io sto per fare un bando di tre anni, senza la garanzia che tra tre anni si farà un concorso a tempo indeterminato. Significa che al termine del contratto me ne devo andare, si farà un altro concorso e si prenderà gente che non è pronta per lavorare in alcuni reparti, al contrario di chi ha già una formazione. Alla sanità costa di meno avere dei precari.”.


Secondo diversi studi citati anche dai massimi esperti in tema di Sanità, come Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, attualmente in Italia vi è un “buco” di circa 50.000 infermieri e circa 15.000 medici specialisti.



Quali speranze per il futuro della sanità?


Dalle testimonianze riportate emerge una contraddizione tra la mancanza di manodopera e la scarsa disponibilità da parte delle istituzioni pubbliche a retribuire adeguatamente i professionisti sanitari. Questa ipocrisia istituzionale suscita nei lavoratori della sanità rabbia, frustrazione e la sensazione di non essere presi in considerazione. I sindacati degli infermieri, insieme ai medici e agli OSS, hanno organizzato diverse manifestazioni per ottenere maggiori riconoscimenti, senza ottenere grandi risultati. Si può sperare che seconda ondata sia un’occasione per risolvere il problema della precarietà nelle professioni sanitarie, prima di arrivare a un punto di non ritorno?


La fine della crisi appare ancora lontana. L’eventuale realizzazione di un vaccino, da alcuni prevista per gennaio, non arresterà la pandemia e i limiti del sistema sanitario nazionale rimarranno tali. Parlando con il personale sanitario è emersa una situazione di precarietà, mancanza di mezzi, scarso riconoscimento del lavoro svolto e impossibilità di fare ascoltare le proprie rivendicazioni politiche. L’eccessivo ricorso a contratti a scadenza, specie per i più giovani, e la scarsa retribuzione inopportunamente compensata da pagamenti una tantum privano i lavoratori della dignità che meritano sempre, a maggior ragione in un momento così difficile. Le forti carenze infrastrutturali riscontrate in alcuni ospedali statali, talvolta colmate dalla benevolenza dei privati, aggrava ulteriormente un quadro cui la sanità pubblica, devastata da anni di tagli in bilancio, non è più in grado di adempiere al meglio al suo ruolo. Si rende necessario quindi un forte ripensamento del sistema sanitario del Paese, accompagnato da un deciso cambio di passo da parte delle istituzioni pubbliche.


Di Paolo Bottazzi, Stefano Chianese, Elena Lupica