GOLDIN, TILLMAS E ARAKI NEL MONDO DEI SOCIAL

Analizzando l'arte degli anni 90, piena di spunti estetici gran parte rivoluzionari, caratterizzata dal punto di vista fotografico da una fortissima intimità e un grande senso di "partecipazione" sia attiva che indiretta da parte dell'autore ma anche una strettissima connessione tra arte e vita, mi sono resa conto di quanto siano stati lungimiranti alcuni fotografi nel saper intuire una rivoluzione culturale che sarebbe avvenuta poco dopo attraverso i social network e tutta la rete digitale.


La generazione X 2.0, oserei chiamarla, non può ormai più immaginare come sarebbe il mondo senza la condivisione privata e quotidiana all'interno di queste piattaforme. Siamo ormai abituati ad essere bombardati di informazioni private sulla vita della gente. Questo continuo e incessante bisogno di condividere con una virtuale tribù di rete i nostri pensieri, le nostre immagini, che può sfociare anche nell'eccesso, tocca tutti, chi più chi meno. Di sicuro la nostra vita è molto diversa rispetto a quella dei nostri nonni; me ne rendo conto io stessa quando sento il bisogno di fotografare un piatto di lasagne appena sfornato e postare una foto su instagram prima di mangiarlo. E' una cosa che mi fa paura perchè molto spesso lo facciamo inconsciamente, quasi involontariamente, con un'automaticità incredibile, proprio perchè ormai abituati a questo tipo di condivisione virtuale. Ma non sono qui per giudicare positivamente o negativamente quanto i social abbiano influenzato le nostre vite perchè anche il mio pensiero risulterebbe contradditorio visto che un giudizio unico non potrebbe esistere poichè dipende molto dalle situazioni in cui ci troviamo (basti pensare a quanto la rete digitale sia stata importante se non fondamentale nel periodo di lockdown, come unica e salvifica finestra sul mondo).


Per comprendere l'arte degli anni '90 bisogna innanzitutto dire che si fonda e basa le sue radici in un clima di profonda rivoluzione avvenuto nel decennio precedente: un clima anti ideologico (storicamente dettato da due grandi "cadute", il muro di Berlino 1989 e unione sovietica nel 91) e di totale libertà operativa, capace di superare l'atteggiamento didattico e pedagogico dei decenni precedenti. Una libertà che si concretizza nel poter essere in mille modi diversi, senza per forza doversi incasellare in dei ruoli etichettati.

Possiamo dire che le parole chiave dell'ultimo decennio del 900 sono "partecipazione" e "presenza", una presenza dell'autore che ci dice esplicitamente di aver vissuto una determinata esperienza: un esserci qui e adesso partecipe e consapevole, un po' come facciamo noi oggi nel flusso incessante di foto casuali che scattiamo con il nostro telefono per partecipare ad una presenza virtuale nella nostra "vita parallela" rinchiusa nella scatoletta luminosa.


Gli autori lungimiranti di cui parlavo all'inizio di questo spero non troppo noioso articolo sono Nan Goldin, Wolfgang Tillmans e Nobuyoshi Araki.

A tutti e tre sembra adattarsi alla perfezione l'etichetta di "fotografia da album di famiglia": la loro fotografia è carica di valori sentimentali derivanti dall'appartenenza del fotografo al contesto di ciò che sta fotografando, una sorta di panismo che avviene tra chi sta fotografando e la scena fotografata. Come se ognuno di questi tre autori si trovasse all'interno della scena (per Araki è proprio così) pronto ad abbracciare gli oggetti e le persone fotografati. Un coinvolgimentio affettivo derivante dal solo gesto del fotografare. Tanto che la Goldin stessa dice "fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, un'accettazione".


Come dei diari privati i loro progetti: la Goldin racconta in modo drammatico le conseguenze e la diffusione dell'hiv, Tillmans racconta gli amici nel corso di rave parties in stile "istantanea diaristica" (come una delle foto che potremmo scattare noi a degli amici ubriachi durante una serata). Una fotografia bassa e non curata nell'aspetto formale e compositivo: un po' quelle foto da camera che un qualunque adolescente può avere.

Araki invece realizza scatti tra il 1983 e il 1985 nei locali di prostituzione di un quartiere di Tokyo con la presenza in molte di queste immagini dello stesso autore. Stilisticamente caratterizzate da un tono basso esattamente come i due precedenti, emotivamente efficaci e familiari (come se stesse raccontando un pranzo di famiglia).


Tutti sotto la categoria di "diario privato ma pubblico", un po' come facciamo noi con le nostre stories. Dei blog (che deriva da web log cioè diario di rete) artistici e concettuali che anticipano ciò che un po' tutti facciamo oggi.

Condividere con il mondo, in modo pubblico, la nostra presenza e le nostre esperienze che altrimenti rimarrebbero incastrate nella nostra mente, in qualche cassettino della memoria.


Sicuramente loro non sono stati gli unici, anzi moltissimi autori hanno mischiato la loro vita privata alla loro arte, raccontando se stessi nel modo più naturale e comune possibile. Raccontare, rendere partecipi se stessi e gli altri, questa è la filosofia dei social che utilizziamo ogni giorno. Una filosofia già presente prima che i pixel e il sistema binario digitale cambiassero le nostre vite.


Il bisogno di "esserci", esserci sempre e dimostrare di esistere attraverso i nostri post (come se non pubblicare qualcosa per tanto tempo volesse dire scomparire) e diventare quasi trasparenti, gettando nella rete tutto ciò che prima restava dentro la nostra camera, è segno di una consapevolezza d'esistenza così forte da volerla urlare al mondo o segno di timida incertezza?

Quando condividiamo cose private, quando le nostre lacrime o le nostre risate vengono date in pasto ai pesci della rete, ci sentiamo più vivi? Se qualcuno vede una nostra esperienza, è l'esperienza stessa più reale? o si svaluta diventando un'esperienza casuale tra le 1000 esperienze di 1000 persone che seguiamo sui social?


Non so dare una risposta, so solo che tutto ciò che è privato sta piano piano diventando pubblico, tanto che posso pensare (anche sbagliando) che guardare il profilo di una persona che non ho mai visto possa essere già un punto di partenza per capire, conoscere e sapere molte cose di quella persona.


Quanto siamo capaci di censurare la nostra vita nei nostri diari pubblici 2.0?


di Paola Zamataro