GRASSOFOBIA È POTERE

“Con questi jeans sembri una balena!”. Similitudini grassofobiche a servizio del potere.

Vi è mai capitato di porvi davanti ad uno specchio e cercare le angolazioni in cui il vostro corpo appariva più adeguato ai vostri desideri e alle vostre aspettative? Vi siete mai impostə di iniziare una dieta ferrea, oppure di recarvi in palestra il più frequentemente possibile con l’intenzione di perdere peso e iniziare ad “amare” il vostro corpo?


Vi sembra azzardato dire che chiunque viva in quest’epoca, nella società occidentale, abbia fatto esperienza di questi vissuti?


Michel Foucault, sociologo e filosofo francese, analizza come in ogni periodo storico siano esistite pratiche di normalizzazione dei corpi. Una serie di abitudini e parametri normativi a cui tutti devono uniformarsi per essere riconosciuti membri apprezzabili di una data società. In passato la normalizzazione dei corpi avveniva attraverso pratiche violente e di restrizione fisica da parte dell’autorità dominante. La relazione tra corpi e potere è pertanto sempre esistita, ma con l’arrivo del capitalismo questo legame è diventato più vincolante, anche se meno esplicito. Il potere infatti non ha manifestazioni esplicite sui corpi come in passato, ma viene veicolato dai membri della società stessa, attraverso meccanismi di autosorveglianza e autoregolamentazione. La paura di essere sottoposti allo sguardo giudicante degli altri membri della società diventa dunque la principale arma dell’autorità dominante, che esercita il suo potere su chiunque, senza dover compiere il minimo sforzo.


La società occidentale ha stabilito bene i suoi parametri di accettabilità e desiderabilità sociale. In questi rigidi schemi i corpi grassi, le soggettività trans, le persone disabili sono considerati inadatte o addirittura devianti.


Prendiamo in analisi la narrazione che viene fatta dei corpi grassi e di dove essi si localizzano all’interno della società stessa. La propaganda anti-grasso viene diffusa fin dai cartoni animati. La persona grassa viene raccontata come qualcuno da ridicolizzare o da cui mantenere il più possibile le distanze perché indice di non popolarità, incompetenza e alle volte cattiveria. Facciamo alcuni esempi.

Nel film animato del 2015 Inside out, il personaggio di “Tristezza”, viene associato ad una figura bassa e grassa, che messa a confronto con il personaggio di “Gioia” alta e magra, racconta ai bambini e alle bambine cosa fare e verso cosa tendere per essere felici.


Poldo dal cartone animato Braccio di ferro e Marilù dal cartone animato Leone il cane fifone, vengono descritti come personaggi di poco intelletto, spesso bisognosi di aiuto perché ingenuamente finiscono nei guai. Grassi, pigri, mangioni e per questo poco svegli!


Lady Cocca, la grossa oca del film animato Robin Hood del 1973, viene descritta come sciocca, buffa, goffa. Ridicola nelle sue movenze. Contrariamente Ursula, la perfida figura della pellicola La sirenetta del 1989, spinge la sua malvagità a tal punto da rubare la voce alla splendida Ariel, per poter finalmente sfoggiare una “sua” peculiarità positiva al mondo marino.


Questi sono alcuni degli esempi esplicativi di come il grasso venga raccontato a partire dall’infanzia (seppur si tratti di esempi datati, sarà sufficiente sintonizzarsi in un qualsiasi canale dedicato all’infanzia, per trovarne di attualissimi). Questo tipo di narrazione diviene violenta nel momento in cui viene assimilata dai bambini e dalle bambine che, vivendo in un corpo grasso, sentono negato il diritto di sognare di diventare un giorno il personaggio principale di una storia comune. Viene loro negato il diritto di sognare di essere il personaggio che salva o quello meritevole d’amore, capace, ammirato, intelligente.


Spingendoci oltre l’infanzia, arrivando ad analizzare la narrazione dei corpi che viene fatta al pubblico adulto, ci rendiamo conto che i corpi grassi non appaiono usualmente nei programmi mainstream. Gli unici riflettori che si accendono su di loro sono, ancora una volta, quelli del giudizio e della ridicolizzazione. Programmi come “Obesi, un anno per rinascere”, “The biggest loser”, “Grassi contro magri”, “Obiettivo peso forma”, “Teenagers in crisi di peso”, “Una famiglia a dieta”, non fanno altro che marcare il confine tra corpi generando sempre più aspettativa e pressione sull’aspetto fisico delle persone. Molto spesso ciò che viene raccontato di un corpo grasso è la pigrizia, la mancanza di volontà della persona di conformarsi perdendo peso. Di chi si pensa che scelga di vivere in un corpo grasso, si pensa diventi “inadatto” alle interazioni sociali oltre che, alle volte, improduttivo. La non collaborazione nel mondo lavorativo rende le persone con corpi grassi bersagli esposti delle critiche di qualsiasi altro membro del sistema.


Questi meccanismi danno dunque vita all’occhio sociale giudicante di cui parlava Foucault, generando fenomeni violenti come il body shaming e la discriminazione sistemica. Per body shaming si intende una forma di bullismo direzionato verso le persone con corpi non conformi: come ogni forma di bullismo la principale missione è quella di instillare la vergogna nelle vittime. Per discriminazione sistemica si intendono invece tutti quei meccanismi che le agenzie sociali mettono in atto per escludere e marginalizzare alcune fasce di popolazione.


Inutile dire che questa postura sociale provoca effetti disastrosi alla popolazione che subisce discriminazioni sul proprio aspetto fisico, tanto da costituire un limite del normale svolgimento della loro vita. La fobia sociale che assale le persone discriminate, ossia la paura di trovarsi in determinate situazioni sociali, di essere osservati, di trovarsi nella situazione di doversi esporre (come nel lavoro o a scuola), può essere amplificata da alcuni atteggiamenti della collettività. Le persone che si auto eleggono giudici supremi e con supponenza emettono giudizi sui corpi altrui utilizzando frasi come “sembri una balena”, non fanno altro che determinare le persone per la sola forma del loro corpo. Questo tipo di riconoscimento dell’altro non è solo discriminante e umiliante, ma anche disumanizzante. La risposta delle persone che subiscono questo tipo di giudizi si sviluppa tipicamente (ma non esclusivamente e non per tuttə) in due direzioni: l'auto reclusione e/o l'auto derisione. L’auto reclusione è la decisione di ritirarsi dal mondo sociale e dunque di evitare di netto le critiche altrui e il confronto stesso con le persone: costituisce un grave problema sociale e di difficile risoluzione, in quanto le persone che decidono di autorecludersi non sempre hanno reti sociali di supporto che possono aiutarle ad affrontare e superare il momento. Per quanto riguarda l’auto derisione, si tratta di una strategia di difesa molto comune tra le persone che subiscono body shaming o comunque commenti indesiderati sul loro aspetto, che basicamente consiste nell’assecondare il giudizio degli altri rincarando la dose e cercando di riderci sù. L’auto denigrazione comporta la perdita dell’autostima, la colpevolizzazione rispetto a quello che si dice e alla forma corporea che si ha, porta a convincersi di sbagliare qualcosa e per questo di non essere meritevole del rispetto, della considerazione e dell’attenzione altrui.


Il salvagente per sopravvivere (o annaspare) in questa tempesta di critiche, giudizi e ridicolizzazione viene lanciato dai fautori della tempesta stessa. Il mercato capitalista infatti, dopo aver creato il “mostro”, ha pensato ad una vasta gamma di soluzioni del tutto illusorie per legittimare l’esistenza di queste persone, e soprattutto... per fare in modo che anche loro consumino.


Quasi tutti i brand di vestiti, partendo da Gucci per finire con H&M, le piattaforme di acquisto online come Zalando, o le aziende che producono prodotti per il corpo come Dove, hanno iniziato a scegliere e preferire modelle curvy per le loro pubblicità. Purtroppo dietro questa scelta non si cela il bonario tentativo dell’inclusione, ma il tentativo di stimolare empatia tra le parti e condurre all’acquisto dei prodotti pubblicizzati. La grammatica di queste pubblicità prevede la stimolazione del self-love. Le immagini scelte ritraggono dalle forme uniche e il problema da analizzare, infatti, non riguarda l’immagine in sé, ma le frasi da cui queste ultime sono accompagnate. Si utilizzano frasi come “sono le tue imperfezioni a renderti perfetta”, “esalta le tue curve, sei unica, per questo sei speciale”, “prenditi cura di te, perché tu vali!”, “tornerai più forte”. Leggendo questi slogan in un’ottica puramente economica possiamo vedere come l’inclusione di nuovi corpi all’interno di queste pubblicità miri a monetizzare le imperfezioni, non a valorizzarle o accettarle per quelle che sono. Non è con il self-love che si cambiano gli standard di bellezza, non è amandosi che si sfugge alle denigrazioni, non è comprando un bel costume o una crema corpo all’aloe vera che un corpo non conforme legittima la propria esistenza.

Paloma Elsesser per H&M, maggio 2021


L’amor proprio non basta, ed è per questo che l’amico capitale propone altre challenge per le persone con corpo non conforme. La sfida per eccellenza è l’ingresso nel mondo della diet culture. Riviste, applicazioni, internet, ognuno ha libero accesso in ogni momento a prototipi di dieta standard, non vagliate da specialisti e dunque pericolose in quanto non create appositamente per il singolo. Ognuno si sente in grado, ormai, di stabilire per sé e per gli altri cosa quali sono le linee guida da seguire per alimentarsi, senza badare ai rischi che si possono correre data la non competenza medica nel proporsi alcuni tipi di restrizioni.


Ovviamente non c'è niente di male se la scelta di intraprendere un percorso dietetico o di dedicarsi ad un'attività fisica costante è dettata dalla ricerca del benessere personale o discussa con unə specialistə. La problematica che si intende portare alla luce è relativa alla necessità che alcune persone sentono di aderire ai parametri di bellezza, perché legittimano la loro esistenza e accettano il loro corpo solo in base alla loro capacità di uniformarsi e di sfuggire, finalmente, da tutti i tipi di discriminazione a cui sono soggetti.


La discussione sui corpi diviene dunque una discussione pienamente politica. Su questo campo si giocano dinamiche di esclusione e riconoscimento sociale. Su questo campo il capitalismo ha costruito uno dei suoi maggiori mercati direzionando e influenzando la vita delle persone. È per questo che la lotta alla grassofobia è una battaglia portata avanti anche dal femminismo intersezionale, sottolineando l’importanza di eliminare gli standard di accettazione corporea imposti a tutti e tutte.


Fu proprio il movimento femminista Fat Underground che, nel novembre del 1973 in America, pubblicò il “fat liberation manifest”. Un manifesto politico e reazionario, diviso in 7 punti, nel quale si rivendica il diritto delle persone con corpi grassi ad essere riconosciute nelle loro individualità, protette da eventuali discriminazioni, poste a pari diritti rispetto al resto della società. Oggi, a quasi 48 anni dalla pubblicazione di questo manifesto, si sente ancora l’esigenza di rivendicare il diritto alla singolarità e all’unicità.


Ogni corpo ha valore non solo per le logiche di mercato. Ogni persona ha il diritto di amarsi e di essere amato non solo quando la bilancia indica un mini numero. Ognuno di noi dovrebbe avere le stesse possibilità di scelta del vestiario, senza spendere centinaia di euro nel reparto “taglie forti”. Ogni persona merita di camminare per strada senza ricevere insulti e/o osservazioni rispetto al proprio aspetto fisico (negative o positive che siano, in questo caso). L’unicità caratterizza le nostre forme, il non giudizio dovrebbe essere la chiave di volta del nostro benessere.


In conclusione, il 7° articolo del fat liberation manifest:


“NOI rifiutiamo di essere assoggettate agli interessi dei nostri nemici. NOI intendiamo pienamente reclamare il potere suoi nostri corpi e sulle nostre vite. Ci impegniamo a perseguire questi risultati, insieme.”


Che sia insieme, che sia di tuttə, che sia bellezza e ribellione!




- di Letizia Goldone



Audiografia:


- https://open.spotify.com/episode/33LA0zptEowgKRohNDRmFR?si=AvwVxD8bT1uju qhMKRlYEA&dl_branch=1


Bibliografia:


- Grass*, strategie e pensieri per corpi liberi dalla grassofobia; Elisa Manici; Eris edizioni; 2021 - Corpo, genere e società; Rossella Ghigi e Roberta Sassatelli; Società editrice il Mulino, Spa. Edizione del Kindle.


Videografia:


- https://youtu.be/Oe2b6s0e924