HOW I MET MY PARANORMAL DEMOCRACY

La tirannide della Salute e i paladini della Giustizia


Da un anno a questa parte mi sembra di essere la protagonista di una serie televisiva e di dover aspettare il weekend per conoscerne il seguito. Dispersa nella prospettiva di un lontano futuro apocalittico combatto vestita di incertezza un nemico che non vedo e che sembra inattaccabile. Così, in questa furiosa corsa sul filo del progresso, provo a riflettere sul presente in attesa di conoscere al più presto quello che oggi appare uno spaventoso futuro.

Ecco, dai recessi reconditi della memoria mi sopraggiunge un’eco lontana come un ricordo sbiadito: la voce suadente e modulata delle libertà costituzionali. Come abbiamo accettato tutto ciò? In un mondo infettato e oramai irriconoscibile, prostrati al trono della sanità pubblica, portiamo con orgoglio lo stemma di paladini di un bene universale a cui non siamo mai stati tanto aggrappati: dove sono finite le nostre libertà? In una democrazia ridotta ad uno stato d’eccezione permanente, qual è il sequel riservato alle nostre libertà costituzionali? Riuscirà la Costituzione a resistere schiacciata sotto il peso della necessità?


Una cornice sul mondo. Con la diffusione del COVID-19, i governi di tutto lo spettro democratico hanno ripetutamente fatto ricorso a sorveglianza eccessiva e restrizioni discriminatorie sulle libertà. I dati contenuti nel rapporto annuale dell’organizzazione americana Freedom House, Freedom in the World, sono ben poco incoraggianti: la situazione attuale ha segnato il quindicesimo anno consecutivo di declino della libertà globale. La recessione democratica si sta aggravando. I dati evidenziati devono necessariamente farci riflettere: dopo decenni di crescita del fenomeno democratico e delle libertà individuali, sembra esserci una netta inversione di rotta.

Un ritratto tutto italiano. Con l’arrivo del Sars-Covid-19 le azioni governative messe in atto sono state indirizzate principalmente verso l’adozione di misure che limitano l’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali: libertà personale (art.13), libertà di circolazione (art.16), libertà di riunione (art. 17), libertà di associazione (art. 18), di culto (art. 19) …

Non ci deve sorprendere, né tantomeno indignare: non è certamente la prima volta che accade. Historia magistra vitae est, si diceva e, forse, a ragion veduta. Il diritto all’emergenza, infatti, è noto per comprimere le libertà fondamentali: terrorismo, epidemie, recrudescenza delle mafie, guerre. Ed è proprio da questo accostamento pandemia/guerra che intendo partire. Non sarà che la creazione di una normazione di guerra per la lotta al Coronavirus abbia acuito criticità già presenti nel nostro sistema costituzionale esaltandone alcune prassi obsolete e proponendo nuove alternative (per quanto parzialmente inefficaci)? Un modus operandi caratterizzato dall’eclissi di quelle certezze sulle quali non avremmo mai osato sollevare alcun dubbio: le libertà personali. Ai miei occhi è evidente: l’accostamento fittizio che si è venuto a creare tra la crisi sanitaria vissuta dal nostro Paese e la guerra è stata la fonte di una gratuita giustificazione alle limitazioni delle libertà e alla sospensione dei vincoli democratici. Di conseguenza, in questo scontro a cielo aperto contro un nemico naturale, l’appello alla salvaguardia dei diritti e delle libertà individuali dovrebbe essere ancora più forte.


Ricapitoliamo. Il 2020 si è configurato come l’anno della pandemia. Il 2021, chissà. La necessità impellente di salvaguardare il diritto alla vita umana ha ridimensionato, nel nostro piccolo, il mondo e il modo di relazionarsi di ognuno di noi. “Il nostro modo di vivere richiede un impegno corale; […] la cooperazione è la chiave per affrontare l’emergenza, afferma Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale. Un inno che inneggia alla collaborazione, allo stare uniti oggi per non crollare un domani (perché insieme ce la faremo!); un invito ad appellarsi all’imparziale giudizio della Costituzione come una bussola a cui aggrapparsi nell’alta marea dell’emergenza. E se è proprio la nostra Costituzione la bussola che dobbiamo seguire in un mondo senza coordinate, è allora opportuno analizzare il rapporto intercorrente tra sicurezza e libertà. Insomma, fino a che punto è possibile comprimere i diritti costituzionalmente tutelati in ragione del raggiungimento di un bene superiore, quale la salute pubblica? L’articolo 32 della Costituzione italiana sancisce il bilanciamento tra il diritto alla salute e gli altri diritti fondamentali: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività; […] la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” L’articolo appena citato si è prepotentemente imposto quale ulteriore ed invalicabile limite cui vanno soggette tutte le altre libertà costituzionali. D’altra parte, sono le stesse norme costituzionali che riconoscono e disciplinano le singole libertà a prevedere la possibilità di limitarle in casi eccezionali (anche se attualmente normati mediante atti amministrativi invece che tramite il ricorso alla legge). In ogni caso, non deve sorprendere la decisione del Grande Governo Centrale di indirizzare il proprio operato verso uno scopo precipuo: bloccare e reprimere la diffusione del virus in nome di un bene comune. Il nostro ordinamento non ha tardato nella missione di portare a termine tale onere, regalando ad un’Italia - sempre più frammentata e isolata - una copiosa attività normativa che ha dato origine ad una nuova prospettiva giuridica: il diritto d’emergenza. Ma anche le criticità non hanno esitato ad arrivare: malcontenti popolari, controllo stringente sulla quotidianità, pesanti ricadute sulle libertà del cittadino… Così, tassello dopo tassello, l’Italia ha raggiunto il tanto temuto apice cromatico: il colore rosso di un lockdown nazionale. Ma non dovremmo forse nello stato d’eccezione stringerci ancora di più intorno alle certezze democratiche invece che limitarle? E così la saga continua: la tirannide della Salute non intende fermarsi. La trama assume inevitabili tratti orwelliani e la narrazione si tinge di sfumature anti-utopistiche: tracciamenti, controlli, microspie, manipolazioni. Nel frattempo nel Bel Paese il genio italico è libero di sperimentare: ordinanze e contro-ordinanze, promesse e minacce, tinte uniformi e cromatismi di innovativa applicazione.

In questa fase sperimentale dettata dal contesto socio-sanitario che stiamo vivendo, l’Italia si trova in bilico nel “braccio di ferro” di due opposte esigenze: da un lato, il diritto costituzionalmente protetto delle libertà della persona; dall’altro, invece, la necessità di tutelare il diritto alla salute pubblica menzionato all’art.32 Cost. sopracitato. L’unico modo per arginare il fenomeno della pandemia è quello di creare un equilibrio tra questi due opposti interessi apparentemente inconciliabili, ma il cui contemperamento può portare a ridurne notevolmente l’impatto. Un obiettivo che Michelle Bechelet – Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani – ha ben presente. Nelle sue dichiarazioni, infatti, pone l’accento su quell’antico concetto di Stato di diritto di cui, nella convulsione della crisi pandemica, sembriamo esserci dimenticati: “Se lo Stato di diritto non è rispettato l’emergenza sanitaria può diventare una catastrofe per i diritti umani, i cui effetti dannosi supereranno a lungo la pandemia stessa”. Un monito che riecheggia più attuale che mai nella nostra carissima Repubblica (per definizione democratica) dove i diritti vengono riconosciuti e garantiti dalla Costituzione. È compito della Costituzione, infatti, non dei Governi consentire l’esercizio delle libertà da parte dei cittadini. Le libertà di cui siamo stati privati sono il frutto di lunghe battaglie e non certamente di concessioni da parte dell’attuale stella del cinema alla presidenza del Consiglio.

E la Costituzione c’è. La Costituzione regge. Anche soltanto nella sua più intima essenza di assicurare la vita e la salute. Tuttavia, possiamo forse negare il fatto che la tecnica legislativa avrebbe potuto essere più efficace e la certezza del diritto una garanzia migliore? Possiamo non ammettere l’esistenza di un’opposizione, una frammentazione, un’effimera capacità di governare e una spiccata fantasia? Possiamo non riconoscere il fatto che una così pesante limitazione delle libertà costituzionali non avrebbe dovuto essere effettuata tramite atti normativi di carattere amministrativo? E ancora, possiamo forse negare l’abuso di potere da parte dell’esecutivo e la mancata parlamentarizzazione dell’emergenza? Ma – anche se non possiamo – innanzi alle crisi epocali la Costituzione ci regge. Le nostre libertà costituzionali poggiano ancora stabilmente sulla colonna portante della Carta.

In conclusione, affermo che lo Stato costituzionale non è affatto debole, di per sé, e che le sue fondamenta non intendono crollare.

E se così finisce la prima stagione della serie paranormale di cui siamo i protagonisti, non ci resta che attendere la continuazione per scoprire se ci sarà e come sarà il lieto fine.


di Arianna Daicampi