HOW TO GET AWAY WIHT DASPO

È passato poco meno di un anno dall’approvazione del Decreto Sicurezza (meglio conosciuto come Decreto Salvini) e dall’ondata di manifestazioni che hanno attraversato l’intero Paese in opposizione allo stesso, ed è proprio da allora che, in effetti, non si sente più parlare del DASPO urbano. Tra gli elementi critici e contestati del Decreto vi era infatti anche l’estensione del DASPO ai presidi sanitari e agli indiziati per reati connessi al terrorismo.

La questione del DASPO sembra essere sparita dal dibattito pubblico, tuttavia la sua effettiva e tragica applicazione non pare arrestarsi.

Solo pochi mesi fa, nel silenzio generale, sono stati emessi sette nuovi DASPO urbani nella città di Bologna.

I primi provvedimenti erano stati inaugurati nel 2017 a seguito dell’approvazione di un’altra legge, da molti considerata come la formula apripista dei Decreti Sicurezza, a firma Partito Democratico.

Si tratta della legge 48 del 18 aprile 2017, la cosiddetta legge Minniti: una provvedimento recante la definizione delle «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città».

Così prende avvio l’applicazione di queste nuove disposizioni nella città «rossa»: a novembre, in pieno e freddo autunno, con il sanzionamento di dieci senza fissa dimora sotto il portico di Viale Masini. Come accennato all’inizio, la scena quest’anno si è ripetuta a maggio, ancora una volta nell’area urbana tra Via Ranzani, Viale Masini e la Stazione ferroviaria

Facendo un passo indietro e tentando di definire lo strumento del DASPO, bisogna ricordare che esso nasce originariamente nei contesti sportivi al fine di evitare manifestazioni di violenza negli stadi, generalmente associate alle partite di calcio e ai derby in particolare.

La parola DASPO altro non è che un acronimo: il D.A.SPO. è infatti il Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive. È con tale strumento quindi che si interdice la partecipazione a determinate manifestazioni sportive nazionali (e internazionali, in alcuni casi) a soggetti ritenuti pericolosi.

Tuttavia, il percorso che porta all’attuale uso di tale strumento e alla sua rimodulazione in senso urbano è tutt’altro che semplice e riassumibile attraverso poche parole, sigle o acronimi; al contrario, è un percorso frastagliato e attraversato da numerose tappe paradigmatiche che hanno reso il DASPO una misura sempre più restrittiva e severa rispetto a quella prevista con l’introduzione originaria in Italia nel 1989.

In tal senso va ricordata una cesura importante, rappresentata dalle modifiche introdotte con la Legge Amato del 2007, che riformano la durata del provvedimento da un anno a cinque anni potenziali e aumentano le restrizioni (ad esempio, sono previste sanzioni per l'affissione di striscioni!). Ciò avviene a seguito di uno degli scontri più violenti della storia calcistica del nostro Paese: il derby tra le due principali squadre di calcio siciliane, Catania e Palermo, il 2 febbraio del 2007.

Nonostante sia stata ampiamente dimostrata l’inefficacia del DASPO, nel 2017 questa misura viene introdotta con una nuova veste dal Governo Gentiloni.

Esso non si limita più allo spazio delle manifestazioni sportive, bensì si estende allo spazio urbano tutto. Tutto diventa potenziale oggetto di espulsione e di disciplinamento.

In tal modo, il Daspo Urbano dell’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti diventa un efficace mezzo tramite cui si può impedire ai soggetti ritenuti «indecorosi e contrari alla pubblica decenza» l’accesso ad alcune aree della città, ad esempio le infrastrutture aeroportuali o ferroviarie.

Nella legge del 2017, la sicurezza urbana viene definita all’Articolo 4 come «il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città».

Ma la domanda che sorge spontanea ancora oggi è: chi stabilisce cos’è indecoroso? Chi decide cosa è decente e cosa invece non lo è? Cosa significa «decoro»?

A questa domanda prova a dare una risposta esaustiva Giovanni Semi, sociologo dell’Università di Torino, il quale nel 2017, all’indomani dei fatti di Piazza Santa Giulia (da molti vista come una “battaglia della movida”), scrive un articolo lucido e sintetico in cui ci presenta un quadro organico in merito alle problematicità del termine, o meglio del dispositivo «decoro», che a sua detta ha come obiettivo quello di «tracciare confini, di stabilire inclusi, ma soprattutto esclusi» al fine di riorganizzare lo spazio urbano.

Nel definire questa sorta di termine-ombrello dalle tante sfumature, Semi attinge a quanto scritto da Tamar Pitch nel 2013, «indecoroso è chi sta oltre i limiti».

Fra le tante categorie «oltre i limiti» ci sono anche i giovani, ovviamente i più poveri, perché anche la movida e il divertimento devono rimanere qualcosa «da ricchi» e che non tutti possono permettersi. Da una parte, infatti, esiste un divertimento luccicante e costoso e dall’altra parte esistono le birre e le chitarre in piazza, e così anche il tempo libero va disciplinato e gli aperitivi diventano momenti di tensione (vedi i fatti di Torino). A dimostrazione di tutto questo, basti pensare al moltiplicarsi delle cosiddette ordinanze «anti-degrado» nelle nostre città.

Come ci insegna un articolo pubblicato in estate nel blog di Non Una Di Meno a proposito di DASPO, sicurezza e ordine pubblico nelle città, gli esclusi saranno sempre i soggetti fuori norma, coloro che mettono in crisi un modello vetrinizzato di città e che al contempo svelano le contraddizioni del capitalismo e del neoliberismo.

In fondo è altresì una questione antica quella dell’espulsione dalla città, anche nella “democraticissima” polis solo alcuni potevano partecipare alla definizione della città, nonché della comunità politica. Con le dovute contestualizzazioni, un messaggio sembra emergere da quest’azzardata comparazione: «chi ha meno, viene escluso»

In questi anni, Bologna si è rivelata un ottimo esempio per comprendere e studiare le contraddizioni messe in campo dalla retorica del decoro: solo in un anno sono stati emessi cinquanta fra DASPO urbani e «mini DASPO» nelle zone più contese e sensibili della città (zona universitaria, Stazione, Parco della Montagnola), mentre le ordinanze si moltiplicano spostandosi anche alle zone più periferiche, come nel caso del Quartiere Borgo Panigale-Reno. I processi di gentrificazione si rinnovano, assumendo sfaccettature connesse all'invasione delle piattaforme digitali.

Bologna è l'esempio di una emergenza globale, il campo di battaglia è urbano.

Contro la deriva omologante che vuole fare delle nostre città parchi giochi o vetrine per turisti, è necessario interrogarsi quotidianamente sulla città che vogliamo, per noi e per tutti. Si tratta delle città che attraversiamo oggi e che vivremo domani.

Non basta «farla franca», serve lottare, immaginare, pianificare e far sì che i nostri corpi fuori norma e oltre i limiti riprendano parola.

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.


- Silvia Mazzaglia