I FAN DELLE MANGANELLATE

Vent’anni dopo quella “violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea” a opera delle forze dell’ordine che fu il G8 di Genova, la situazione della brutalità poliziesca in Italia dà l’impressione, accentuata dalla cifra tonda dell’anniversario, di un eterno ritorno dell’uguale. Lo dimostrano le rivelazioni sugli abusi commessi dalle guardie penitenziarie nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, o dai carabinieri della caserma Levante a Piacenza; anche senza risalire a casi eclatanti come le morti di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi o la repressione dei movimenti no-Tav, il rosario delle violenze e degli abusi in divisa ha grani infiniti nel vissuto quotidiano e politico.


In simili casi, salta all’occhio come personalità della politica e del giornalismo, ma anche osservatori e osservatrici classificabili come “gente comune a caso”, siano sempre pronte a precipitarsi in una difesa delle forze dell’ordine per partito preso. Quasi una compulsione a squalificare il singolo caso (basta scorrere i commenti a una recente story al riguardo) o, quando proprio è impossibile negare l’abuso, esprimerne una stringata condanna a denti stretti subito seguita (e di fatto negata) dalla dichiarazione incondizionata di fede: “Se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi, ma io mi fido delle nostre donne e dei nostri uomini in divisa.” Si sposta dunque il problema sul lato individuale, sulla “mela marcia” da identificare e punire lasciando la dimensione sistemica intatta, o sul comportamento delle vittime che, la violenza, se la sarebbero andata a cercare o la meriterebbero a prescindere (in quanto carcerate o "drogate" o straniere o "zecche da centro sociale" e così via). L’effetto è di stroncare sul nascere ogni discussione che vada al di là della mela marcia e osi toccare l’albero, cioè il funzionamento delle istituzioni poliziesche e i modi in cui esso interseca i problemi sociali strutturali.


La reazione fideistica ha certamente molteplici radici, tra le quali questa piccola riflessione vuole sottolineare la pervasività di un discorso politico militarista nell’affrontare le questioni di giustizia e di ordine pubblico, e nel plasmare i rapporti tra cittadinanza, classe politica e istituzioni militari e poliziesche. In questo contesto, torna utile rifarsi in parte alla definizione del militarismo elaborata da Alfred Vagts nel saggio A History of Militarism (pubblicato originariamente nel 1937 e riedito nel 1959), che distingue tra un “modo di agire militare”, il cui fine è raggiungere gli obiettivi strategici nella maniera più efficiente possibile, ovvero con il massimo risultato per il minimo dispendio di vite e di risorse, e il “modo di agire militarista”, il complesso di pratiche, politiche, dinamiche sociali e correnti di pensiero, sia nelle forze armate sia nella sfera civile, che glorificano l’idea della guerra e del militare in quanto tali, mettendone in primo piano le “qualità di casta e culto, autorità e credo” a scapito dell’uso razionale della forza. Più di recente, l’antropologia ha evidenziato una ulteriore caratteristica del militarismo, intrecciata al paradigma securitario che ha dominato il dibattito pubblico fin da un altro evento di cui quest’anno ricorre il ventennale, gli attentati al World Trade Center del settembre 2001: la creazione di minacce interne ed esterne, e la loro narrazione come problemi risolvibili solo attraverso la repressione, la guerra, lo sterminio. Tale discorso si può ben estendere ai manifestanti che imparano a difendersi dalla violenza poliziesca invece di farsi cortesemente massacrare, e che un governo e un apparato di polizia scelgono pertanto di interpretare come "violenti" senz'arte né parte, legittimando la repressione e ignorando qualsiasi portato critico contro l'ordine neoliberale vigente.


Nel rapporto tra militarismo così inteso e istituzioni poliziesche e militari nell’Italia contemporanea, diventa facile ravvisare la sproporzione tra molte proposte politiche in tal senso, nonché molto sentire comune, e la razionalità delle misure. Un esempio è l’operazione Strade Sicure; voluta e sbandierata dalla destra, il suo successo è alquanto dubbio e il suo svolgimento è stato segnato da criticità tipiche dello sfruttamento sul lavoro, evidenziate dallo stesso personale dell’esercito e talvolta sfociate in casi di suicidio.


Il “pattuglione”, del resto, è un caposaldo duro a morire del pensiero anti-crimine; così duro a morire da essere, infatti, l’epigono di approcci ottocenteschi. Se la nozione di controllo capillare del territorio da parte dello Stato attraverso la presenza dei gendarmi e l’impiego di colonne mobili andava bene per l’epoca napoleonica, bisogna ammettere che nel XXI secolo la china che ha preso riflette ormai una concezione dell’ordine pubblico ossessivamente ancorata alla micro-criminalità e informata dall’ideologia profondamente classista del “decoro”, ignorando i fattori sociali alla radice del malessere urbano per flettere invece i muscoli di una repressione più performativa che efficace sulla lunga durata. Al riguardo, sembra significativo vedere prospere città nord-europee molto sicure da questo punto di vista, come Duisburg nel 2007 o Amsterdam in questi giorni, cascare dalle nuvole nel rendersi conto di quanto la criminalità organizzata fosse e sia potente e radicata nelle loro ordinate contrade.


La pretesa di muscolarità da parte delle forze dell’ordine, ostentata e vendicativa, prescinde da ogni considerazione di efficacia della misura, o perfino di semplice buon senso. Un esempio molto calzante risale al dicembre 2018, durante gli scontri fra tifoserie dell’Eintracht Francoforte e della Lazio; dopo che gli ultrà della Lazio attaccarono in gruppo un carabiniere che minacciò di sparare, Vittorio Feltri scrisse un editoriale sintetizzabile in una sola citazione: “Chi affronta violentemente coloro che rappresentano la legge merita di ricevere un bel proiettile in fronte di tipo educativo per l’intera collettività.” La divisa ha sempre ragione, la pistola fa fuoco a cuor leggero contro la marmaglia come i cannoni del generale Bava Beccaris, la de-escalation in situazioni di crisi è da buonisti fifoni. E pazienza se, uscendo dal mondo fatato di queste argomentazioni, riesce difficile supporre che uno o più tifosi sparati da uno sbirro terrorizzato possano “educare” gli ultrà all’ossequio della legge, o che la vicenda non sarebbe finita in alcuni tifosi sparati e uno sbirro linciato dal resto del numeroso gruppo, inferocito dall’escalation. Insomma, il discorso militarista è incapace di pensare secondo la logica “militare” più basilare.


L’ostilità preconcetta verso le idee e le proposte riassunte nello slogan “Defund the Police” si spiega anche (non soltanto, certo, ma anche) con la difficoltà diffusa di sganciarsi dal paradigma militarista, affrontare la questione con un minimo di razionalità e almeno esaminare le potenzialità insite nello sfoltire un apparato poliziesco sovradimensionato e sovraccarico di compiti, e nell’aumentare le risorse di altri sistemi molto più funzionali al benessere collettivo e alla prevenzione della criminalità. Ironicamente, chi scrive ha di recente avuto una conversazione con unə conoscente che lavora in una forza di polizia, dicendo loro tra il serio e il faceto che tre quarti della gente che telefona in stazione avrebbe più bisogno di uno psicologo bravo che delle forze dell’ordine; dettə conoscente ha annuito, per niente facetə.



di Vittoria Princi