I RICERCATORI NON HANNO PNRR? MANGINO BRICIOLE!

A marzo 2020 rimbalzò per il web un’affermazione attribuita a una non meglio identificata biologa spagnola: “Date un milione di euro al mese a un calciatore e 1800 al mese a un ricercatore, e adesso cercate una cura per il Coronavirus. Andate a chiederla a Cristiano Ronaldo o a Messi.” La notizia si rivelò poi un fake, ma nel frattempo il messaggio era già caduto nel dimenticatoio. Sia di internet che della politica.

Se durante l’ultimo scorcio di primavera del 2021 si inizia, in quel piccolo e privilegiato angolo di mondo che è l’Europa occidentale, a vedere la via d’uscita dalla pandemia di Covid-19, gran parte del merito appartiene alle vaccinazioni. Come i problemi di approvvigionamento e gli squallidi riflessi geopolitici hanno dimostrato, purtroppo i vaccini anti-Covid non crescono sugli alberi, né nelle pustole dei bovini da dove all’inizio del XIX secolo si estraeva il materiale per le vaccinazioni contro il vaiolo. Per svilupparli servono fondi, tecnologia e ricerca.

Già, ricerca. Una delle tante cose che governi ed élites italiane hanno ignorato e bistrattato negli ultimi decenni, come la sanità pubblica o i lavori “essenziali” a basso valore aggiunto, salvo poi cantarne le lodi e promettere cambiamenti di passo tanto epocali quanto improbabili, sull’onda della retorica impanicata della prima ondata.

Come è risaputo e come viene ripetuto fino alla nausea, senza però che si riescano a smuovere le acque stagnanti della politica, l’Italia investe nettamente meno degli altri paesi industrializzati in ogni ambito del settore research and development, dalla ricerca di base all’applicazione e innovazione. Secondo i dati dell’OCSE relativi al 2019, l’Italia ha speso l’1,4% del PIL in ricerca e sviluppo (conteggiando un totale comprendente istituti di ricerca pubblici e università, ma anche società residenti, registrate in un Paese e che portano avanti ricerca lì), a fronte dell’1,8% della Gran Bretagna, 2,2% della Francia, 3,2% della Germania. A soffrirne non sono solo l’innovazione, la tecnologia e la possibilità per le istituzioni di pianificare l’allocazione delle risorse: la mancanza di fondi si traduce in mancanza di opportunità per ricercatrici e ricercatori, soprattutto all’inizio della carriera come riportava il ministero del lavoro nel 2018, spingendo il 18,8% di loro a cercare e trovare lavoro all’estero, la cui attrattiva principale è la possibilità molto maggiore di lavorare presso istituzioni di ricerca pubbliche e svolgere mansioni ben retribuite in linea con il percorso di formazione. Sempre relativamente agli anni subito prima della pandemia, l’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia presentava un quadro a tinte fosche in cui addirittura il 90,5% degli assegnisti di ricerca era destinato a uscire dall’università, mentre calavano i posti di dottorato banditi ogni anno e il personale precario nelle università superava quello assunto con contratti stabili.

Questo stato cronico di precarizzazione e mancanza di investimenti è una diretta conseguenza dei tagli alla spesa pubblica che hanno portato le riforme Gelmini e che hanno azzoppato la scuola e l’università tra la fine degli anni 2000 e i primi anni ‘10, segnati dall’adozione incondizionata di logiche produttivistiche e aziendalistiche, in particolare riguardo la produzione e valutazione su base eccessivamente bibliometrica dei lavori di ricerca affidati all’ANVUR. Stretto nella morsa del precariato e dell’ideologia neoliberale, il mondo universitario appare incapace di immaginare ridiscussioni radicali dello status quo e rivendicare diritti e risorse di fronte al ceto politico, che del resto non pare avere interesse a invertire la rotta. Nel 2019, l’allora ministro Lorenzo Fioramonti dichiarò che avrebbe rassegnato le dimissioni se il governo Conte II non avesse destinato 3 miliardi di euro all’istruzione nella legge di bilancio: ciò non avvenne e Fioramonti si dimise, un bel gesto rimasto senza conseguenze.

In seguito, la pandemia ha comportato una corsa alle cure e al vaccino; i risultati si sono visti in Paesi e in istituzioni che hanno una consolidata tradizione di investimento nella ricerca, come la Gran Bretagna, dove il Jenner Institute dell’università di Oxford ha fatto la parte del leone nello sviluppo a tempo di record dell’ormai famoso vaccino AstraZeneca. Rientrata la prima ondata del Covid tra la primavera e l’estate del 2020, con la prospettiva di decidere come spendere i fondi provenienti dal piano Next Generation EU, la destinazione di più risorse alla ricerca sembrava essere quantomeno entrata nell’orizzonte del dibattito. In particolare, grazie a una campagna social e a una petizione pubblica tuttora in corso, ha avuto una certa trazione mediatica il cosiddetto Piano Amaldi, una proposta avanzata a luglio 2020 dal fisico Ugo Amaldi per aumentare gradualmente i fondi investiti nella ricerca di base pubblica dal 2021, fino a raggiungere investimenti pari all’1,1% del PIL nel 2025.

A un anno di distanza e con il PNRR ormai consegnato a Bruxelles, tale proposta pare essere caduta nel vuoto. Non solo i fondi allocati sono stati inferiori alle aspettative della comunità scientifica, sia nella bozza del governo Conte II che nel piano definitivo messo a punto dal governo Draghi, ma la Missione 4 del piano di ripresa si concentra sul trasferimento di tecnologia e conoscenza dalla ricerca all’industria, mettendo al centro le istanze delle imprese e del mercato piuttosto che il potenziamento della ricerca di base o, più in generale, la dimensione pubblica di tali attività. Anche il modello previsto per la creazione di nuovi centri di ricerca ignora di fatto gli atenei e gli altri centri già esistenti, prevedendo un sistema di consorzi con funzioni di ricerca decentralizzate; inoltre, le misure previste per rafforzare i dottorati e stabilizzare il personale precario si basano sull’assorbimento di ricercatrici e ricercatori nel settore privato, invece che sulle opportunità di lavoro e carriera all’interno del sistema universitario. L’enfasi sul partenariato pubblico-privato e la visione impresa-centrica, del resto, è una dimensione cara alle forze politiche liberali, come dimostrava già il comunicato di Azione in endorsement al Piano Amaldi che, pur sostenendo l’iniziativa, virava poi il discorso verso il trasferimento tecnologico e l’incorporamento della ricerca nelle attività produttive del settore privato.

Come è noto, la stesura del PNRR è stata funestata da una generale mancanza di trasparenza e di discussione aperta a spunti estranei all’egemonia neoliberale. Ciò si estende anche al mancato coinvolgimento degli enti pubblici di ricerca nella redazione delle linee guida; tale impressione emerge dalla mancanza di contatti a ridosso della presentazione del piano fra la neo-direttrice del CNR Maria Chiara Carrozza e i ministri Colao e Cingolani, titolari di due dicasteri tra i più investiti dalle questioni di tecnologie e transizione verde.

Se l’occasione del PNRR da questo punto di vista è ormai perduta, la ricerca pubblica guarda ora alla prossima legge di bilancio, nella quale, durante la sessione di replica in Senato alle osservazioni sul piano di ripresa, il premier Draghi ha promesso fondi ordinari destinati alla ricerca di base. Proprio in questi giorni la prospettiva di questi fondi sta assumendo connotati più chiari: raggruppati nel cosiddetto Fondo Italiano per la Scienza, ammonterebbero a uno stanziamento di 50 milioni di euro nel 2021, e 150 milioni all’anno per i prossimi anni. Malgrado il trionfalismo di rito nei comunicati del governo, la differenza di risorse al ribasso rispetto a quanto prospettato dal Piano Amaldi non può non saltare all’occhio.

Infine, al di là dell’entità puramente monetaria delle risorse, il vero aspetto deludente continua a essere la visione politica ancorata a paradigmi neoliberali che la pandemia non sembra riuscire a spazzare via dall’università e dalla ricerca pubblica, malgrado la loro comprovata nocività. Più che alle strapagate star del calcio, per parafrasare la nostra inesistente biologa spagnola, converrebbe chiedere i soldi (e con essi le opportunità negate) per i ricercatori e le ricercatrici perennemente in bilico tra precariato ed emigrazione al “governo dei migliori” attuale, e ai tanti che l’hanno preceduto.



di Vittoria Princi