IL BIANCO E IL NERO

Questa non è una riflessione pacifica.

Non è un pezzo d'informazione e non ho la minima intenzione di raccontarvi, come farebbe una qualsiasi agenzia di stampa, quello che sta succedendo in Palestina.

Scrivo per un bisogno personale, per necessità.

L'ho sempre fatto e questa volta non fa eccezione.

E scrivo qua oggi perché credo che fare parte di una rivista davvero indipendente voglia anche dire che ogni tanto ci si può prendere la libertà di dire qualcosa perché si ritiene giusto e necessario farlo, sfruttando i mezzi a propria disposizione e gli spazi franchi che collettivamente si sono costruiti e occupati in opposizione al “Nulla che dilaga”.

Se non per questo, per cosa?

Le notizie e le testimonianze che in queste ore arrivano dalla Palestina sono precise e inequivocabili: la repressione è totale.

Il 10 maggio le forze di occupazione sioniste sono entrate dentro la moschea di Al Aqsa sparando, compiendo così un crimine di guerra. Tutto questo per reprimere con la consueta violenza, vero marchio di fabbrica dell'occupante Israele, le proteste conseguenti agli sfratti illegali decisi per alcune famiglie residenti nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est.

Sfratti illegali per il diritto internazionale e sentenziati basandosi sulle rivendicazioni di alcuni coloni sionisti, desiderosi di riappropriarsi della presunta terra dei loro antenati.

Lo stesso giorno c’è stato il primo attacco aereo con obiettivo Gaza, i primi morti tra cui 10 bambini. I bombardamenti sono andati avanti tutta la notte.

L’11 maggio il numero dei morti palestinesi è arrivato a 27.

Nel frattempo fuori dalla Striscia le truppe d’occupazione hanno proseguito con la spietata repressione delle proteste nelle strade di numerose città della Palestina, centinaia i feriti.

Il 12 maggio i morti palestinesi a Gaza sono arrivati a 56. È proseguita incessante la repressione anche fuori dalla Striscia: i coloni, con il benestare dell'esercito, portano ormai avanti vere e proprie spedizioni punitive, le loro violenze sono assolutamente tollerate.

13 maggio: 103 morti a Gaza dei quali una trentina di bambini e circa 600 feriti.

Nel momento in cui scrivo, 14 maggio, le forze di occupazione hanno lanciato anche una serie di attacchi via terra, senza però essere ancora entrate a Gaza, come annunciato e temuto la scorsa notte.

126 sono i palestinesi uccisi, 31 dei quali bambini. Mille feriti. Diecimila sfollati.

E l’offensiva continua.

Ciò che prima di tutto mi preme sottolineare è che non c'è nessuno “scontro”, non c'è stata nessuna “aggressione palestinese”, non c'è un “conflitto” e non ci sono “entrambe le parti”.

Questa è un'operazione di verità linguistica necessaria, che non riguarda “solo” gli avvenimenti di questi giorni, ma l’intera storia della questione israelo-palestinese nella regione.

Dal 2008 ad oggi, secondo le Nazioni Unite, sono morti, per mano delle forze sioniste, 5590 palestinesi, nello stesso lasso temporale i morti israeliani registrati sono 251.

Nel solo 2018 ci sono stati 31’558 palestinesi feriti contro i 130 israeliani registrati.

Numeri che non parlano chiaro, gridano a pieni polmoni.

Questa è apartheid, questa è pulizia etnica, questa è una repressione totale e spietata.

Questo è colonialismo, questa è una violazione sistematica dei diritti umani.

E sono fatti, non interpretazioni.

Non dirlo esplicitamente e con le giuste parole è colpevole e imperdonabile, utilizzare un linguaggio diverso dal vero è un crimine.

Media e politici che commentano il massacro in atto con il linguaggio sopracitato sono complici della repressione. Sono complici di chi ammazza, con le bombe, bambini e bambine e reprime nel sangue le proteste.


Appare ormai evidente come le dittature siano un interlocutore a livello politico con cui chi in Occidente detiene il potere non ha alcun problema a rapportarsi, lo sappiamo bene, da ultimo ce lo ha ricordato lo stesso Draghi, ma a ciò si somma l'aggravante della falsificazione totale della realtà, un travisamento inaccettabile che da ore, anni e decenni si porta avanti sulla pelle del popolo palestinese.

Mi preoccupa relativamente questa fascinazione per dittatori e dittature, credo che queste cadranno tutte una alla volta trascinandosi dietro anche chi in Occidente le approva, i popoli si ribellano, sempre, ma che nel frattempo non si provi a raccontarci che queste non lo sono.

In questo caso specifico poi ci troviamo di fronte a quella che in Occidente è descritta entusiasticamente come una democrazia libera e assolutamente compiuta, una definizione che da sola dovrebbe bastare a fugare ogni sospetto relativo alla condotta dello stato sionista, ma che in realtà non fa altro che gettare una luce ancora più oscura su quello che da decenni accade.

Dovrebbe essere una democrazia, ci sono libere elezioni, e nulla di tutto ciò impedisce che l’apartheid e pratiche contrarie ai diritti umani vengano attuate giornalmente senza alcun tipo di difficoltà o ostacolo.

Se è così, e lo è, dove sta la differenza tra democrazia e dittatura?

È da questo che parte il mio bisogno di scrivere. Dalle manifestazioni di solidarietà ad Israele (ma solidarietà per cosa?), e dai titoli dei giornali. Sento la necessità di mettere in fila i fatti, riconoscere le responsabilità, affermare il vero. Prima di tutto per me, come forma di sopravvivenza mentre la sensazione di assistere ad un incubo ad occhi aperti ha ormai una consistenza tangibile.

E' la necessità di affermare che esistono un bianco e un nero, che non c’è una sfumatura ad assolvere, che a volte una linea netta e precisa segna il confine tra giusto e sbagliato. Il "grigio" talvolta esiste certo, ma non può essere nebbia nell’obiettivo, mi rifiuto di accettarlo come alibi di fronte all'orrore e l'ingiustizia.

E’ colpevole semplificare, ma lo è ugualmente nascondersi dietro una falsa complessità per sfuggire a ciò che il mondo reale ci presenta.

In Palestina, situazione particolare specchio di una condizione globale, da decenni ci sono oppressi e oppressori: ai primi non si può chiedere conto degli strumenti che utilizzano per ribellarsi e della loro rabbia, i secondi sono quelli che vanno fermati. E tutta la differenza del mondo dipende dell'intensità che si mette e metterà nel tentativo di ostacolarli, ovunque essi siano.

Non è una semplificazione, è etica del pensiero.

Chi è schiacciato ha diritto di emanciparsi dalla sua condizione di oppressione con ogni mezzo disponibile, a maggior ragione se ne va della sua vita.

Ci sono responsabilità politiche e internazionali dietro l'attuale massacro, ci sono uomini e donne con le mani sporche di sangue.

Ci sono colpevoli e disegni precisi dietro ogni singola morte, e non ci sarà mai pace se prima non ci sarà stata anche giustizia.

Mai.

Ci sono un bianco e un nero: riconoscerlo è un dovere, e una salvezza.

Non farlo significa dare spazio a ciò che inferno è.

Obiettivi sempre, neutrali mai.



di Elia Legnani