IL FARE FLUIDO DELLA POESIA (DARE VITA AL FIUME DELLA VITA)

- riflessioni di filologia d'autore


La filologia d'autore è un uomo che guarda dal buco di una serratura: un guardone, un voyeur, un commissario convinto e speranzoso di trovare delle prove. Però, un uomo che guarda dal buco di una serratura, non ha tutta la visuale della stanza. Ma da quella porzione di mondo che intravede, studia quello che succede negli altri angoli della casa, per cogliere ciò che non si vede ma che c'è o c'è stato: movimenti in altre stanze, echi di discorsi o pensieri della famiglia che vive lì dentro.


La filologia d'autore studia il laboratorio dello scrittore, le carte private, per entrare nella testa dell'autore, come un criminale. E lo fa per ricostruire il testo che ha sotto gli occhi. La filologia d'autore è un collezionista, osserva le postille, gli spostamenti, gli errori. Nel mondo odierno ci hanno insegnato che gli errori sono qualcosa di sbagliato, di negativo. Ci insegnano a prendere posizione, a essere decisi e fermi, a non cambiare sempre prospettiva. La filologia d'autore è la scienza degli errori, delle varianti, dell'evoluzione: non si ferma all'immagine nitida ed immobile di una porzione di casa, dell'idea, ma scava. Il mondo è il cancellino con il quale il bambino cancella il suo errore nel quaderno, il filologo è il coltello con il quale raschiarlo.


Centrale è il concetto di cristallizzazione e fluidità. Questo testo, proprio adesso, mentre lo scrivo, è soggetto a variazioni, mutamenti. Arrivano le idee a ritmo della tastiera e si modificano ad ogni rilettura. Arriverà un momento, però, esattamente il momento in cui il "tu lettore" leggerà queste parole, in cui questa porta aperta si chiuderà. Nel momento esatto in cui qualcosa si compie, si cristallizza. La filologia può essere intesa come l'uomo che ridà vita, di nuovo, al fiume di parole. Dà movimento a qualcosa di concluso. Se il testo è l'immagine ferma di un uomo che corre, il filologo è colui che di quella foto ne fa il quadro di Giacomo balla "il cane al guinzaglio", cercando di catturare il movimento, l'evoluzione e il suono della penna che si poggia sul foglio dello scrittore.


Quando guardiamo una vecchia fotografia e ricordiamo il momento in cui l'abbiamo scattata, la circostanza, le persone attorno, le luci, come un video, ridiamo vita a qualcosa di fermo. Il senso della cristallizzazione è "immortalare", rendere cioè immortale un momento. il testo scritto è una barriera, una diga, un blocco rispetto all'evolversi del tempo e l'edizione critica e lo studio della variantistica è l'immortalare la rottura di questa diga. La filologia d'autore stessa, essendo riconosciuta una disciplina a se stante in modo compiuto, negli ultimi anni, è in divenire. Una "questione ancora aperta", un pentolone su cui si possono versare ancora considerazioni. Un testo in fieri.


Dubbi rimbombano però in testa: chi assegna la responsabilità al filologo di rischiare di andare contro il parere dell'autore stesso? e se i cambiamenti dell'autore fossero avvenuti a fini editoriali? se il fine delle mutazioni non fosse l'arte in sè ma la fruizione? Un esempio cinematografico che mi viene in mente riguarda "nuovo cinema paradiso" di Giuseppe Tornatore. Nel 1988 esce per la prima volta nelle sale: non venne apprezzato e il fiasco fu terribile. Ecco perchè con il produttore Franco Cristaldi opera un taglio drastico del film, che "rinasce dalle sue ceneri", fino ad arrivare agli oscar nel 1990. Fu questo cambiamento voluto veramente dall'autore? Qui subentra l'ambigua definizione di "ultima volontà dell'autore".

Sono tante le domande aperte, domande che rendono difficile la creazione di un metodo unanimamente riconosciuto che possa accomunare le edizioni critiche d'autore ma anche di definire linee guida per i filologi.


Socrate non scriverà mai i suoi testi e questa scelta deriva dal suo amore per la parola viva, sciolta, fluida. Per lui la parola pronunciata e non scritta, arricchita dal dialogo che la rende sempre in movimento, può arrivare meglio di un libro scritto e compiuto. O ancora, Hans Joachim Krämer, esponente della nuova scuola di Tubinga, creò insieme a Konrad Gaiser, una nuova interpretazione di Platone, secondo cui una parte rilevante della dottrina di Platone in realtà non è mai stata messa per iscritto dall'antico filosofo. Prendo in esempio queste "dottrine non scritte" per confermare la tesi che la pagina può essere un limite, il dover scegliere uno ed un solo modo d'esprimere un determinato concetto, spaventa.


Rispetto a questo concetto può essere presa in esame la "varia lectio",le varianti, cioè le lezioni diverse da un’altra a cui si fa riferimento. Un insieme di parole che l'autore appunta fra le sue carte senza scegliere tra queste, in quell'esatto momento, ma solo successivamente. In Leopardi, ad esempio, questa è una presenza assoluta. Lo studio di queste varianti, può dire molto sul modo di operare di un autore. Può dire molto anche sull'intera opera: parole corrette e cancellate che sono le vie "non prese", le scelte scartate ma che in quel momento erano potenza non ancora divenuta atto.

La filologia d'autore, dando importanza alle mutazioni, al viaggio del testo nel tempo, rende "sciolta e fluida" la parola che Socrate pensava non potesse che essere solo orale.

Immaginate la scena: conoscete una donna. La riempite di domande, siete curiosi, vi state innamorando di lei. Volete a tutti i costi capire come quella persona che voi conoscete, è diventata la persona che è adesso. Quali storie ha da raccontare, il suo passato. La sua genesi, perchè i suoi genitori hanno deciso di concepirla.


E' stato un incidente? E' stata una gravidanza premeditata? Ogni parola scritta, di un libro è come ogni passo fatto da quella persona. Immaginate di volere conoscere ogni evoluzione e cambiamento. Perchè un libro si modifica, si contorce, si sviluppa, nella mente dell'autore, continuamente, così come una persona, ogni secondo in cui vive; le sue cellule muoiono e si riformano, diverse. Eppure, lei è sempre lei. E quando conosciamo qualcuno, crediamo che sia sempre stato così. Un'immagine ferma e immutabile, come una pagina già scritta, che ci proviene da epoche lontane o vicine.


Ma quella pagina, per diventare quella pagina ha fatto i conti con idee, sbagli, variazioni. Il filologo è un'amante del testo, curioso e attento. Per poterlo apprezzare veramente, deve conoscere il terreno su cui cade il seme, il cielo che ha fatto piovere su quella terra, il vento che ha fatto sbocciare il fiore che è cresciuto ed è diventato manoscitto. Alla fine della sua ricostruzione, del suo viaggio, ecco che il filologo può rispondere ad una domanda: di quale delle tante fasi della vita di quella donna, sono più innamorato? E fissando l'immagine di un'età, deciderà di scrivere la sua edizione critica, tenendo in considerazioni delle varianti del suo testo, della sua storia, per far sì che tutti possano ricordare quella donna nella sua immagine più bella, più importante.


Ecco perchè la filologia è un paradosso: fissa e scioglie, cristallizza e rende fluido. Fissa un momento del testo secondo le sue congetture però al tempo stesso lo libera dalle catene che lo immobilizzavano.


Di Paola Zamataro.