IL GOVERNO DEI BALOCCHI

La buona notizia è che la politica ha conservato il suo ruolo.

La cattiva è che i figuranti scelti per ricoprirlo sono politici della peggiore specie.

La presentazione della lista dei ministri da parte dell’uomo che ha salvato l’euro ha generato sconcerto negli elettori di PD e 5 stelle, perché contiene tutto ciò che i grillini hanno sempre combattuto a parole (il peggio della classe politica berlusconiana, colpevole delle leggi “ad personam” e dello svilimento della politica agli occhi dell’opinione pubblica) e anche i leghisti, cioè quelli con cui il neo-ministro Orlando giurava una settimana fa di non governare “neanche se me lo chiede Mattarella? Ma nemmeno se me lo chiede Superman”.


Va riconosciuta una cosa a Draghi: è più “politico” di quanto si possa pensare. È riuscito a far spartire tra i partiti molti dicasteri in perfetto “Manuale Cencelli”, ma ha avocato a sé i ruoli chiave, quelli da cui dipenderà la gestione del Recovery Fund (economia, transizione digitale e il sedicente “superministero” della transizione ecologica, l’esca che ha attirato i 5 stelle convincendoli a sostenere il governo, come se bastasse una formuletta magica a compensare un governo col finanziatore della mafia Berlusconi).


SuperMario, beatificato a reti unificate da quel che resta della nostra stampa, proverà sicuramente in buona fede a tirare fuori l’Italia dalle secche in cui si trova: l’impressione, purtroppo confermata dai nomi del team di governo, è che lo farà con le solite ricette.


Franco all’economia è una sua propaggine, Giorgetti allo sviluppo economico un favore al potentissimo uomo leghista (quello che 2 mesi prima che scoppiasse la pandemia mondiale disse “chi va più dal medico di base?(…) ormai chi ha più di 50 anni va da uno specialista”, intendendo ovviamente gli specialisti delle cliniche private, che la Lombardia ingrassa annualmente con robuste dosi di fondi pubblici), grande amico dell’ex presidente della BCE.


I Calenda e le Maria Elena Boschi sono molto soddisfatti di vedere la Cartabia alla giustizia al posto del tanto odiato giustizialista Bonafede. Ma se il grillino, tra tanti scivoloni soprattutto mediatici, è comunque riuscito a far approvare leggi importanti contro il voto di scambio politico mafioso e contro la corruzione e l’evasione fiscale, dell’ex presidente della Consulta Cartabia, vicinissima al mondo cattolico di “Comunione e Liberazione”, si ricordano le parole estremamente bigotte contro il matrimonio omosessuale e il testamento biologico.


Franceschini che resta alla cultura mentre Provenzano viene buttato fuori dalla compagine di governo è la dimostrazione che nel PD i vecchi vincono sui giovani e gli uomini sulle donne (unico partito a non averne nel governo! Non che siano tante, sia chiaro: solo 8 su 25).


Per rendere i lettori consci di quel che significa andare al governo con Berlusconi, li informo che il suo braccio destro Dell’Utri sta scontando la pena per concorso esterno in associazione mafiosa, e che il Cavaliere in persona è indagato per le stragi degli anni ’90 (come quella in “via dei Georgofili” a Firenze), ed è accertato da sentenze definitive che abbia finanziato Cosa Nostra per più di 20 anni, anche mentre era presidente del Consiglio.


Quanto ai ministri nominati da Forza Italia, sentire i nomi della Gelmini e di Brunetta ricorda anni di scioperi studenteschi per le “classi pollaio” e riesuma due cadaveri politici del cui ritorno la maggioranza dei cittadini avrebbe fatto volentieri a meno.

E dietro l’aspetto liberale e illuminato della Carfagna si nasconde una donna che, da ministra per le Pari Opportunità, rimosse dalla pagina web del ministero ogni riferimento alla lotta all’omofobia e sciolse la “Commissione per i diritti e le pari opportunità per persone Lgbt”, dimostrando che rispetta i diritti umani come Salvini rispetta la costituzione.


Le uniche buone notizie sono la riconferma di Speranza alla Salute (anche per dare continuità alla campagna vaccinale), l’affidamento del ministero per la transizione ecologica al fisico Roberto Cingolani e un 5 stelle competente come Patuanelli alle politiche agricole al posto della Bellanova, la cui legge sulla regolarizzazione dei braccianti non ha per nulla sortito gli effetti sperati.


Giorgia Meloni con ogni probabilità rimarrà da sola all’opposizione (a meno che i deputati di Sinistra Italiana come Fratoianni e Palazzotto non votino contro questo governo, in dissenso dalla componente “bersaniana” e governista di Leu): sarà lei a denunciare eventuali respingimenti illegali della confermatissima ministra dell’Interno Lamorgese al confine con la Croazia? Ho i miei dubbi. La politica dell’ex prefetta di Milano, nominata agli interni già nel secondo governo Conte, non è mai stata così diversa nella sostanza da quella di Salvini: le navi delle Ong hanno spesso aspettato per giorni sotto il sole cocente prima che venisse loro assegnato un “Place of Safety”, anche con l’ormai vecchio governo di centrosinistra.

La sensazione è che se la Lamorgese non fosse stata una donna e non fosse stata indicata dopo Salvini, rispetto ai cui rutti politici ha uno stile sicuramente più sobrio e istituzionale, sarebbe considerata alla stregua di un Minniti qualsiasi rispetto alla tutela dei diritti dei migranti.


E così, l’Italia si affida al santone Draghi, scortato dalle solite vecchie facce.

La strada è lastricata di pericoli.

L’augurio è che Draghi si confermi una risorsa per il Paese, ma il timore è che possa esserlo soprattutto per i ceti più abbienti. Come quelli rappresentati da un Calenda che riesce a gongolare di gioia persino per la presenza di un leghista come Giorgetti. Citando in parte Nanni Moretti mi verrebbe da urlare: “Calenda, dì qualcosa di sinistra!”. Se non fosse che Calenda non è di sinistra. Come non lo è, per niente, il governo di "alto profilo" invocato da Mattarella con l'illusione che il parlamento unito avrebbe permesso di prendere scelte tecniche. Dimenticando, però, che la politica non è mai davvero tecnica: specie in un governo sostenuto da chi fino a due anni fa lisciava il pelo a Casa Pound e lasciava per settimane i disperati in mare.

Non resta che credere nel bazooka di SuperMario, con cieca devozione.



di Daniele Ballerini