IL GOVERNO DEL CAMBIANIENTE

Discontinuità è una parola che può assumere molteplici significati. Una di quelle parole che si plasmano sulla cosa alla quale sono riferite. Quando nacque il secondo governo Conte, a settembre di un anno fa, il Partito Democratico parlava di discontinuità del nuovo governo rispetto al vecchio. Ciò voleva significare, negli intenti, un cambiamento radicale nelle politiche migratorie, nell’integrazione di chi è già qui, nel chiedere giustizia per Regeni, nell’implementare un nuovo modello di sviluppo ecosostenibile. A un anno di distanza, si può dire in scioltezza che su nessuno di questi punti il governo ha segnato un cambio di marcia netto rispetto all’epoca in cui Salvini era ministro. Il PD è più attento alla comunicazione istituzionale, certo. Zingaretti è una persona educata e non fa paura come Salvini, naturale. Ma ci si può davvero fermare a questo? Ci si può davvero limitare a tirare a campare per evitare che Salvini e la Meloni vadano al potere?

Questo governo è nato sulla base di due presupposti fondamentali: una nuova legge elettorale accompagnata al taglio del numero dei parlamentari, e una modifica radicale dei decreti sicurezza. Nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto dal PD (e dalla galassia variegata della sinistra parlamentare, che va da Bersani a Fratoianni), che si è dimostrato succube della necessità di governare a tutti i costi, e quindi soggetto alla stessa malattia che caratterizzava la soggezione dei 5 Stelle a Salvini nel 2019: la paura di far terminare in anticipo la legislatura. Il numero dei parlamentari è stato tagliato dopo un solo mese di governo. Peccato che, in vista del referendum del 20 settembre che dovrà ratificare o meno la scelta, non si sia ancora trovato un accordo di maggioranza su una legge elettorale che renda il minor numero di parlamentari comunque sufficiente a garantire la rappresentatività dei territori e dei partiti minori. Sulla modifica dei decreti sicurezza (che già sarebbe un contentino: quegli inumani decreti andrebbero infatti, secondo me, cancellati) non si è mossa una foglia. Qualche timido pigolio di Zingaretti e alcune dichiarazioni di intenti della ministra dell’interno Lamorgese sono serviti soltanto ad avviare delle discussioni, non certo a portarle a termine. Non solo: il Parlamento, PD compreso (salvo pochi voti contrari, tra cui i sempre attenti ai diritti Laura Boldrini e Nicola Fratoianni), ha votato un mese fa il rinnovo delle missioni militari all’estero e dei finanziamenti alla Guardia Costiera Libica. Per i profani: la guardia costiera libica è sinonimo di trafficanti, stupratori e torturatori di migranti, reclusi in centri di detenzione che l’UNHCR ha più volte paragonato a veri e propri lager.

Il governo Conte ha gestito abbastanza bene la questione Covid, riuscendo a rinforzare i presidi di sanità pubblica. E il nostro premier si è comportato da statisti in Consiglio Europeo, riuscendo a portare a casa 209 miliardi tra sussidi e prestiti per la ricostruzione dopo il Covid. Ma ciò non è sufficiente a rendere questo governo un governo di centro-sinistra. Sul rispetto dei diritti umani ci sono troppe remore: incredibile come, a quattro anni di distanza dalla morte di Regeni, e a sei mesi dall’incarcerazione dello studente Erasmus a Bologna Patrick Zaki, invece di chiedere verità e giustizia con rigore, si siano vendute commesse di armi al sanguinario Egitto di Al-Sisi; scioccante come sullo Ius Soli e Ius Culturae non ci sia la minima volontà, da parte soprattutto dei 5 Stelle, nel garantire una cittadinanza alle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi in tutto e per tutto italiani, colpevoli soltanto di essere figli di extracomunitari.

A parer mio, infine, lasciare intatti i decreti sicurezza equivale ad averli votati. Immaginate se, dopo la Liberazione dal nazifascismo, i padri costituenti non avessero redatto una nuova costituzione, ma avessero lasciato intatte le istituzioni e le prassi dell’era mussoliniana: ciò non li avrebbe forse resi degni eredi del Duce?


Di Daniele Ballerini