IL GRANDE FRATELLO XI JINPING VI GUARDA. E GLI USA PURE.

Il 2020 rischia di diventare il punto di partenza per un controllo sociale della popolazione preoccupante, tre secoli dopo la progettazione del Panopticon. Il “Panottico” è una struttura carceraria progettata nel 1791 dal filosofo Jeremy Bentham: le torri di controllo sono fatte in modo che i carcerati non possano vedere se siano osservati o meno. In questo modo, viene interiorizzata la tendenza all’obbedienza, dato che una eventuale insubordinazione dei carcerati può potenzialmente in ogni momento portare a una spietata repressione dei controllori. L’idea del Panottico è stata poi ripresa nel secolo scorso dal sociologo Michel Foucault, che l’ha applicata per immaginare la struttura moderna del potere. Nel mondo attuale, il modello perfetto di Stato Panottico orwelliano del XXI secolo è quello cinese. E nell’era post-Covid, anche l’Occidente rischia di essere pervaso dalla tendenza al controllo onnipervasivo del “potere tutelare” statale sulla vita degli individui. Il “Dragone” Xi Jinping sta attuando in Cina una enorme rete di sorveglianza di massa, avvalendosi degli sviluppi nella ricerca sull’intelligenza artificiale. Otto delle dieci città con più telecamere a circuito chiuso nel mondo sono città cinesi; i sistemi di riconoscimento facciali sono presenti in sempre più parti del Paese; la pochezza dei vincoli normativi in uno Stato autocratico come quello cinese fa sì che i dati privati siano largamente a disposizione di società commerciali e di marketing, e tutto l’apparato di sorveglianza può essere arbitrariamente visualizzato dalla polizia (o forse dovremmo definirla orwellianamente “psicopolizia”). Sebbene la Commissione Europea abbia presentato a febbraio il libro bianco sull’AI (intelligenza artificiale), affermando la necessità che non si applichino le nuove tecnologie in maniera contraria ai valori fondanti del progetto europeo, il rischio che si svicoli da questo proposito è serio. Già nel 2014 la Corte di Giustizia europea aveva dichiarato invalida una direttiva della stessa Commissione che rischiava di favorire la sorveglianza digitale di massa. Con lo stato d’eccezione del 2020 determinato dalla pandemia, molti governi europei hanno cominciato a far uso (per il momento con scarso successo) di app di tracciamento dei cittadini per limitare il diffondersi del contagio. In Italia l’app Immuni è stata giudicata idonea alle disposizioni in materia di tutela della privacy dal Garante della Privacy, perché utilizza il Bluetooth al posto del Gps e anche perché i dati raccolti saranno pubblici, resi anonimi e distrutti alla fine dell’anno. Al sistema decentralizzato utilizzato da Germania e Italia si contrappone quello centralizzato adoperato da Francia e Gran Bretagna: quest’ultimo è più rischioso per la tutela della privacy, perché la lista dei codici identificativi associati a ogni individuo è gestita da un server centrale, che è più attaccabile da sistemi di hackeraggio o semplicemente più penetrabile dagli interessi lobbistici. Il Paese che più si avvicina a percorrere la strada della Cina nella sorveglianza digitale è quello dei miliardari della Silicon Valley. Naomi Klein, giornalista canadese, ha scritto su “L’Espresso” dell’8 giugno un animato j’accuse contro i colossi del digitale, che stanno sfruttando l’emergenza virale per condizionare sempre più gli amministratori degli Stati Uniti a investire sempre più i budget statali e federali in ricerca su intelligenza artificiale e infrastrutture tecnologiche. Nel suo intervento, la Klein ha espresso preoccupazione dinanzi alla possibilità di un futuro in cui le case diventeranno terminali di connettività e luoghi da cui intraprendere relazioni sociali e lavorative esclusivamente a distanza, perché “gli esseri umani sono a rischio biologico, le macchine no”; un futuro in cui dietro l’apparenza di un mondo in cui tutto è a portata di mano si celerà l’ipocrisia (già oggi fin troppo evidente) di una sub-struttura lavorativa di uomini flessibilizzati, senza diritti di protezione sociale e costretti a sgobbare per portare il cibo pronto a casa dei “garantiti” o per gestire l’enorme mole di dati che i colossi tecnologici di cui sono dipendenti affideranno loro. Anche dal punto di vista normativo, gli USA sembrano quasi più vicini alla Cina che all’Europa: non esiste un regolamento per la protezione dei dati simile al Gdpr dell’Unione Europea, che prova a garantire trasparenza nella tutela dei dati sensibili. Il futuro dell’umanità dipenderà sempre più dalle tecnologie; e l’intelligenza artificiale, a differenza dei macchinari del passato, rischia di distruggere posti di lavoro non per crearne altri, ma per approdare a un mondo di nullafacenti costretti a piegarsi ai “lavoretti” affidati loro dalle multinazionali per non morire di fame (lavoretti che peraltro potrebbero anch’essi venire rimpiazzati in futuro dai robot). Una sinistra consapevole non dovrebbe essere luddista nei confronti delle nuove scoperte tecnologiche: ma, consapevole dei rischi che esse portano, dovrebbe favorire la democratizzazione dei processi di decisione pubblica, instillando nei cittadini la consapevolezza di essere all’alba di un’epoca nuova, in cui l’Infocene sostituirà l’Antropocene. È solo da tale presa di coscienza collettiva che può nascere una discussione seria su come garantire “il libero sviluppo della persona umana”, come recita l’art. 3 della nostra Costituzione. Il potere dei colossi del digitale è già troppo grande per continuare a rimandare il momento in cui i nostri dati vengano tolti dalle grinfie di Google e Amazon. E produce troppe disuguaglianze per continuare ad aspettare il giorno in cui Internet divenga un bene pubblico senza fini di lucro. Una sinistra nuova deve muoversi su Internet, ma non rimanere impigliata nelle sue ragnatele: deve, come un bruco, sfruttare la tecnologia per diventare farfalla. Libera di volare sul mondo delle macchine, non essendone schiacciata.


Di Daniele Ballerini