IL MONDO È TROPPO PICCOLO PER DUE CINE

Definire il contesto geopolitico di Taiwan come complicato è decisamente riduttivo. Accademici, giornalisti o youtubers potrebbero cercare di semplificare la specificità di Taiwan affermando che, a seconda del punto di vista, l’isola è:

  • uno stato indipendente;

  • oppure una regione della Repubblica Popolare Cinese.

Il problema nel definire la questione taiwanese è che Taiwan non è un semplice movimento separatista. Secondo il governo dell’isola loro sono l’unica vera Cina. Il suo nome ufficiale è infatti Repubblica di Cina (RDC), cosa ben diversa dalla Repubblica Popolare di Cina (RPC).


Per chi non conoscesse la storia della Repubblica di Cina, cercheremo di sintetizzarla in pochi punti.


La Repubblica di Cina fu fondata nel 1912, a seguito del crollo della Dinastia Imperiale Qing che controllava la Cina continentale, la Mongolia e appunto l’isola di Taiwan (conosciuta nelle lingue neolatine come Formosa). Il potere in questa nuova Cina era detenuto dal partito nazionalista del Kuomintang, il cui leader moderato Sun Yat-sen cercò di porre fine agli scontri tra i signori della guerra che dominavano da decenni le regioni cinesi. Per ristabilire un minimo di controllo, Sun si servì anche dell’aiuto del Partito Comunista Cinese. I buoni rapporti tra il Kuomintang e il PCC vennero spezzati alla morte di Sun, il quale fu sostituito dal nazionalista e anticomunista Chiang Kai-shek nel 1925. A partire dal 1927 Chiang scatenò una serie di repressioni contro i comunisti che portarono ad una guerra civile. I comunisti vennero perseguitati per molti anni ma riuscirono a sopravvivere grazie alla guida del loro leader Mao Zedong. Dopo una breve interruzione dovuta alla Seconda Guerra Mondiale, il conflitto ricominciò con grande ferocia e terminò nel 1949 con la vittoria dei comunisti di Mao e la fuga dei nazionalisti di Chiang nell’isola di Taiwan.


Nonostante la nascita della RPC nel 1949, per più di 20 anni fu la Cina nazionalista di Taiwan ad essere considerata a livello internazionale l’unica Cina, tant’è che il piccolo stato asiatico partecipava nelle Nazioni Unite come membro permanente del Consiglio di Sicurezza con USA, URSS, Regno Unito e Francia. La situazione iniziò ad evolversi già a partire dagli anni '60, fino a quando nel 1971 la RdC fu esclusa dalle Nazioni Unite con la Risoluzione ONU 2758. Al suo posto come membro permanente del Consiglio di SIcurezza fu accolta la Repubblica comunista (RPC), la quale divenne formalmente l’unica legittima Cina riconosciuta a livello internazionale.


Gli stessi Stati Uniti aprirono le prime relazioni con la RPC nel 1971, riconoscendola ufficialmente nel 1979. La normalizzazione dei rapporti sino-americani era fondamentale in chiave antisovietica, dato che il sodalizio tra Mosca e Pechino si stava già raffreddando da tempo.


Per anni la RdC e la RPC non ebbero alcun contatto. Solo nel 1992 i due governi, cercando un terreno d’incontro, aderirono alla politica dell’unica Cina, ovvero all’idea che esista una sola nazione che ingloba sia la parte continentale che l’isola di Formosa, e che nel lungo periodo le due entità verranno unificate in un’unica entità statale. Il problema è che entrambi i governi rifiutano la supremazia dell’uno sull’altro.


La velleità di Pechino di assorbire in modo definitivo Taiwan risiede in due motivazioni principali:

  • La prima è che, nonostante sia stata già determinata l’esistenza formale di un’unica Cina, la RPC ambisce a diventare una potenza egemone a livello globale e il suo lustro dipende anche dal riuscire a unificare sotto un'unica bandiera tutti i territori che Beijing ha reclamato come suoi (e.g. Tibet, alcuni territori al confine con l’India e il Bhutan, Taiwan);

  • La seconda motivazione è strettamente strategica. Chi controlla l’Isola di Formosa ha la possibilità, per ragioni geografiche, di imporre un’egemonia sulle rotte marittime che si dirigono verso il sud-est asiatico e l’Oceano Indiano. Di conseguenza, ciò permetterebbe a Pechino di diventare l'unica potenza regionale di riferimento nell’Asia del Pacifico, a discapito di Giappone e India.

*carta di Laura Canali (2020) per Limes


Per quanto riguarda Taipei le ambizioni sono altrettanto grandi, tant’è che le sue rivendicazioni territoriali sono più ampie rispetto a quelle di Pechino. Ovviamente però le contingenze storiche hanno portato oggi Taiwan a doversi porre in un atteggiamento difensivo, essendo impensabile un assorbimento coercitivo della Cina continentale.


I tentativi più forti per riunificare i due Stati sono ovviamente partiti dalla ben più potente Cina comunista. La PRC ha tendenzialmente fatto uso del suo soft power per cercare di convincere i taiwanesi a ricongiungersi con i loro fratelli continentali in modo pacifico e volontario. La formula politica Un paese due sistemi rappresenta il più celebre tentativo di soft power cinese: ideata dai leader comunisti negli anni ‘80, questa politica nacque per riportare le città di Macao e Hong Kong, all’epoca sotto il controllo portoghese e britannico, sotto l’egemonia di Pechino. L’idea era di affermare l’unicità della Cina come soggetto politico, concedendo contemporaneamente una forma di autonomia politica ed economica alle due città. Pechino, in questo modo, sperava di convincere diplomaticamente Taiwan a cedere la sua sovranità. La strategia a lungo termine pareva quella di un’assimilazione graduale e senza spargimenti di sangue.


Tuttavia, le proteste di Hong Kong hanno definitivamente eliminato la possibilità di riunificazione pacifica, e ciò ha anche generato un colpo di frusta nei rapporti tra Pechino e Taiwan.


Sembra quindi che l’unica via rimasta percorribile per la RPC sia quella di Hard Power, che si tradurrebbe in un’invasione dell’isola. A tal proposito, l'ammiraglio dell’U.S Navy John Acquilino ha dichiarato che questa ipotesi è ben più che una semplice minaccia. Tuttavia, Pechino dovrebbe affrontare non poche difficoltà:

  • La distanza tra la Cina continentale e l’Isola di Taiwan è di soli 160 km e questo non permette l’impiego di grandi flotte;

  • La Cina ha un grande e sofisticato esercito, non abituato però ad agire su un territorio "stretto" e piccolo come Taiwan;

  • L’esercito taiwanese è composto da 180mila regolari e un milione e mezzo di riservisti ben addestrati, i quali, inoltre, potrebbero ricevere supporto americano e giapponese in caso di invasione. La resistenza, dunque, sarebbe feroce;

  • La guerra anfibia, essenziale per invadere l’isola è tra le più complesse. La Cina non ha alcuna esperienza in ciò. Un disastro militare per Pechino potrebbe essere devastante a livello sociale e politico.

Di conseguenza la RPC si trova costretta a trovare soluzioni non necessariamente convenzionali:

  • La Cina sta optando per una guerra ibrida, quindi nessuna invasione. Tramite azioni di logoramento mira ad impaurire la popolazione taiwanese per sfinimento (strategia già usata da Iran, Russia, Turchia e Israele). I caccia cinesi passano nei cieli taiwanesi giornalmente senza sparare alcun colpo, costringendo però quelli dell’aviazione di Formosa a decollare per scortarli fuori dai cieli della Repubblica di Cina. Ciò comporta anche uno sforzo economico non indifferente.

  • La flotta cinese ha, inoltre, esponenzialmente aumentato le operazioni marittime vicino alle acque territoriali taiwanesi.

Ciononostante rimane comunque il problema dell’accettazione, non scontata, della popolazione locale in caso si concretizzasse un'invasione.

*carta di Laura Canali (2020) per Limes


Ovviamente, non abbiamo una sfera di cristallo e non possiamo garantire che effettivamente la RPC invaderà Taiwan. L’unica cosa certa è che in quell’angolo di Oceano Pacifico potrebbe accadere una delle più importanti sliding doors del nostro tempo.




di Geopolitales