IL PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI

Il principio di autodeterminazione dei popoli è innegabilmente uno degli aspetti più oscuri della geopolitica, un concetto spesso mal interpretato o richiamato in contesti non pertinenti. In questo articolo ne indagheremo origini, evoluzioni e applicazioni a situazioni reali.


Il principio di autodeterminazione dei popoli rientra nell’ambito del diritto internazionale, come ius cogens, ossia quelle norme di carattere imperativo inderogabili, poste a tutela di valori considerati fondamentali. Dunque, una volta verificata la presenza di almeno una delle condizioni richieste per il riconoscimento del principio, esso non può essere in alcun modo ignorato. Ma quali sono queste condizioni? Per rispondere è necessario fare un passo indietro. La prima volta in cui venne ufficialmente enunciato fu durante la conferenza di Versailles (1919) dal presidente statunitense Wilson. Il principio, insieme ad altre misure, avrebbe dovuto aiutare la “ricostruzione” del mondo dopo il primo conflitto mondiale, ma la sua implementazione è stata spesso arbitraria e disorganizzata. Infatti si deve aspettare la conclusione della seconda guerra mondiale per vederlo applicato, per così dire, adeguatamente. Infatti, anche in relazione alla creazione dell’ONU, e al Capitolo I (art.1.2) della Carta della Nazioni Unite che cita il principio, le potenze egemoni dell’epoca iniziarono un processo di decolonizzazione che portò alla nascita di nuovi stati e allo smantellamento degli imperi coloniali. Va però sottolineato che, anche in questo caso, l’applicazione del principio non fu perfettamente coerente con quanto dichiarato, e le conseguenze sono visibili ancora oggi.

Prima di indagare alcuni di questi esempi, analizziamo, finalmente, quali sono queste tre condizioni ovvero l’occupazione militare straniera, una dominazione coloniale o il far parte di una entità statale che pratichi l’apartheid. Un popolo che subisca una di queste tre forme di oppressione ha il diritto di impugnare il principio e di autodeterminarsi, mentre per gli Stati della Comunità internazionale sussistono obblighi di non impedire o intralciare la libertà dei popoli ad autodeterminarsi.

Nonostante tutto, il principio di autodeterminazione ha dei limiti di applicazione. Ad oggi per esempio non esiste alcuna norma consuetudinaria di diritto internazionale che tenga in considerazione l’“autodeterminazione interna”, ovvero la secessione di una porzione dello Stato. Soprattutto, se si tratta di uno Stato in cui vige un regime assolutamente democratico. In questo articolo, non abbiamo intenzione di giudicare la validità dell’autodeterminazione di alcun popolo, ma di evidenziare alcuni aspetti tecnici e incoerenze nell'applicazione del principio.


Tra i casi più celebri, in cui formalmente mancano le condizioni ritenute necessarie ad autodeterminarsi, possiamo citare il Québec, la Catalogna e i Paesi Baschi. Tutte e tre le entità territoriali godono di un buon livello di autonomia amministrativa e culturale per concessione dei rispettivi governi centrali (canadese e spagnolo). In tutti e tre i contesti vi sono state storicamente delle lotte per la propria emancipazione. Sono infatti celebri i movimenti indipendentisti catalani e del Québec, che hanno tendenzialmente avuto una natura pacifica, cosiccome l’organizzazione basca ETA, la quale tra il 1958 e il 2018 non ha avuto timore nel pianificare atti terroristici e una lotta armata clandestina per favorire l’indipendentismo della regione. Formalmente, a prescindere dalla narrazione che ciascuno di questi popoli porta, il diritto internazionale non riconosce loro la libertà di autodeterminare il proprio assetto costituzionale, in quanto mancano i presupposti giuridici necessari.


Di conseguenza sarebbe lecito aspettarsi che nei casi in cui sussistono occupazioni militari straniere, dominazioni coloniali o pratiche di apartheid, il principio venga garantito e applicato automaticamente. Ebbene no, non è sempre così.

Preferiamo sorvolare casi noti ai più, come quello curdo o palestinese, e concentrarci su una vicenda meno conosciuta: la questione della provincia West Papua. De iure questa è la parte occidentale dell’isola della Guinea e fa parte dell’Indonesia. Culturalmente i nativi dell’isola non si considerano etnicamente indonesiani e possiedono una fortissima identità culturale.

Fino alla fine della seconda guerra mondiale il territorio ha fatto parte dei possedimenti coloniali olandesi. Dopo un feroce scontro tra l’esercito olandese e il neonato stato indonesiano, la regione viene posta sotto il controllo di Giacarta. Al giorno d’oggi è comprovato che la popolazione di West Papua vive una condizione di occupazione straniera. Dal 1963 esiste il Free Papua Movement, che spinto da un forte spirito nazionalista, lotta per l’indipendenza. Nonostante la presenza dei requisiti legali, la comunità internazionale, o almeno quella che conta, non ha mai riconosciuto le lotte e pretese degli abitanti della provincia.


È chiaro dunque come non vi sia coerenza nell’applicazione del principio e, di conseguenza, come possano sorgere alcuni dubbi sulla sua validità. Viene da chiedersi inoltre, se la comunità internazionale non debba essere ripensata fin dalle fondamenta, e se abbia ancora senso pensare le relazioni internazionali secondo il modello westfaliano dello stato-nazione.


di Geopolitales