"INFIRMA" ERGO SUM

Come cazzo potete chiamarla: “la malattia delle donne non amate”? Il senso di inferiorità imposto alle donne con endometriosi nell’ottica della teoria della stigmatizzazione.


La parola hysteria, proveniente da Ystèra (utero in greco) appare per la prima volta negli scritti del medico, geografo e aforista Ippocrate di Coo.

Il padre della medicina, già nel IV secolo a.C. aveva identificato l’isteria come una malattia tipicamente femminile, che prevedeva lo “spostamento dell’utero” causando nelle donne diversi tipi di disturbi riflessi.

Con il passare dei secoli la parola si è mossa di diagnosi in diagnosi cambiando saltuariamente il proprio significato e la propria concezione sociale. Intorno al XV secolo si parla di isteria come caratteristica delle donne che non riuscivano, per malformazioni fisiche, ad adempiere al compito della procreazione.

I famosi studi sull’isteria condotti da Sigmund Freud nella fine XIX secolo, si distaccano dall’aspetto fisico della patologia e la portato all’inscrizione nella tabella dei disturbi psichici, in quanto generata, secondo lo psicoanalista, da traumi repressi.

Gli studi freudiani affondano le proprie radici nelle ricerche antecedenti condotte dal neurologo francese ottocentesco di nome Jean-Martin Charcot.

Negli studi condotti nell’osperdale parigino di Salpêtrière, il dottor Charcot, si impegnò nella produzione di materiale fotografico (comprovante le sue teorie) di donne in preda a crisi isteriche. Egli sosteneva infatti che l’isteria fosse sorella dell’epilessia e si manifestasse attraverso crisi che potevano essere gestite attraverso un percorso di tipo psicologico.


Questo materiale ha incuriosito e ispirato il panorama scientifico, sociale, giornalistico e divulgativo, per influenzare infine, anche il panorama artistico.

Nell’ambito dell’espressionismo, che mira a raggiungere la narrazione più autentica dell’individuo in quanto tale, nasce il genio artistico di Egon Schiele. L’artista viennese viene fortemente influenzato dagli scatti di Charcot, tant’è che ne prende ispirazione per molte delle sue creazioni.

Augustine, attitudini passionali (Crocifissione), Iconographie Photographique de la Salpêtrière


Egon Schiele, Nudo femminile, 1914


La produzione artistica e la comunicazione per immagini, in qualsiasi epoca, ha fornito chiavi di lettura sul presente. Così le immagini di Charcot hanno avuto un ruolo fondamentale nella narrazione dell’isteria. Condizioni ed emozioni che sono state assimilate e riproposte nelle posizioni e nei gesti emozionali delle figure di Schiele.

È anche per mezzo di questo tipo di narrazioni che oggi abbiamo un’idea ben precisa di cosa sia la parola “isteria” e che ci impadroniamo del diritto di usarla come appellativo diffamatorio verso donne “nervose”.

Questo meccanismo di appropriazione o depositazione di senso e definizione, viene descritto in ambito sociologico con la teoria della Stigmatizzazione.

Erving Goffman, sociologo canadese, ha teorizzato lo stigma, definendolo come un attributo screditante e declassante dell’individuo che lo segna in maniera permanente in quanto lo stigma viene interiorizzato ed impersonato dal soggetto a cui è attribuito. La persona può essere screditata rispetto ad un aspetto non consono e non piacevole del proprio carattere o atteggiamento (come nel caso dello stigma della criminalità), può essere collettivo (come nel caso dell’identificazione in chiave giudicante con la cultura di appartenenza), o per malformazioni fisiche e problemi di salute.

Lo stigma può avere due modalità di espressione: - La condizione di screditato: Il soggetto è consapevole che le altre persone sono al corrente e riconoscono il suo stigma; - La condizione di screditabile: Il soggetto è consapevole che le altre persone non sono sempre al corrente del suo stigma perché non è particolarmente evidente. In entrambe le condizioni, il soggetto stigmatizzato ha interiorizzato la propria condizione e questo, come il maestro Goffman spiega, “provoca inevitabilmente in lui, anche solo in certi momenti, la convinzione di non riuscire a essere ciò che dovrebbe. La vergogna diventa la possibilità determinante: deriva dal fatto che l’individuo percepisce qualche suo attributo come un marchio infamante, oppure si rende conto con chiarezza di non avere qualcuno degli attributi richiesti".


Vivere con lo stigma addosso, dunque, porta alla completa interiorizzazione di questo, fino a non avere più confini tra il soggetto e lo stigma, che diventano inevitabilmente la stessa cosa.


Esplicativo è, parlando di isteria e stigmatizzazione dell’isteria, il video musicale dell’artista italiana Augustine. Augustine è un nome d’arte, adottato in onore della protagonista femminile del saggio “l’invenzione dell’isteria” del filosofo Georges Didi-Huberman. L’autrice viene definita isterica e per questo, donna. L’isteria diviene dunque uno stigma di genere, che ogni donna ha cucito addosso.


(https://youtu.be/6gf2u29hsrQ)


Ma cosa succede quando lo stigma è una malattia cronica non curabile come l’endometriosi?


L’endometriosi è una malattia che colpisce in Italia 1 donna su 10, si tratta di una reazione infiammatoria caratterizzata dall’ispessimento della parete uterina (adenosi focale) o di altre zone fuori dall’utero (adenosi diffusa). Quest’infiammazione è dovuta alla distribuzione anomala di cellule della mucosa endometriale. Ad oggi sono sconosciute le cause e non c’è un unica modalità di trattamento. Non esiste cura definitiva. Essendo una malattia poco conosciuta, è ancora molto difficile la diagnosi tempestiva e questo comporta peggioramenti fisici e compromissioni psicologiche alle donne che ne soffrono. La frustrazione aumenta quando le donne con questa patologia vengono ammonite socialmente per non essere “capaci di sopportare il dolore”, o per essere“isteriche”, “permalose”, “esagerate”, spesso considerazioni fatte senza la cognizione del dolore che l’endometriosi provoca.


L’endometriosi può portare ad infertilità, gravidanze complesse, oltre che a periodi molto dolorosi dovuti al ciclo mestruale o a rapporti sessuali. Influenza in maniera radicale la vita delle persone che ne soffrono. Questa patologia può essere intesa come uno stigma per il solo fatto di esistere, ma a quanto pare la diagnosi non è abbastanza dolorosa da accettare, e così, alcuni giornali italiani hanno iniziato a parlarne chiamandola “la malattia delle donne non amate".


Scoprire il perché di quest’assunto è ancora più scandaloso e imbarazzante. I motivi principali sarebbero due: il primo è relativo al fatto che, data la difficoltà di procreazione, le donne con endometriosi probabilmente non potranno mai godere dell’amore di un figlio. Il secondo è che, provando dolore durante i rapporti, le donne affette da questa patologia (stando alle considerazioni sagge e senza dubbio acute di tali giornalisti/e), non possono soddisfare a pieno i piaceri sessuali del partner, divenendo pertanto “meno amate”.


Lo stigma in questo caso, interiorizzato con forza, diventa doppiamente doloroso. La condizione fisica è, già di per sè, una condizione sfavorevole alla conduzione di una vita normale. Il sentirsi dire con tono quasi denigratorio, di essere “meno amate” aumenta il senso di inferiorità, abbassa l’autostima e di conseguenza fa sentire “non degne d’amore”, donne che già lottano tutti i giorni con una patologia cronica e incurabile.


Come con l’isteria del XV secolo, anche in questo caso la donna viene messa alla gogna quando non ha la possibilità di rispondere alle aspettative sociali di procreazione, e oggi anche di soddisfacimento del piacere maschile. Le narrazioni che vengono fatte delle malattie biologicamente femminili come poteva essere in passato l’isteria e oggi l’endometriosi, hanno un assetto tutt’altro che neutro.


Chi scrive e parla di queste patologie è influenzato e risponde ad una società patriarcale ed esigente che criminalizza e stigmatizza la donna non “fisicamente idonea” o che semplicemente si discosta per altre ragioni o per scelte personali, da quel modello di femminile a cui da secoli ci hanno abituat*. Una società che isola e priva d’amore il “diverso”, senza remore e con crudeltà; una società bigotta che nutre aspettative specifiche, e non è disposta ad ascoltare i problemi, le complicanze, i bisogni e soprattutto i piaceri femminili.

Nel 2014 la modella e artista ungherese Andi Kacziba, propone l’opera dal nome “altare della sterilità”, lo definisce un luogo sacro, dove recarsi non per chiedere un figlio, ma per riflettere su cosa significa essere donna oggi.


Se possibile, inviterei chiunque stia leggendo questo articolo a recarsi davanti a questo altare, o trovare un punto da investire di sacralità, e porsi questa esatta domanda: “cosa significa essere donna oggi?”.


Forse in questo modo, sviluppando una nuova e collettiva narrazione del femminile e del maschile, studiando gli anfratti della società in cui viviamo, ricordandoci delle evoluzioni storiche che ci hanno creat*, allenando le nostre capacità di analisi critica... allora si potrà avere la forza di indignarsi. Indignarci tutti e tutte, davanti ad ogni forma di stigma, così da non lasciare una sola volta in più, uccidere con l’indifferenza nessun*. Indignarci per proteggere tutte quelle donne definite “isteriche”, “sterili”, “inabili” e con rabbia ribadire che nessun* merita di essere definit* "meno amat*".




di Letizia Goldone



Note:

https://www.endometriosi.it/che-cose-lendometriosi/


(Re)Reading the Classics L’identità degradata. Note sul dispositivo teorico di Stigma Marco Bontempi Università degli Studi di Firenze