INTERVISTA AD ANTONIO CIPRIANI

Antonio Cipriani, giornalista e scrittore. Negli ultimi anni insieme alla moglie Valentina hanno dato vita a Vald’O, un avamposto culturale nato sulla via Francigena sotto forma di Vineria Letteraria. È una Redazione aperta di progetti editoriali e culturali visionari che hanno nel cuore la Magnifica Terra, quella Valdorcia dal paesaggio incantato sintesi di bellezza di natura e di lavoro e creatività dell’uomo. Come una bottega rinascimentale, l’incontro tra culture diverse e generazioni diverse crea continuamente lo spirito innovativo necessario per sfidare le consuetudini e l’obbedienza. Vald’O è una libreria incentrata sulle case editrici indipendenti, sulle perle spesso sconosciute che continuano a macinare cultura. Oggetti preziosi, che dimostrano un elemento chiaro: la carta non è morta. Un posto gentile dove sedersi, leggere, dialogare, sorseggiare un buon vino del territorio. Nomi, cognomi, facce, storie, sorrisi, non aziende che si affidano alla grande distribuzione, non esponenti industriali del profitto a qualunque costo.

Ciò che sta succedendo sul Coronavirus mostra come anche il più «naturale» dei fenomeni fa i conti con i rapporti politico-economici globali. Questa emergenza ha messo a dura prova il sistema in cui viviamo oggi, pensi che sia possibile un cambio di rotta?

Si tratta del più naturale dei fenomeni che però non può essere gestito dal capitalismo del terzo millennio con le semplici ricette che utilizza: tagliando il bene comune a favore delle privatizzazioni, sacrificando poveri e vulnerabili, scatenando una guerra. Insomma laddove li mercati che vanno su e giù, lo spread, la violenza e la repressione sono poco significativi per risolvere un problema, gli incompetenti al comando non sanno che fare. Noi paghiamo questa incompetenza con tratti criminali che ci ha fatto precipitare in un incubo sanitario e sociale. E paghiamo l’assuefazione dei cittadini ai livelli oltre ogni limite di devastazione ambientale, di inquinamento da smog, di privatizzazioni selvagge, di ingiustizia sociale. Non è normale che in questi decenni abbia prevalso l’indifferenza. Una responsabilità ce l’hanno anche i media, che hanno guidato il dibattito politico e culturale sul binario morto dell’interesse del capitalismo. C’è una frase bella che ho letto da poco ed è di una giornalista inglese, Laurie Penny: il capitalismo è un culto di morte. Non prevede benessere per l’uomo e non ha come fine niente di vitale per l’umanità.

Pensi che questa pressione degli stati sia un tramonto del neoliberalismo e un ritorno dello stato sociale?

Rispondo anche alla seconda parte della prima domanda. Un cambio di rotta sarebbe auspicabile ed è possibile. Non so quanto probabile. Il capitalismo sa mutare pelle: è una forma di guerra di lunga durata combattuta dai ricchi contro i poveri. Ed è diventato spregiudicato quando i ricchi, negli anni Ottanta, hanno prevalso con le armi della comunicazione, della propaganda, delle scintillanti certezze assolute della modernità. Però mi aspetto un ritorno alla politica e una battaglia per ottenere giustizia sociale e diritti.

Fare informazione in un momento difficile e pieno di incertezza come questo presenta grandi difficoltà per i giornalisti, che hanno la responsabilità di coprire l'evoluzione dell'emergenza sanitaria in maniera corretta, aggiornata e verificata, usando toni che non generino il panico tra i lettori ma che al contempo non sminuiscano la gravità della situazione. Abbiamo assistito a tanti giochetti per accaparrarsi la notizia, un esempio valido può essere la pubblicazione in anteprima della bozza del primo decreto. Che ne pensi del loro operato?

Ci sono giornalisti bravi, accurati e sensibili, e giornalisti scarsi, approssimativi e sottomessi. Vivono tutti nello stesso mondo mediatico, il problema è che i secondi – per tutta una serie di circostanze – tendono a prevalere. Mi dispiace sempre vedere come il mondo dell’informazione sia finito nelle mani di editori cinici, con un legame stretto con la politica e con i grandi investitori. Mi dispiace la mancanza di una riflessione sui proprietari dell’informazione, quindi della libertà di stampa. Detto questo, sulle notizie che circolano credo di poter dire che un problema sia la linea d’ombra dell’informazione: quali notizie sono alla luce, trattate dai media, e quali no. E tra quelle trattate, in che modo… E non parliamo di fake news…

W. Shakespeare diceva “Il mondo è fuori squadra: che maledetta noia, esser nato per rimetterlo in senso.” Come possiamo fare una rivoluzione ai tempi nostri? Come far guerra alla guerra?

Già, guerra alla guerra. La risposta è in questa sovversione semantica. Non possiamo continuare a pensare che per cambiare il mondo si possano utilizzare gli strumenti che ci hanno ridotto in schiavitù. Occorre pensare in modo sovversivo e ipotizzare scenari di lotta imprevedibili. Quali? Non so. Spetta a voi. Io parto da un principio: non si può essere rivoluzionari se non si rivoluziona se stessi.

Vini e libri. Sono sullo stesso piano o uno arricchisce valorialmente l’altro? Avete mai pensato di proporre, sia nel locale che da casa, abbinamenti eno-letterari?

Vini e libri, per la nostra visione sovversiva, sono cultura. Intanto non abbiamo vini industriali, ma solamente vini fatti da vignaioli. Vini che raccontano il lavoro di chi va in vigna, fatto da contadini e dalle loro famiglie per piccole produzioni. Si tratta di cultura e difesa del territorio, di un territorio in cui lo spirito rurale nei secoli è stato potente e gentile. In cui il paesaggio è dolcemente disegnato dal lavoro. Noi siamo un avamposto per dialogare con chi passa sulla Francigena e con chi vive in questa magnifica terra. Nel dono dell’incontro.

Che cosa avete/state imparando dal servizio di consegna a domicilio? Continuerete anche una volta finita l’emergenza?

La consegna a domicilio, con il corriere o con lo zainetto, ci ha permesso di sopravvivere. Ma solo perché la comunità che si muove intorno all’avamposto culturale si è mossa in modo dolce e solidale. Si sta creando una rete di mutuo sostegno che vivrà anche dopo l’emergenza e che ci porta a riflettere su quei valori che dobbiamo difendere e rivendicare. Stiamo già lavorando perché il domani sia diverso.

Il governo ha dato la possibilità di riapertura delle librerie ma voi avete deciso di restare chiusi, come mai?

Un luogo che nasce nel dono dell’incontro, dove ci si siede e si parla, si discute di tutto davanti a un bicchiere di vino e un bel libro. Un posto dove gli eventi culturali, artistici, poetici e teatrali rappresentano l’anima, non può vivere trasformandosi in una tabaccheria: entri, sanifichi le mani, metti i guanti e la mascherina, chiedi un libro come fosse un pacchetto di sigarette e in 30 secondi paghi e te ne vai. Non va bene. Continuiamo ad esercitare il dono dell’incontro, l’amicizia, la solidarietà, in altre forme. Fin quando si potrà tornare ad essere ValdO, la Vineria Letteraria.

Quanto inciderà, post Covid-19, la psicosi collettiva sulla celebrazione e il dono dell’incontro? Soprattutto in un locale come il vostro dove l’incontro e le iniziative culturali sono il fulcro del vostro lavoro.

Inciderà. In parte ho risposto nella domanda precedente. Comunque noi non metteremo in discussione lo spirito sociale dell’avamposto culturale, non rinunceremo alla bellezza dell’incontro con lo sconosciuto, alla maieutica reciproca che ci arricchisce di valori umani e culturali.

Un aspetto positivo e uno negativo che inciderà nel lavoro futuro di tutti i librai d’Italia.

Positivo: le librerie indipendenti sono state più pronte a fronteggiare il problema senza arretrare troppo, mettendo in campo iniziative e solidarietà. Bellissimo il progetto Libri da Asporto, che ci ha visti protagonisti dalle prime battute, con un gruppo di pubblicitari che ha chiesto alle case editrici indipendenti di mettere a disposizione un fondo per permettere alle piccole librerie indipendenti di poter spedire gratuitamente in tutta Italia. Negativo: trasformare il mercato librario in qualcosa privo di anima, facendo prevalere la logica dei megastore e di Amazon.

Di Aldo Benvenuto