#iorestoacasa. MA CHI UNA CASA NON CE L’HA?

Intervista a Francesca Durio, operatrice dei dormitori comunali di accoglienza per senza tetto.

Che fai nella vita? Perché hai scelto un lavoro di solidarietà? In cosa consiste? Ciao. Mi chiamo Francesca e sono una studentessa e lavoratrice. Da un paio di anni mi sono trasferita a Torino per iniziare il mio percorso di studi all’università, corso “Comunicazione Interculturale”. Ho subito iniziato a cercare un lavoro che mi permettesse di mantenermi economicamente, almeno in parte, per quello che comporta il vivere fuori dal nido. Sono un’operatrice nei dormitori comunali di accoglienza per senza tetto. Questo è già il mio secondo anno di lavoro in questo settore nel periodo invernale, da novembre ad aprile, denominato di “emergenza freddo”, che prevede l’ampliamento delle ore di accoglienza nelle C.O.N. (case di ospitalità notturna) dalle 17 alle 9 della mattina successiva. Il servizio è organizzato tramite un sistema di iscrizione in liste e di rotazione di 1 su 1 (ogni sera ci si deve presentare al dormitorio per chiedere posto per dormire quella notte) e offre l’opportunità di riposare in un posto caldo, di farsi una doccia, di cenare. Da sempre posso dire di essermi avvicinata, in diversi modi e occasioni, ai servizi di solidarietà e aiuto nel sociale tramite il volontariato. Il contatto con le persone, lavorare direttamente con loro, è una cosa che ho sempre sentito spingere molto forte dentro di me. Lavorare nei dormitori non ti mette a contatto solo con i comuni “barboni”, come piace molto definirli, ma con tutta una rete sociale di persone che sono lo specchio della società, il retroscena di quello che poi in bella viene messo in mostra sul palcoscenico delle nostre città contemporanee. La vera società, chi veramente vive questa città, queste strade, dai suoi angoli più segreti agli spazi più aperti, sono loro. La varietà di persone che ho incontrato in questo mio piccolo e breve viaggio nel cuore di quella che è la mia nuova Torino, è una delle scoperte più affascinanti che abbia mai fatto. Nella disuguaglianza, nella varietà, nella diversità tra queste persone si nasconde un luogo che più di ogni altro mi ha permesso di trovare e provare la vera uguaglianza, perché lì si è tutti sullo stesso piano, tutti sulla stessa barca, a cercare di sopravvivere e di riscattarsi, allo stesso identico modo, da questa società capitalistica che considera chi non produce e chi non compra come scarto.


Come è cambiato il lavoro con l’emergenza? Che difficoltà affrontate? Da quando è iniziata l’emergenza Covid l’intero sistema ha ricevuto una forte scossa d’assestamento. Se devo rispondere alla domanda se le cose sono cambiate, non posso che rispondere di sì, ma è il come che fa la differenza. Le liste sono state chiuse, non si fa piu 1 su 1 alla porta dei dormitori e chi era dentro è rimasto dentro, fisso, per ridurre al minimo il cambio e passaggio di persone, per evitare assembramenti fuori dal cancello. Ma tutto questo è arrivato tardi, troppo lento e più che altro solo perchè noi operatori facevamo notare queste mancanze, quasi come se fossimo gli unici a renderci conto della situazione per il semplice fatto che siamo quelli in prima linea. Ci sentiamo derisi quasi, il silenzio dall’alto, da chi dovrebbe dire come gestire le cose, e assordante. Mancano spazi, materiale sanitario specifico per la situazione, tutto arriva sempre con troppo ritardo ingiustificato. In più, nelle ultime settimane, siamo stati testimoni dell’arrivo dei primi casi positivi nei dormitori pensando che il Comune, l’ASL, la Croce Rossa , la Prefettura, fossero preparati a gestire tale situazione, ma cosi non è stato, nonostante il preavviso da parte nostra. Questo perché i senza fissa dimora e gli operatori dei servizi sanitari sono, per le istituzioni, categorie sacrificabili.


Dove manca lo Stato?


Lo stato manca ovunque. Dentro i servizi di bassa soglia, nei dormitori, ma soprattutto fuori per le strade, dove ancora migliaia di persone si trovano a girovagare senza un posto dove potersi sentire al sicuro in questa situazione tragica, dove poter stare notte e giorno. Inoltre, tutti gli inverni, per l’emergenza freddo, viene organizzato un presidio gestito dalla Croce Rossa Italiana per offrire posti letto in più oltre a quelli nei dormitori. Detto questo uno potrebbe pensare che quindi lo Stato si curi in qualche modo anche di loro. Io, però, inviterei chiunque a presentarsi davanti a quel presidio e negare l’atrocità di tale realtà. La realtà agghiacciante di quel posto si mostra chiara ed evidente a tutti. Una serie di container con circa una novantina di posti totali distribuiti tra le “camere” tramite brandine e letti a castello con più o meno sei posti per stanza. Le condizioni igienico-sanitarie di quel luogo sono già annualmente un potenziale focolaio di malattie e degrado, ora più che mai, ma sembra non importare a nessuno. L’ assurdità più grande è che, ad oggi, le istituzioni coinvolte in questo settore propongono soluzioni a dir poco ridicole e irrealizzabili, come l’allestimento di strutture di accoglienza per senza tetto in luoghi abbandonati e non idonei all’utilizzo, come (parlando sempre per Torino) l’Ex Ospedale Maria Adelaide o il padiglione 5 di Torino Esposizioni. Tutto ciò non fa che alimentare la frustrazione e la rabbia di chi, come noi operatori, tutti i giorni si trova a gestire situazioni ormai fuori dalla nostra portata.

Cosa chiederesti al governo adesso?

Quello che chiedo al governo è che almeno una volta, almeno in questa situazione particolare, si metta veramente in ascolto dei bisogni dei suoi cittadini, ma di tutti. Se mi viene detto che “tutti i cittadini hanno l’obbligo morale di restare a casa per salvaguardare sè stessi, gli altri e il nostro amato paese”, allora pretendo che il governo stesso provveda ad assicurare un posto anche a chi una casa, purtroppo, non ce l’ha. Poco o nulla è stato fatto da chi di dovere da inizio emergenza. Ogni movimento, ogni spinta, è sempre e solo partita dal basso, da chi vive tutti i giorni in prima linea queste situazioni. Noi, in quanto operatori e testimoni di questo preambolo di disastro, non abbiamo intenzione di stare fermi e zitti aspettando che qualcosa si muova. Da subito abbiamo cercato, nel nostro piccolo, di minimizzare gli spostamenti e i contagi, di monitorare il più possibile e per quanto le nostre capacità ce lo permettessero le persone in strada, di fare informazione preoccupandoci di allertare chiunque su cosa stesse accadendo, perchè non tutti hanno gli strumenti per ottenere le giuste informazioni. Ma ci stiamo stancando di doverci fare carico di un lavoro che spetterebbe a servizi specializzati per tali mansioni. Il nostro governo, ad oggi, non è riuscito a trovare una soluzione, o anche solo un piano d’azione, per affrontare l’emergenza anche in questo settore della società. Il silenzio delle istituzioni sta diventando assordante. Penso che la tematica delle persone in strada sia conosciuta da tutti oramai, è osservata ogni giorno direttamente dagli occhi di ogni cittadino. Ma nonostante sia uno dei fenomeni sociali maggiormente in vista, la percezione è di assoluto disinteresse, è come se fossero invisibili. Questa contraddizione è inaccettabile per me: vedere chiaramente il problema e trattarlo con una tale leggerezza e superficialità, non considerare delle persone solo perché non produttive per lo Stato e non accettabili dalla società, quasi mi disgusta.


Chi si occupa degli ultimi oggi? Cosa possiamo fare come cittadini?


Sono le piccole realtà di associazioni, cooperative, volontari che compensano e condensano la maggior parte del lavoro e delle attenzioni rivolte alle persone in difficoltà. Quello in cui lavoro io è un dormitorio comunale in appalto a una cooperativa, ma ogni volta che si mostra una criticità nel sistema, chi deve farsene carico non è mai chi di dovere. Purtroppo molto spesso ci si dimentica che le conseguenze di tali mancanze ricadono sempre e solo sulle persone che in realtà hanno bisogno di aiuto. Ho sempre pensato che il lavoro dal basso e di rete sia la chiave di forza che ci possa permettere di sopravvivere e mandare avanti questo tipo di solidarietà, ma se dall’alto mancano l’appoggio e l’aiuto necessari per lavorare in un servizio di sostegno e aiuto, allora questa mancanza si fa sentire, sempre più pesante, sulle spalle dei lavoratori e ancora di più su chi usufruisce dei servizi. Dare voce agli ultimi e mettersi tutti sullo stesso piano di ascolto credo che siano la cosa migliore che ogni singolo cittadino possa fare nel suo piccolo. Smettere di dimenticarsi degli ultimi della fila e dar loro attenzione. Se ognuno di noi iniziasse a cambiare il proprio punto di vista e a non considerare le persone in strada come gli attentatori alla nostra salute perché “incoscienti continuano a restare in giro nonostante il virus”, forse ci renderemmo conto che la loro posizione non è una scelta, ma una conseguenza di questo sistema malato. Forse ancora una volta stiamo guardando dalla parte sbagliata.


Pensi che il Covid cambierà la percezione che abbiamo degli indigenti e dei senza tetto? Pensi che la politica istituzionale cambierà approccio passata l’emergenza?


Quando tutto questo è iniziato, ammetto di aver sentito accendersi in me una scintilla di speranza. Pensavo che questa situazione senza precedenti avrebbe finalmente messo sotto la giusta luce queste persone, da sempre nascoste nell’ombra. Questo virus attacca tutti e dato che ci è voluta una pandemia globale per farci capire forse un po’ di più che siamo tutti uguali, che non conta che tu sia il primo ministro del tuo paese o il cassiere di un supermercato o il barbone che dorme sulla panchina del corso, credo che la mia speranza nascesse proprio da questo primo impatto. Questa idea che finalmente avevamo l’occasione di riorganizzare le cose, di resettare tutto e ripartire da un altro piano, uguale per tutti, si è dimostrata subito essere solo una mia assurda fantasia. Ancora una volta il sistema si è mostrato per quello che è, sfacciatamente disinteressato a queste persone che da sempre vede, e continuerà a vedere, come un problema da eliminare invece che da risolvere. Ma questa volta non staremo zitti. La rabbia che proviamo tutti noi è una rabbia politica, una rabbia rivolta verso coloro che lasciano le persone a morire per strada invece che aiutarle, una rabbia che non tollera più le ingiustizie e i silenzi. Noi stiamo agendo, insieme, dagli operatori agli ospiti del dormitorio, con determinazione ed energie, ma abbiamo bisogno che tutti ci possano ascoltare e che queste nostre urla arrivino veramente ovunque. Questa volta non staremo in silenzio.


- Virginia Tallone