L'EDITORIALE

La città suscita, ad oggi, sempre maggiore interesse da parte di molte realtà: amministrazione

pubblica, realtà accademiche, gruppi di ricerca, studi specifici, ma anche e soprattutto cittadini

consapevoli dell’importanza di non vivere passivamente gli spazi urbani e i loro processi. Per

questo ci siamo voluti interrogare su questo tema, aprendo il vaso di pandora della questione

urbana, cercando di misurarci nella lettura di fenomeni che hanno a che fare con la nostra vita

quotidiana di studenti fuori sede, di fatto cittadini, esclusi dall’agorà politico della città in quanto

non votanti. (§Non è un paese per fuorisede, Il decentramento dei poli universitari a Bologna)  

Ciò che rende speciale lo studio della città è il suo essere squisitamente contradditoria, il

suo nascondere nella sua coerenza solo apparente i conflitti sociali, politici e soprattutto economici

che da quelle contraddizioni nascono. Per entrare nello specifico di quanto detto basta pensare al

diritto allo studio: sebbene le disposizioni siano sufficienti a garantire l’accesso all’università a

molte categorie di reddito grazie a fasce di contribuzione costruite in base all’ISEE, non lo sono se

considerate in relazione al costo della vita della città di Bologna. Ciò significa che se è vero che uno

studente di una determinata fascia ha la possibilità di ottenere un esonero totale o parziale delle

tasse universitarie, l’accesso agli studentati e alla mensa, è anche vero che lo stesso studente non

può sostenere il sempre più gravoso costo della vita in questa città. Ecco la prima contraddizione e

il primo conflitto, quello per il diritto all’abitare (Il Comune come modo di abitare). Che non si

limita a manifestare un disagio, un problema sociale che colpisce tutti coloro che vogliono vivere la

città, ma fa emergere un altro tema egemonizzante, perlomeno per le città occidentali e nella

fattispecie europee: quello del paradigma economico. A partire dalla fine del secolo scorso si è

andata reiterando una logica ritenuta vincente per l’aumento della ricchezza e della produttività

delle città, quella neoliberale.  

Se riprendiamo l’esempio della mancata corrispondenza tra diritto allo studio e diritto all’abitare,

scopriamo che non è poi così contradditoria se letta attraverso le lenti del sistema neoliberale che

legittima sé stesso attraverso questo lavaggio di coscienza. Se l’obiettivo è quello di aumentare i

consumi e la liquidità circolante in città, allora è coerente puntare alla sostituzione della

popolazione universitaria con un’altra più ricca, in grado di sostenere l’aumento dei costi, e quindi

dei guadagni, della città. Dare a tutti la possibilità di iscriversi e, allo stesso tempo, limitare

l’accesso allo spazio urbano dove ha luogo fisicamente l’istruzione, è la sostanza di quella che

potremmo chiamare gentrificazione studentesca. I prezzi delle case aumentano insieme a quelli dei

beni di consumo, finché il costo generale non diventa un lusso che altri si possono permettere.

Un altro esempio lo troviamo con l’inizio della trasformazione della Bolognina, costruita tutta sulla

narrazione del degrado.(Oppressi ma educati, How to get away with DASPO, Intervista

a Wolf Bukowski), basata sulla legittimazione di interventi come il trasferimento degli uffici

Comunali in via Fioravanti, lo sgombero dell’occupazione abitativa all’ex Telecom proprio di fronte

a quegli uffici, la riconversione del mercato rionale del quartiere, sino ad arrivare a quest’estate con

lo sgombero del centro sociale XM24. Ognuno di questi fatti svela grandi contraddizioni sociali e

politiche, che evidenziano un chiaro orientamento delle scelte amministrative: XM24 diventerà

un coHousing, la palazzina dell’Ex Telecom è stata venduta a Student Hotel (azienda olandese per

studentati di lusso con stanze da 800 € in su). Tutte reiterano, nella forma e nella gestione dello

spazio e dei rapporti che lo attraversano, il paradigma del consumo e del benessere, in cui il welfare

diventa un contenitore etico destinato ai borghesi e, sdoganando la retorica della meritocrazia, a

chi crede nell’illusione di poterlo essere.

Sotto queste luci vanno letti i fenomeni che interessano Bologna per riuscire a percepirla come

parte di un contesto più ampio che gioca le sue partite anche e soprattutto qui.

Anche a Bologna la questione ambientale ha avuto un forte impatto, portando il consiglio comunale

e l’università a prendere posizione (Tempo di agire), anche se poi si accende la contraddizione dei

Prati di Caprara, il bosco urbano fuori porta S.Felice a rischio abbattimento per fare spazio a un

outlet, oggi difeso dal comitato urbano rigenerazione no speculazione.

Soprattutto a Bologna se andiamo a vedere la questione Riders, che si è tradotta nella firma della

“Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano” grazie a riders union.

(L’esperienza dei riders bolognesi: le lotte di oggi per i diritti di domani)

Questa è il filo teso dal quale, in bilico, vogliamo osservare la città. Una Bologna in cui viviamo e

studiamo, in cui vogliamo continuare a leggere contraddizioni e conflitti che nascono e


si muovono in seno ad essa, come le nuove contese generate dalla candidatura dei portici a

patrimonio Unesco (Divieto di autenticità: patrimonio Unesco).

Sempre alla ricerca di pratiche altre che aprano a modalità diverse di gestione dello spazio pubblico

e privato e della loro relazione soprattutto, tentiamo di disegnare le linee future di questa città.

(Distruggere la città?)

Vogliamo portare alla luce la produzione e la riproduzione dello spazio urbano parlandone

provocatoriamente, non solo in questo numero, ma anche attraverso momenti pubblici formativi e

assembleari che amplieranno questa discussione. Consapevoli, come ci ha detto D. Harvey in “Città

Ribelli”, che “la rivoluzione dovrà essere urbana, o non sarà affatto”.


- Virginia Tallone e Gioacchino Congi.