L'ENNESIMO ARTICOLO NAZI FEMMINISTA

Opinioni non richieste sulle supercazzole da tastiera


Disclaimer Questo articolo non ha l’ambizione di essere un’analisi approfondita sulle istanze femministe, né ha la pretesa di fornire una prospettiva risolutiva sulle questioni che più fanno dibattere a livello mainstream. L’intenzione è semplicemente quella di commentare con leggerezza gli opinionismi più diffusi rispetto a questioni femministe considerate “divisive”.


Nei quotidiani safari tra la steppa facebookiana e la giungla instagrammiana, mi capita spesso di avvistare commenti totalmente nonsense vomitati sotto post randomici. La classica reazione che accompagno a queste idilliache visioni è una smorfia di puro e altezzoso disprezzo: fine, niente di esaltante insomma. The show must go on. Il mio cervello viene immediatamente riassorbito dal turbinio di meme, articoli dai titoli clickbait e foto varie. Il problema è che le palle di pelo rigurgitate dai celeberrimi leoni da tastiera continuano a inquinare il giardinetto che da anni cerco di mantenere ordinato e piacevole, la mia amatissima bolla social, in cui tutto il mondo sembra pervaso da un grande senso di umanità e di consapevolezza politica. Perché non rispondo mai? Forse perché non considero i commenti sotto i post un’arena di dibattito particolarmente fertile, forse perché mi sono arresa al fatto che attenderò pazientemente la dittatura del politicamente corretto a vendicare i soprusi subiti da chi nella nostra società è quotidianamente marginalizzatə e colpevolizzatə, in primis le donne.


Sarcasmo a parte, in questo articolo vorrei rispondere ad alcuni dei commenti che quotidianamente fanno infiammare la mia coscienza di nazi femminista perennemente mestruata, così, perché me va.

Ma prima, qualche definizione!


Cos’è il femminismo? Non è questa la sede in cui desidero aprire una discussione di definizioni, soprattutto considerato il fatto che il femminismo è un tema complesso e ricco di argomenti di dibattito proprio perché composto da molte visioni differenti, a volte anche antitetiche. Con argomenti di dibattito intendo però quelle arene fertili supportate da fatti e analisi approfondite, e non di certo gli opinionismi da tastiera che andrò a riportare di seguito. Quelli sono, a mio avviso, appunti sterili, che non fanno altro che inquinare il dibattito su tutte quelle idee che tentano di dare delle prospettive politiche al fatto che viviamo in una società patriarcale, ingiusta e soffocante per molte, troppe soggettività.


1. «Se il maschilismo è sbagliato perché pone la differenza di genere come una discriminante verso la donna sul piano intellettuale, psicologico e biologico, perché il femminismo (o meglio quello che amo chiamare il nazi-femminismo), che è la stessa identica cosa con il verso opposto, dovrebbe essere considerato giusto e eticamente corretto?». (1)


Meme a parte, accostare maschilismo e femminismo è un po’ come abbinare il rosso e il viola: non ha senso e fa cagare. Mettiamoci pure la giustificazione terminologica per cui a livello linguistico maschilismo e femminismo suonino dicotomici. Ciò premesso, cercare di svilire il femminismo affermando che auspichi alla superiorità delle donne è una

supercazzola. Lascio il beneficio del dubbio al fatto che esistano “femministe” che sostengano una discriminazione verso gli uomini - boh. Detto questo, non è un’analisi minimamente condivisa in un movimento che lotta per la parità, per l’emancipazione e per l’autodeterminazione delle soggettività oppresse, fine.


2. Il femminismo è una guerra tra i sessi e serve solo alle donne.


Questa affermazione è falsa, non è altro che una narrazione svilente costruita in base al principio divide et impera. Parafrasando Lorenzo Gasparrini, il femminismo non è una guerra all’ultimo sangue per la supremazia di un sesso sull’altro, ma uno strumento di liberazione trasversale da un sistema patriarcale che, nonostante privilegi gli uomini (bianchi etero e cis), è in ogni caso oppressivo anche verso questi ultimi, perché stabilisce un unico modo legittimo di essere uomo. Boys don’t cry insomma: sii uomo, misurati il pene, sii sessualmente prestante, insensibile e dimostra ogni minuto che ti piace la figa. Non sia mai che qualcunə possa accusarti di essere una "femminuccia" o una "checca".


In sostanza, il femminismo fa bene anche agli uomini: lotta contro la mascolinità tossica e le sue narrazioni.


3. «Eravamo pronti a sostenervi in tutti i modi, ma quegli asterischi * del politicamente corretto femminista vi squalificano. Non c'è bisogno di nuovi "saperi" petalosi e politicamente pettinati». (2)


Nel dibattito generale, la questione del linguaggio inclusivo è una di quelle che fa più discutere a livello trasversale. Che si tratti di uno schwa o di un asterisco, ci sarà sempre chi dirà che è inutile, che le battaglie importanti sono altre, che bisogna prima cambiare la realtà e poi pensare al linguaggio and so on. Facciamo una premessa: non è immediato usare il linguaggio inclusivo, è normale che sia così perché non ci è stato insegnato, non abbiamo socializzato pratiche inclusive fin dall’infanzia. Detto questo, mettere in discussione il modo in cui parliamo non è inutile, non è dannoso ed è una questione di rispetto per chi ci sta intorno: chiunque ha diritto ad essere rappresentatə. È chiaro che usare un asterisco non muterà le condizioni materiali delle soggettività oppresse in maniera radicale, ma stilare una lista di priorità per evitare di interrogarci sulla parte che possiamo fare nel nostro piccolo è un’argomentazione debole. Allo stesso modo, sostenere che il linguaggio non rispecchi ed influenzi la realtà, quantomeno simbolica, è ingenuo. Nessunə obbliga nessunə a usare il linguaggio inclusivo, ma è gratis ed è un tentativo di mettere in evidenza la marginalizzazione quotidiana che moltissime persone vivono ogni giorno. Non sarà perfetto, non sarà definitivo, ma l’Accademia della Crusca ci perdonerà anche questo. Perché sì, di nuovi saperi “petalosi e politicamente pettinati” abbiamo bisogno eccome.


4. «Voto la Meloni perché almeno è donna».


Mi capita quotidianamente di imbattermi in affermazioni sulla falsa riga di questa. Con falsa riga intendo tutta quella serie di argomentazioni che vedono in una donna che raggiunge il “successo” o la visibilità una sorta di strumento di emancipazione collettiva. Il punto è che non è così: se una donna arriva al potere non ci emancipa tutte. Mi è del tutto indifferente che Kamala Harris sia la vice-presidentessa degli Stati Uniti se la stragrande maggioranza delle donne continua a vivere la quotidiana oppressione del patriarcato. Il fatto che la Meloni sia donna non giustifica minimamente le sue posizioni politiche aberranti. La retorica del tana libera tutti è ingenua e dannosa, non fa altro che oscurare l’oppressione delle donne in tutto il mondo, giustificandola con il paradigma liberista del “chi vuole ce la fa”.

Ma davvero la massima realizzazione delle donne è occupare posti di potere? A me sembra che in questo caso, più che di pari opportunità, parliamo di pari opportunità di dominio: la differenza è radicale.

L’emancipazione va ben oltre e va cercata nella giustizia sociale e nell’intersezionalità delle lotte, non potrebbe essere altrimenti. (3)


5. «Smettila di fare la vittima, era solo un complimento!»


No, è catcalling e io non sono un gatto. Non ho chiesto un “complimento”, non ho richiesto attenzioni, non ha un cartello sulla testa con scritto “ti prego guardami come se fossi un pezzo di carne”. Come donna, il catcalling mi fa sentire in pericolo. Rispettare questo è doveroso. Non pretendere di parlare al mio posto è doveroso. Non spiegarmi come dovrei sentirmi è doveroso.


Quando una donna racconta di una situazione che la colpisce in quanto donna, il mansplaining (4) è tanto comune quanto inaccettabile. Il diritto di esprimersi va di pari passo con il dovere di ascoltare: se manca questo, se non riusciamo a dare voce a chi effettivamente è soggetto di determinate circostanze, personali e sociali, continueremo a riprodurre quotidianamente una società oppressiva, ingiusta e disuguale, ne saremo direttamente complici.


In conclusione


Sono ancora tantissimi gli argomenti di cui mi piacerebbe parlare, ma questo articolo inizierebbe a diventare un papiro e ci sarà occasione più avanti. Ci tengo però a concludere con una confessione stile alcolisti anonimi: «Ciao, mi chiamo Virginia Tallone, ho 23 anni e sono sessista». Sembrerà un’affermazione assurda dopo tutta questa tirata, ma è una riflessione fondamentale, una consapevolezza senza la quale continueremo a riprodurre le stesse storture strutturali di questo sistema oppressivo. Il punto è proprio questo: chiunque sia natə in questa società è statə socializzatə a pratiche e pensieri discriminatori e sessisti - così come razzisti, abilisti e così via. Riconoscere questo è il primo passo fondamentale per qualsiasi processo di cambiamento. Anche se sono donna, anche se vivo la quotidiana oppressione del patriarcato, anche se ogni giorno mi sforzo di costruire una coscienza politica - personale e collettiva - rispetto alle questioni femministe, sono nata e cresciuta in questo sistema e ciò ha un peso enorme nel modo in cui penso e in cui mi comporto. Lo ha per tuttə noi. L’unica soluzione possibile è mettersi in attento ascolto, perché pochissimi ambienti, anche tra quelli più radicali e consapevoli, possono dirsi esenti da pratiche discriminatorie, anche solo a livello simbolico. Quindi leggiamo, partecipiamo, ascoltiamo chi ha esperienze e sensibilità da condividere, chi subisce discriminazioni ogni giorno e fa della lotta contro le ingiustizie il proprio pane quotidiano: abbiamo tuttə qualcosa da imparare.



Note:

(1) https://www.facebook.com/csoaforteprenestino/posts/10212596789817444/

(2) Dai commenti a questo post: https://www.facebook.com/Funambolisaperidalbasso/posts/3589556831133756

(3) Per approfondire in modo semplice consiglio la lettura di "Femminismo per il 99%. Un manifesto"

(4) "Mansplaining deriva dall’unione di ‘man’ (uomo) e ‘explaining’ (spiegare), e indica la pratica perpetrata solitamente da uomini che, dissimulando il loro agire con toni bonari e paternalistici volti a mantenere un atteggiamento politicamente corretto, presumono di essere qualificati a spiegare (solitamente ad una donna) un concetto sul quale non necessariamente siano più ferrati del loro interlocutore di sesso femminile." Ad esempio: "quando un uomo spiega a una ingegnera come funziona una caldaia, quando si parla di violenza di genere e gli uomini dicono alle donne cosa è meglio per le vittime, quando un uomo spiega ad una donna perché il femminismo è ormai superato."



di Virginia Tallone