L’ERASMUS AI TEMPI DEL CORONA.

Nulla da aggiungere su quanto sta accadendo. I media si sono espressi a sufficienza rispetto a qualsiasi aspetto dei fatti, talvolta pseudo-fatti. Una volta finito tutto (frase di speranza ormai ripetuta all’infinito senza realmente vedere una via di uscita), sarà d’obbligo un’autoanalisi per comprendere cosa è successo al mondo in questo strano anno bisestile. Ora però è il caso di spostarsi sui racconti delle persone, sul micro. E non solo le testimonianze di chi “è guarito”, ma anche di tutti coloro che vedono cambiate le proprie aspettative riguardo un futuro prossimo, senza sapere bene come sarà il proprio domani. Un’occasione interessante per chi resterà nelle proprie case con le mani in mano (o quasi, viste le misure di lezioni online e di smart working), quella di sperimentare nuove attività per riempire le ore vuote. Un po’ meno per i ragazzi italiani in Erasmus, che con l’aria che tira si ritrovano a portare il fardello dell’essere italiani all’estero. Un po’ un memorandum dei tempi andati, che ormai ci sembrano preistoria, con la differenza che ad esserne protagonisti sono i Millenials. La generazione Erasmus, diversamente da quella di nonni e, perché no, dei genitori riuscirà a svincolarsi dai luoghi comuni e a non annegare nell’oceano mediatico che sta travolgendo tutti. O almeno questo ci auguriamo. Di seguito i racconti diretti di una ragazza e un ragazzo (italiani) che in questi giorni si trovano in Erasmus in Polonia. Lei ha risposto ad alcune domande, mentre lui ci ha inviato un breve racconto della sua esperienza. In entrambi i casi abbiamo deciso di rispettare l’anonimato.


Cosa e come ti è stato comunicato delle quarantena?

Sono arrivata in Polonia il 25 di febbraio. A Cracovia. Poi il 27 a Lublin, città dove frequenterò l'Università. Avevo già comunicato all'ateneo polacco il mio arrivo nella città universitaria il 27 e in questo giorno mi arrivò una mail istituzionale in cui rettore comunicava che gli studenti provenienti da Asia e Italia avrebbero dovuto attendere 14 giorni dal proprio arrivo in Polonia prima di poter entrare in università. Nell'e-mail era contenuto anche il contatto di un medico nel caso di eventuale presenza di sintomi.


Che tipo di controlli ti sono stati fatti appena arrivata?

Sono partita da Fiumicino e lì non ho subito nessun controllo; atterrata a Cracovia mi hanno misurato la febbre, come a tutti coloro provenienti dal volo, inoltre la compagnia WIZZ con la quale ho volato, ha distribuito a tutti i passeggeri un foglio da compilare in cui erano richiesti i dati personali, se fossero stati effettuati viaggi recenti in Cina, informazioni sulla residenza nel proprio paese e quella temporanea in Polonia.


Per quanto tempo dovrai stare in isolamento?

La mia si può definire una falsa quarantena, non sto effettuando un vero e proprio isolamento, infatti il divieto di frequentazione è solo per l'università. Non ho ricevuto nessun tipo di comunicazione riguardo l'impossibilità di frequentare luoghi pubblici. A Cracovia ad esempio si invitano gli studenti ad autoisolarsi se potenzialmente infetti ( nei casi di contatti diretti o indiretti), o perchè provenienti da paesi ad alto rischio, ma non è fornita nessun tipo di assistenza. Per ora rispetto ciò che mi è stato comunicato dall’ateneo, quindi aspettare che decorrano i 14 giorni dal mio arrivo per frequentare le lezioni.


Cosa si prova? Come ti senti?

Beh credo non sia il migliore dei modi per iniziare la propria esperienza Erasmus. Fortunatamente sono arrivata una settimana prima delle lezioni quindi (se tutto va come deve andare) perderò solo la prima settimana. Quella che però è la parte di Orientation iniziale, dove spiegano il funzionamento del sistema universitario, ciò che dovrai fare e di cui avrai bisogno.


Il primo giorno è stato difficile da accettare, perchè sono un soggetto sano, partita da regioni che al momento senza casi (in quei giorni); hai voglia di conoscere gente nuova, capire come muoverti, devi portare a termine delle pratiche ma non puoi avere contatti diretti con l'università. I ragazzi con cui vivo e quelli incontrati da poco possono tutti seguire regolarmente le lezioni. Direi che si prova un po' di solitudine e ci si sente spaesati. Sei in una città che non conosci, con una lingua di cui non sai nulla e vieni identificato come un potenziale malato nonostante tu ti senta bene.


Devo dire che mi aspettavo più paura e distacco, mentre sono stati tutti accoglienti e per nulla spaventati. Sicuramente quello del corona virus è un argomento che è ricorrente e tutti quelli che incontri ti fanno una domanda a proposito, ma nella maggioranza dei casi è solo per curiosità.


Come si relazionano i ragazzi Erasmus con te?

Devo dire che mi aspettavo più paura e distacco, mentre sono stati tutti accoglienti e per nulla spaventati. Sicuramente quello del corona virus è un argomento ricorrente e chiunque incontri ti fa una domanda a proposito, ma più per curiosità che altro


Che aria si respira in Polonia?

I polacchi sono abbastanza infastiditi; Qui non è stato registrato ancora nessun caso e si fa di tutto per evitarlo. Vengono quindi attuate misure severe. Non essendoci nessun caso, però, si gira per le strade in tutta tranquillità, non si percepisce timore ma un po’ di fastidio nei riguardi degli stranieri, in particolare se italiani o cinesi. Due giorni fa ad esempio ero con un'altra ragazza italiana in un negozio di vestiti e come capirono la nostra lingua iniziarono a farci battute a proposito del corona virus, allontanandosi ridacchiando. Non si vedono mascherine, la gente è tranquilla, ma sull'attenti.


Come sta influenzando l’isolamento la tua permanenza lì?

Come già detto prima, la parte irritante di tutta questa storia è non avere la possibilità di partecipare agli eventi universitari di inizio. Avendo ricevuto la comunicazione solo appena arrivata, non ho avuto la possibilità di organizzarmi in un altro modo. Sarebbe stato opportuno che le istituzioni ci avvisassero anticipatamente.



“Sono arrivato in Polonia il 14 febbraio e a Lublino, la mia destinazione Erasmus, il 17. Credo di poter affermare di essere stato fortunato rispetto ad altri studenti Erasmus italiani, infatti allora l’epidemia in Italia era ancora inconsistente, se non inesistente. Nessuno immaginava che solo una settimana dopo la mia partenza alcuni paesi avrebbero chiuso le frontiere a molti studenti italiani, infatti due miei colleghi hanno dovuto rinunciare all’Erasmus in Germania. In data odierna il rettore dell’università di Lublino ha comunicato la medesima decisione. L’essere arrivati qui circa una settimana prima lo scoppio della “bomba” ci ha fece risparmiare la quarantena. Ciò che successe a me, tuttavia, è fuori dal comune. Alla fine della prima settimana a Lublino, a causa mal tempo, del nuovo ambiente o dell’affollamento nel mio dormitorio, mi venne l’influenza. I sintomi erano tipici, non avevo avuto alcun contatto a rischio – vengo infatti da una regione senza casi di coronavirus – inoltre avevo vissuto i primi 3 giorni a stretto contatto con un altro studente italiano, che non presentava alcun sintomo. Purtroppo, il destino mi ha portato ad ammalarmi in un momento particolare: esattamente alla fine del tempo medio di incubazione di covid-19, cioè 10 gg, dalla data della partenza. Come dicevo tutto lasciava presagire che si trattasse di influenza, tuttavia le tempistiche dell’insorgenza dei sintomi erano così precise da lasciarmi il sospetto di un possibile contagio, magari in aeroporto (Bergamo) o sul treno per arrivarci. Dopo 3 giorni di malattia passati nella camera del dormitorio presi una decisione: mi recai nel reparto di malattie infettive dell’ospedale locale e chiesi di eseguire il test per il coronavirus. All’arrivo in PS mi fecero due domande semplici quanto fondamentali: Are you Italian? Do you have symptoms? Feci partire il protocollo. Mi trovai nel giro di qualche minuto a parlare con medici che indossavano le mascherine FFP3 e il camice protettivo. Mi fecero anamnesi, esame obiettivo, Rx-torace, alcuni prelievi e mi ricoverarono. Stetti in isolamento per 4 giorni, tempo necessario per eseguire il tampone nasofaringeo, confermare un’infezione influenzale ed escludere con un altro tampone il coronavirus. Durante la mia permanenza in ospedale ebbi molto tempo libero per leggere quello che stava succedendo in Italia. I casi aumentavano rapidamente ogni giorno, la preoccupazione saliva. Dopo la dimissione cominciai a rendermi conto che le cose in città stavano cambiando: la gente era diventata più sospettosa. Essere italiani cominciava ad essere un problema.


Allo stato attuale in Polonia sembra che tutti siano con il fiato sospeso, forse perché l’infezione non è ancora diffusa qui. Le persone, specialmente gli studenti stranieri con cui convivo, leggono di quello che succede in Italia, sono molto informati e la prima cosa che ti chiedono quando sentono parlare italiano è “Da dove vieni?”. Basta sapere se dal Nord o dal Sud. Non ci siamo mai sentiti discriminati da quando siamo arrivati qui, ma non si può negare che la gente sia spaventata.


Non avrei mai immaginato che essere italiani sarebbe potuto diventare un problema. Adesso ho sentito che altri connazionali arrivati in questi giorni sono stati invitati ad una quarantena volontaria, cosa che praticamente nessuno fa. Erano gli ultimi: ora se sei uno studente italiano non puoi più partecipare ad alcun progetto in Polonia. Penso che la situazione si svilupperà ulteriormente. Purtroppo, potremmo essere solo agli inizi.”


- Eva Saldari.