LE LOTTE DI OGGI PER I DIRITTI DI DOMANI: L'ESPERIENZA DEI RIDERS BOLOGNESI

Bologna era immersa in una tormenta di neve quel 13 novembre di due anni fa, ma secondo le aziende avrebbero dovuto pedalare comunque: giocava l’Italia e la richiesta di cibo a domicilio era elevatissima.

Si sono opposti con uno sciopero, dando vita a un processo di resistenza collettiva dal basso. È nata così Riders Union Bologna, un’associazione spontanea tra le vittime del caporalato digitale: i fattorini del nuovo millennio.

Abbiamo approfondito lo svolgimento e gli obiettivi raggiunti da queste lotte con Nicola Quondamatteo, ex rider, laureato in antropologia culturale ed etnologia a Bologna, studioso di questioni riguardanti il mondo del lavoro (con particolare attenzione alla precarizzazione odierna e ai movimenti sociali formatisi per combatterla) e autore del libro Non per noi, ma per tutti (edito da Asterios) .

Già dopo pochi minuti dall’inizio dell’incontro ci accorgiamo di come la condizione di sfruttati dei riders sia in realtà la declinazione attuale di processi di deregolamentazione del lavoro in atto ormai da trent’anni, il cui ultimo stadio di sviluppo, a noi contemporaneo, prende il nome di “gig economy” (traducibile in italiano come “economia dei lavoretti”).

Dalle traduzioni online alle compilazioni di sondaggi, l’economia digitale è solo la lancia più affilata del neoliberismo, frutto di una spinta alla parcellizzazione estrema del lavoro che sotto l’amichevole definizione di “lavoretto” nasconde una realtà di precarietà e mancanza di diritti e tutele. Il lavoro di fattorino, oggi riorganizzato dalle grandi multinazionali come Glovo, Deliveroo e Just Eat, presenta alcune caratteristiche fondamentali comuni a tutte le forme di lavoro digitale: prima fra tutte la presunta flessibilità che, apparentemente a vantaggio del lavoratore, nasconde dietro il meccanismo del ranking reputazionale la capacità delle piattaforme di determinare l’orario di lavoro. Infatti, più il rider accetta le consegne in orari utili, più ha un punteggio alto nel ranking, con la conseguente possibilità di accedere prima al calendario che permette di scegliere gli orari di lavoro. Ma ciò avviene solo come conseguenza di quello che potremmo forse definire come un “principio della prestazione” indotto dalle imprese: un’idea di meritocrazia che, portata all’estremo, diventa pressione psicologica sul rider, costretto di fatto a un lungo periodo di accettazione di orari scomodi per lui, ma portatori di profitto per le aziende. Altro elemento fondamentale e strettamente connesso con il tema della flessibilità è quello della mancanza di tutele: lo status di “lavoratore autonomo occasionale” (invece che di “subordinato”) comporta nell’ottica delle piattaforme la totale negazione di una copertura assicurativa contro gli infortuni, di una paga minima oraria e delle dotazioni minime di sicurezza (come il casco). Ed è dalla necessità di combattere questi perversi meccanismi di sottomissione che si sono sviluppate le lotte di Riders Union Bologna. Chiediamo allora a Nicola di raccontarci la storia delle rivendicazioni dei riders e le conquiste ottenute fino ad oggi, a partire dallo sciopero della neve. Due anni che hanno esteso l’incidenza dell’esperienza bolognese dall’ambito cittadino a quello nazionale.

Il 24 novembre 2017, undici giorni dopo lo sciopero della neve, 20 riders diedero vita a un flash mob sotto le Due Torri, mascherati come grandi ciclisti del passato (a proteggere l’identità da possibili ritorsioni e licenziamenti, ma anche a indicare ironicamente come il lavoro di fattorino fosse una cosa seria e non un hobby da considerarsi alla stregua di uno sport, come invece veniva presentato dalle grandi piattaforme); arrivando in Piazza del Nettuno al termine di una biciclettata dimostrativa, si imbatterono nell’accensione dell’albero di Natale da parte del sindaco Merola, e colsero l’occasione per avviare un’interlocuzione con le istituzioni cittadine. Il dialogo portò a un tavolo di contrattazione metropolitana con le aziende del digitale, ma solo le piattaforme locali “Sgnam” e “MyMenu” (maggiormente legate alla volontà politica del Comune) decisero di accettare le condizioni proposte; nessuna volontà di ascolto, invece, per le grandi multinazionali del settore. E’ nata così , nel maggio 2018, la “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale del contesto urbano” (nota anche come Carta di Bologna), composta di dodici articoli elencanti appunto i diritti fondamentali dei riders: tra i più importanti, quello ad un compenso orario fisso “equo e dignitoso”; il riconoscimento di un diritto alla salute e alla sicurezza, da proteggere indipendentemente dalla “qualificazione giuridica” del rapporto di lavoro; l’obbligo da parte delle aziende di fornire ai riders “strumenti idonei e dispositivi di sicurezza obbligatori” .

La Carta di Bologna ha rappresentato un primo, grande tassello per opporsi collettivamente alle logiche delle multinazionali, che spingono all’individualismo, all’atomizzazione dei lavoratori e quindi alla competizione tra essi. Il governo gialloverde appena nato si dimostrò inizialmente interessato alle lotte dei riders, col ministro del Lavoro Luigi Di Maio che si spinse a definirli “il simbolo di una generazione abbandonata”, aprendo ad un tavolo di concertazione per scrivere un contratto collettivo in materia. Il disegno di legge per riformare il codice civile, che avrebbe portato ad arrestare la fuga dal lavoro subordinato, sarebbe dovuto entrare nel “Decreto Dignità”, ma ciò non avvenne (probabilmente a causa delle pressioni in senso opposto di Lega e Confindustria). Le piattaforme poi, anche su scala nazionale, si unirono per non negoziare. A dicembre 2018 si provò a inserire l’emendamento sulla subordinazione nel pacchetto “Quota 100-reddito di cittadinanza”, ma venne bocciato in sede di conversione per estraneità di materia.

L’emendamento al decreto “Salva-imprese” dell’estate di quest’anno, ci racconta Nicola, è stato visto dai riders come “la montagna che partorisce il topolino”, dato il ridimensionamento totale rispetto alle premesse, e promesse, iniziali. Il decreto della neoministra del Lavoro Nunzia Catalfo, approvato in consiglio dei ministri ad inizio ottobre, aggiusta la situazione (anche se lascia alle aziende un limite di tempo di dodici mesi per adeguarsi al regime delle tutele), garantendo la subordinazione, la copertura assicurativa, la paga oraria stabilita dalla contrattazione sindacale, il ranking reputazionale abolito perché giudicato discriminatorio e il cottimo concesso solo dopo una opportuna contrattazione delle aziende con CGIL, CISL e UIL (tramite contratto specifico, ma senza accordi al ribasso); inoltre è eliminato il riferimento del Jobs Act “ai tempi e ai luoghi di lavoro”, stabilendo che un fattorino è considerato dipendente dell’azienda anche se opera in strada.

“I riders sono la cartina di tornasole del mondo del lavoro: ci fanno vedere cos’è che non funziona”, conclude Nicola,“ le loro lotte dimostrano l’importanza dell’organizzazione collettiva, che si può attuare anche nelle periferie dello sfruttamento. La produzione legislativa ottenuta da queste battaglie è un primo passo. La politica ha tentennato, guidata dall’ottica neoliberista secondo la quale il potere pubblico non può intervenire nelle logiche di mercato”. Conclusa la chiacchierata lo salutiamo, e ci lascia guidato dalla speranza di un orizzonte collettivo di lotta.

Perché i traguardi raggiunti dai riders possono garantire dignità, di riflesso, a tante altre masse di sfruttati del nuovo millennio: non per noi, ma per tutti.


di Daniele Ballerini e Elia Legnani