L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE MBEB

Premessa. Cosa significa MBEB? Per chi negli ultimi anni si fosse perso un po’ di sana memeria femminista, si tratta di un acronimo che sta per Maschio Bianco Etero Basic. Di chi stiamo parlando? Nel suo significato più ampio racchiude tutta la categoria di uomini etero cis, non in quanto tali ma in quanto basic. Si tratta di coloro che, con la testa a forma di pallone da calcio (si scherza, non me ne vogliano i lettori tifosi), non sarebbero in grado di riconoscere la misoginia neanche quando c’è un cartello al neon ad indicarla. L’esemplare di MBEB si aggira per i social commentando che “l’uso dell’asterisco proprio non lo tollera”, o lamentando la soppressione della propria libertà di espressione, direttamente dal proprio gabinetto (non quello di governo). Colpa dell’arcigna dittatura Nazifem. L’essere basic sta non tanto nell’assumere determinate posizioni, quanto più nel fermarsi all’apparenza nei propri giudizi senza provare ad osservare le diverse sfumature della realtà in tutta la sua complessità. Anche solo la parola femminismo viene rifiutata o considerata tabù perché attribuita a posizioni radicali o a persone permalose. Ne consegue che certi argomenti vengano liquidati per pigrizia, “perché le femministe hanno stancato e ormai siete alla pari”. Proviamo quindi a “snocciolarla” questa complessità.



Il caso


Abbiamo molto sentito parlare del Sofa-Gate, la vicenda che ha visto protagonisti la presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e ultimo, ma non per importanza, Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, nel loro incontro ad Ankara. La vicenda è chiara ed è stata ampiamente spiegata. Riassumendo per chi se la fosse persa, Von der Leyen non trova la sua sedia accanto al vertice turco (cosa che non si verificò, ad esempio, con il suo predecessore Juncker), con una tossetta stizzita cerca di attirare l’attenzione e di tutta risposta il collega belga ed il sultano turco si sistemano sulla loro seduta con gli occhi a terra. Michel poi la guarda basito in un mix tra “Chissà che vorrà questa. Ce l’ha con me?” e “Dove sono? Cosa sto facendo? Qual è il senso della mia vita?”. Malignamente si potrebbe pensare che il presidente belga abbia colto l’occasione al balzo per prendersi i suoi cinque minuti di gloria e, per una volta, non essere adombrato dalla enorme caratura della politica tedesca (ma non sarei mai così cattiva). Il tranello messo a punto dal dittatore turco era volto a mandare un messaggio neanche troppo sottile su quello che era uno dei punti dell’o.d.g. dell’incontro, ovvero i diritti umani e nello specifico quelli della donna. Qualche giorno prima Erdogan aveva ritirato la Turchia dalla convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne (vedi l’articolo “Turchia, di patria e patriarcato” di Vittoria Princi https://bit.ly/2RNWRYM ). Giusto per ricordarci quali sono gli effetti della dittatura, e non parlo di quella delle Nazifem. Ma è soprattutto Michel a finire nel mirino. Stampa e opinione pubblica si schierano contro di lui, la vicenda fa il giro del mondo e un Michel ormai accerchiato e pentito si scusa. Si apre il capitolo “Mi telefoni o no?”. Il presidente senza sonno e con gli occhi gonfi di pianto chiama la presidentessa per scusarsi. Ursula lo ignora. Spunte blu. È tutto vero, anche se ha del comico. Charles Michel sembra cascare dal pero, non a caso i compatrioti gli avevano attribuito il nomignolo monsieur patate, come la stampa non manca di ricordare. Noi non possiamo che dargli il titolo di MBEB del mese, perché se lo è meritato, ma quanto meno si è scusato, e anche questo glielo riconosciamo. Magra consolazione data dal fatto che al peggio non c’è mai fine.



Tutto è bene quel che finisce bene.


La morale della favola? Ne possiamo trarre diverse. I media raccontano l’accaduto mettendo l’accento sul lato geopolitico, ovvero sull’attrito ormai corroborato tra Turchia ed Europa. È senz’altro un aspetto fondamentale nonché inquietante, ma dal Sofa-Gate possiamo trarre di più. In primis che prima di dispensare insegnamenti agli altri, l’Europa dovrebbe prima lavare i panni sporchi che ha in famiglia. Anche se Charles Michel da questa storia ne esce come lo scemo del villaggio, egli ricopre una carica importante in un luogo importante quale è il Parlamento europeo, e non è certo finito lì per caso. Il politico belga fa parte di una categoria, quella del maschio bianco etero cis, che da sempre compone in netta maggioranza la classe dirigente, in Italia e in Europa. Il problema non è certo che gli uomini bianchi siano in politica, altrimenti si passerebbe da una discriminazione all’altra, quanto più il fatto che quella degli MBEB sia una vera e propria aristocrazia. I luoghi del potere mi piace immaginarli più frammentati e variegati possibile, affinché siano il reale specchio di come è fatta la società, ovvero complessa e frammentata. Proprio in nome di quella democrazia di cui tanto andiamo fieri e che andiamo sbandierando confrontandoci con i regimi dittatoriali. Fa piacere, però, vedere la netta presa di posizione dell’Iron Lady tedesca, con una decisione che nell’Italia eternamente democristiana raramente vediamo. Al di là della simpatia (o antipatia) verso la presidenza Von der Leyen, la politica tedesca esce da questa vicenda vincitrice, ricordando a chi se lo fosse dimenticato quali sono i valori su cui ci fondiamo e dando a tutti una lezione. Una lezione che si spera sia stata recepita anche da stati come il nostro, dove si è così abituati al sempiterno governo degli MBEB che non ci si pone neanche più il problema della scarsa rappresentanza femminile. Occorrono fermezza e principi saldi, altrimenti non cambierà mai nulla. Ma soprattutto basta lagnarsi del fatto che “è solo forma”. Questo, forse, uno tra gli aspetti più importanti: che sia in un incontro diplomatico o nella vita reale la forma conta, anzi è fondamentale. Ancora una volta abbiamo prova di come il linguaggio, sia verbale sia del corpo, rappresenti concretamente valori e credenze profondi. In questa occasione è stato il corpo a parlare, non sono servite parole, e già solo questo ci racconta molto. Quando si parla di asterischi e di schwa il ragionamento alla base è esattamente lo stesso. Paese che vai usanza che trovi, usi e linguaggio sono relativi, a riprova del fatto che tutto ciò che è forma non è atavico. E nulla rimane immutato per sempre. La forma può cambiare parallelamente alla sostanza se non addirittura più velocemente. Struttura e sovrastruttura si influenzano l’un l’altra avrebbe detto il buon Carlo Marx. Certo si potrebbe immaginare un mondo senza formalismi e sovrastrutture, ma sarebbe un mondo "anarchico" e attualmente è più difficile da immaginare di quello parallelo in cui le donne governano in netta maggioranza. Perciò se la forma è così indispensabile e così inevitabile, iniziamo la rivoluzione dalle piccole cose: usiamo la schwa e il posto a capotavola si lascia alle signore.


di Eva M. Saldari