L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE MBEB. PARTE II

Caccia alle streghe.

“La premessa alla base di ogni sessismo è che – parafrasando i Radiohead, noti teologi medievali – gli uomini hanno un corpo e un’anima perfetti. Be’, s’intende gli uomini bianchi cisgender senza disabilità, e che non hanno mai fatto sesso con altri uomini (una volta suggerita l’idea di un’élite biologica, i criteri che la determinano tendono a farsi sempre più stringenti). L’umanità è definita dagli uomini, perciò le donne, che non sono uomini, non sono umane. Da qui la necessità che vengano dominate dagli uomini – e se le donne si ribellano a questo dominio, diventano mostruose”.


Questo piccolo estratto proviene da Il mostruoso femminile, di Jude Ellison Sady Doyle. Un libro che si autodefinisce violento, ma che racconta puntualmente la mistificazione della figura femminile, proveniente da un antico retaggio (dai mostri biblici all’immaginario moderno). La scrittrice americana risponde ad interrogativi importanti sul patriarcato, focalizzandosi su uno in particolare, forse il più importante: perché esiste? La risposta è sostanzialmente questa: l’uomo ha timore della donna, per questo la immagina in forma di mostro. L’apocalisse è donna così come lo sono Medusa, Circe, le streghe medievali, persino la morte è donna. Chi più ne ha più ne metta. L’uomo era lì tranquillo, nel giardino terrestre, fino a quando non è arrivata Eva, una scomoda compagna che, come scrisse Martin Lutero, “Ha rovinato tutto”. Non è vittimismo, è un’analisi di simboli e significati attraverso i secoli che si propone di scovare le ragioni imperscrutabili della gabbia che fa la donna prigioniera. Una gabbia che rinchiude corpo, vita sessuale, privata e pubblica e che serve sì a controllare, ma anche e soprattutto, secondo l’autrice, a proteggere chi ne è fuori. L’uomo. Protetto nel lavorare, nell’esplorare con più libertà la propria sessualità, nel decidere del proprio corpo, nell’accettare o meno la paternità.


Ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere MBEB. Parte I” (https://bit.ly/3t31YkB ) concludevo con un accenno ai simboli e a come questi vengano spesso sottovalutati. Riprendo quindi parlando di universo simbolico, per arrivare ad analizzare la vicenda che vede protagonista qualcuno che attraverso un simbolo ha dato vita al moVimento che ha segnato la politica italiana degli ultimi dodici anni. Il simbolo di cui sopra è il “Vaffa”, non a caso il MoVimento ha la v in maiuscolo, e il suo padre spirituale Beppe Grillo non ha bisogno di presentazioni. Dopo la sua istituzionalizzazione, il M5S ha smesso di alzare la voce, preferendo piuttosto i sussurri e i bisbigli tipici dei palazzi. Ci eravamo disabituati anche alle urla del suo leader, che da poco ha deciso di uscire da un lungo letargo. Nel peggiore dei modi. La vicenda ormai la conosciamo. I media ci hanno ampiamente raccontato del “padre spaventato dall’imminente processo del figlio”, che si sgola di fronte alla telecamera del suo smartphone nel disperato tentativo di convincere il mondo della sua innocenza. Se le sue urla fossero riferite alla magistratura o agli avversari politici non è chiaro. È chiara invece l’accusa mossa alla ragazza, rea di aver attirato nelle sue grinfie di donna il figlio prediletto, per poi accusarlo e rovinargli la vita (?).


Che Grillo fosse uno MBEB d.o.c. non è una novità, ma dalle risposte imbarazzate dei colleghi (vedi Giuseppe Conte) pare che qualcuno non se ne fosse accorto. Eppure, quando nel 2014 campeggiava la scritta: «Cosa fareste da soli in auto con la Boldrini?» nel blog della Casaleggio Associati, il movimento diede corda alla linea comunicativa rafforzando con un «Cara Laura, volevo tranquillizzarti. Anche se noi del blog fossimo tutti potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio». Parola di Claudio Messora, predecessore di Rocco Casalino. Ma nonostante la risposta indignata dell’allora presidentessa della Camera, non si alzò nessun polverone mediatico. D’altronde la Boldrini è una di quelle femministe permalosette e, dopo un’era di lungo berlusconismo, alle battute da MBEB c’eravamo abituati. Poi arrivò il turno di Rita Levi Montalcini, che Grillo chiamò “vecchia puttana”. Ma anche qui si scherza, Beppe Grillo è un comico, voleva solo essere una battuta. Nel 2016 dopo il caso Banca Etruria venne presa di mira la Boschi. Con lei se la presero in modo particolarmente pesante, ma d’altronde Maria Elena Boschi oltre ad essere avversario politico non brilla neanche per simpatia, quindi va bene, se le danno della puttana se lo merita. A distanza di anni la caccia alle streghe si riapre. Il comico genovese riaccende i riflettori. Lo fa per scagliarsi contro una ragazza che si suppone abbia subito un abuso sessuale. Dal figlio. Stavolta non c’è nessuno a ridere, la platea è vuota e Beppe Grillo, rimasto solo sul palco, appare finalmente per quello che è: un misogino arrogante.


Chi la fa l’aspetti.


Quando un partito perde acqua da tutte le parti c’è sempre qualcun* con un secchio sotto a raccogliere la perdita. Lo sciacallaggio politico delle disgrazie altrui è ormai cosa sdoganata almeno quanto le battute sessiste. Grillo non poteva non aspettarsi che le sue dichiarazioni sarebbero state impugnate contro di lui, ma decide di farle comunque. Come già anticipato, i reali destinatari sembrano proprio essere i suoi avversari, ma più che avversari lui sembra considerarli nemici. Nemici, che il leader paranoico sembra vedere ovunque. In primis la stampa, storica nemica, che dipinge il figlio come “stupratore seriale”, dice, per attaccare indirettamente lui. In secondo luogo, la magistratura, che tiene la sua vita in sospeso da due anni e che non ha arrestato il figlio nel 2019 perché, cosciente della sua innocenza - “C’è il video!”, come a dire “è così ovvio” – starebbe cercando di usare il processo come pretesto per arrivare a lui. Questa parte è molto più confusa, ma lo diventa un po’ meno quando dice “Allora arrestate me, perché ci vado io in galera!”. La magistratura però, diversamente dalla stampa, non è la sua nemica giurata, anzi. Grillo, campione mondiale di giustizialismo, ha per tutta la sua carriera soffiato sul fuoco della rabbia del popolo, il quale era stanco dell’élite corrotta e delle porcherie della Suburra. Ha sentenziato colpevolezza laddove il tribunale, con tempi ben più lunghi del processo Ciro Grillo, doveva ancora arrivare. Quando la colpevolezza la decide la giuria popolare, anche se si è innocenti lo si scopre troppo tardi, quando ormai i riflettori si sono spenti e i giornali non ne parlano più.


Maria Elena Boschi, la cui carriera politica pensavamo fosse finita dopo l’ultima crisi di governo, probabilmente non stava aspettando che un’occasione del genere, per poter finalmente fare la sua arringa e vedere Grillo sul banco degli imputati. Poi c’è il conflitto di interessi. L’avvocato della ragazza è Giulia Bongiorno, senatrice leghista, ex Ministra della pubblica amministrazione nel governo giallo-verde. I grillini, ovviamente, ne chiedono le dimissioni da senatrice. L’effetto sul leader M5S, invece, è quello di acuire ancora di più la sua paranoia, spingendolo ancora di più a trasformare un processo che coinvolge il figlio in un caso personalistico. Alla fine della fiera, il processo si è trasformato in qualcosa di ben più grande, come era scontato che fosse vista l’importanza delle persone che coinvolge. Aldilà delle chiacchiere da bar, alla base di tutto ciò ci sono persone che stanno vivendo un incubo.


Sul fatto in sé, è meglio sorvolare. Primo perché anche io, aspirante giornalista, come la Boschi mi atterrò al garantismo e aspetterò la sentenza per dare il mio giudizio morale. Inoltre, leggendo per il web non posso non notare come i giornali istituzionali, che si professano femministi, stiano invece spendendo articoli in abbondanza per descrivere i dettagli del video dell’accaduto, il quale, lo ricordiamo, non deve essere diffuso. Ricostruire i fatti non spetta ai media, per non parlare di come questo potrebbe urtare la sensibilità delle vittime. Non come giornalista, ma come persona, ci tengo invece a dire che questa vicenda mi ha particolarmente toccata. Da quando ho iniziato a documentarmi, ho iniziato a pensarci sempre più spesso. Da ventenne sessualmente libera dico che sarebbe potuto succedere a me. La ragazza interessata, poi, è stata dipinta con sfumature contrastanti, tra santa, peccatrice, vittima o manipolatrice a seconda delle opinioni. Adulti che parlano di dinamiche che non conoscono. Di lei non sappiamo nulla, perciò le uniche parole che possono essere spese sono di solidarietà. Solidarietà verso una sofferenza che molti di noi non conoscono e che fanno fatica anche solo ad immaginare.


di Eva Saldari