L’omicidio non visto. Chi ha ucciso Youns El Boussettaoui?


Minacce, urla, spintoni. Una collisione, un colpo in canna, uno sparo. Il cuore di Youns, solo, si è fermato in una pozza di sangue, lasciando i suoi occhi ancora aperti sul mondo.

Youns El Boussettaoui aveva 39 anni, a porre fine alla sua vita, nella notte del 20 luglio a Voghera, non è stato solo un colpo d’arma da fuoco, non è stato solo l’assessore leghista Massimo Adriatici.

Di Youns i notiziari hanno detto che era “un marocchino”, “un immigrato”, “un barbone”, “un violento”, “un pregiudicato”. Sono questi termini che, adottati con accezioni negative, oltre a giustificare l’atto dell’omicidio, collocano la vittima in una posizione di distanza rispetto a noi.

Noi, italiani dalla pelle bianca, educati al terrore e scalpitanti di odio, giudicanti e discriminanti. Noi, che non abbiamo più idea di cosa sia l’umanità.

Un’indagine condotta da Amnesty International Italia nel 2019 ha messo in evidenza come la propensione dei politici (iniziando dalla destra) a pubblicare sui social contenuti discriminatori, unita all’approvazione delle direttive securitarie messe a punto durante il periodo governativo giallo-verde, abbia portato all’aumento dell’intolleranza e alla proliferazione di episodi di violenza su base razziale.

La difesa dell’identità nazionale non è più solo il desiderio di pochi, ma è diventata esigenza collettiva, rivendicazione e missione del singolo.

La politica del terrore ha evidenziato ogni differenza possibile tra l’in-group della popolazione italiana e l’out-group della popolazione migrante e povera.

Tale categorizzazione ci ha portati all’esclusione morale di quest’ultima fascia di cittadinә, che viene percepita come psicologicamente distante, tanto da non farci sentire obblighi morali nei loro confronti e da lasciarci accettare ogni tipo di azione violenta che su di loro viene praticata.

Le politiche sul decoro urbano, e le conseguenti narrazioni giornalistiche che ne sono state fatte, hanno aumentato i sentimenti di distanza e paura tra i membri della popolazione tutta, generando allarmismo per la possibilità di venire aggrediti fisicamente o deprivati dei propri beni. I sentimenti d’odio generati sono direzionati verso specifici abitanti del Paese, ossia verso tutta la popolazione che vive “ai margini” e/o viene percepita come diversa. Si tratta di persone con vissuti complessi, che non sono riuscite o non hanno voluto vivere rispettando le aspettative della società neoliberista occidentale, trovandosi alle volte ad assumere condotte “atipiche”, incomprensibili per molti. Questo ideale di pulizia urbana è inoltre un perfetto strumento di controllo delle masse, in quanto, tramite meccanismi di giudizio costante, ci definisce più o meno idonei al vivere sociale. Ci indebolisce facendoci sentire inadatti, per poi condurci a scaricare tutta la nostra rabbia verso le persone socialmente più “imperfette” di noi.

Il concetto di decoro non ha alle spalle un’idea strutturata o una base teorica capace di sviluppare un programma di intervento per la comprensione e la risoluzione della marginalità. Non è interesse politico né economico fare questo tipo di azione qualitativa. L’unica cosa che può accadere, dando spazio a questo tipo di proposta, è la sanguinosa repressione dei reietti, il controllo e l’aumento della marginalizzazione, a discapito, ovviamente, della nostra umanità.

E così, forte delle politiche securitarie in vigore, l’assessore alla Sicurezza del comune di Voghera, ex funzionario di polizia, Massimo Adriatici, davanti alle varie richieste d’aiuto e assistenza da parte della famiglia di Youns, non si è impegnato a disporre una rete comunitaria di sostegno per l’uomo, che già da tempo soffriva di disturbi psichici peggiorati durante la pandemia, e per i quali era stato disposto di recente un TSO.

Contrariamente, Adriatici ha deciso di minacciare e uccidere Youns, divenendo così paladino della lotta contro il “degrado”. Il ruolo amministrativo che Adriatici rivestiva al momento dei fatti costituisce un’aggravante dell’episodio, in quanto istituzionalizza l’utilizzo della violenza, riconoscendone l’efficacia immediata, dimenticando qual è, in questi casi, il vero compito delle istituzioni pubbliche: l’aiuto.

Non riuscire a dare risposta ad un bisogno optando per la “giustizia fai da te” e ricorrendo in maniera spropositata alla violenza è un frutto marcio del nostro nuovo modello di categorizzazione del mondo, fondato sulla paura del diverso e sulla totale mancanza di fiducia verso le istituzioni.

Adriatici è ad oggi indagato per eccesso di legittima difesa e non per omicidio volontario. Il capo d’accusa in qualche modo giustifica la risposta violenta dell’assessore. Ciò che non è legittimo, però, è uscire di casa con una pistola carica in tasca. Ciò che non è sicuro è la normalizzazione dell’uccisione a sangue freddo di una persona disarmata. Ciò che non sarebbe stato necessario, nell’ottica di una legittima difesa, è la necessità che l’assessore ha avuto di trovare un accordo narrativo con i testimoni presenti.

Questa morte e questo capo d’accusa rappresentano un fallimento umano, comunitario, istituzionale e dello Stato di Diritto. In uno Stato democratico non ci sarebbe bisogno di uno “sceriffo” armato che cammina per un minuscolo paese di provincia: uno Stato maturo non ha al Governo persone che insegnano alla altre chi e quanto odiare.

La visione comunitaria è così tanto compromessa che se le sorti dei protagonisti della vicenda fossero state all’opposto le strade si sarebbero riempite di orde indignate, di grida e insulti razzisti. La violenza contro il “diverso” sarebbe aumentata, com’è successo per tanti eventi accaduti in passato. Siamo così compromessi che non ci siamo fermati a riflettere, non ci siamo fermati a pesare che è stata uccisa una persona.

Il suo nome era Youns El Boussettaoui, aveva 39 anni, e di certo una vita non lieve. Aveva 39 anni, due figli, origini marocchine e, dalle foto che lo ritraggono, un sorriso capace di oltrepassare tutti i confini... anche quelli mentali. A porre fine alla sua vita non è stato solo un colpo d’arma da fuoco.

A porre fine alla sua vita, quella notte, è stata la discriminazione, i pregiudizi, questo terribile vivere non civile. Siamo stati noi tutti quando abbiamo deciso di voltare le spalle all’umanità per poi crollare nella paura e nell’autocommiserazione. Siamo stati noi quando abbiamo abbassato la testa accogliendo passivamente le politiche securitarie.

Siamo stati noi e lo uccideremo ancora, se non saremo in grado di sviluppare la nostra coscienza critica, guardando al “diverso” con curiosità e andando oltre gli stereotipi e i pregiudizi che compromettono la nostra visione del mondo. Lo faremo ancora se, alla luce dei fatti, decidessimo di non lottare al fianco della sua famiglia per chiedere che giustizia sia fatta.

Il cuore di Youns El Boussettaoui si è fermato in una pozza di sangue, a noi il compito di raccogliere il suo sguardo ed aprirlo sul mondo.




Bibliografia:


Esclusione sociale, uno sguardo sociologico. Dario Tuorto; Pearson; 2017


In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie. Carmen Pisanello; Ombre Corte; 2017


La società degli indifferenti, relazioni fragili e nuova cittadinanza. A cura di A. Zamperini e M. Menegatto; Carocci editore; 2011


Stereotipi e pregiudizi. Bruno M. Mazzara; Società editrice il Mulino; 1997


Di Letizia Goldone