LA GRANDE CORSA




In vista delle elezioni USA del 3 novembre, La Repubblica, La Stampa e L’Espresso hanno pensato bene di rispolverare le proprie soffitte dove ammuffiscono tutti gli articoli che son più vecchi dell’oggi. Ebbene, da quest’opera di “pulizie autunnali” è nato un curioso volume che personalmente mi sento di consigliare.


Il testo raccoglie una serie di articoli pubblicati dai tre giornali inerenti le elezioni americane dal 1948 a oggi, integrati con alcuni commenti ed illustrazioni esplicative. Certo, non si tratta di un testo che permetta alcun approfondimento particolare, ma col suo carattere divulgativo offre un limpido panorama dell’evoluzione del sistema politico Statunitense. Gli articoli infatti descrivono tanto sibille e sirene dello scenario pre-elezioni, quanto lo sconcerto, il rispetto ed il risentimento del post, permettendo al lettore di ‘fingersi’ leopardianamente in quegli anni, in quei contesti, alcuni invecchiati meglio di altri.


Partiamo dal titolo: La grande corsa. Un titolo che rende molto bene la sostanza del volume: una gara all’ultimo voto, una corsa, una ‘struggle’ per il trono del mondo: ogni mezzo, o quasi, è lecito. Ma non solo, l’idea della corsa invita a riflettere sull’avanti, sul progresso, sul mutamento. E in effetti il testo inscena proprio questo: il cambiamento del panorama politico americano, delle sue idee, dei suoi protagonisti, ma soprattutto dei suoi mezzi, delle sue meschinità e del suo pubblico nazionale ed internazionale.


Vediamoli brevemente uno ad uno: idee e protagonisti. Solo immaginate che effetto faccia leggere attraverso le lenti distorte del presente un articolo di commento alle elezioni USA del 52, all’inaugurazione della guerra fredda e sentire la tensione nelle parole dell’autore che si augura che il neo-eletto prosegua la politica di Truman e rafforzi l’alleanza atlantica.


Sembra sentirli declamare davvero: Eisenhower che incita all’intervento in Corea e Kennedy che chiama il capo della polizia di Atalanta per far liberare MLK, Nixon che sbraita sul Vietnam e muore con Watergate e Carter che cerca una “distensione” dei rapporti internazionali. La pelle d’oca sale al solo leggere quei discorsi che hanno decretato la storia. Basta, la smetto, i nomi li conosciamo tutti come del resto conosciamo le gesta che la storia stessa ha reso aere perennius. Del resto, dall’ultimo secolo, tutto il mondo carico delle sue immense ombre sfila dietro quella crocetta segnata su un foglio di carta ogni quattro anni. Sicuramente una delle cose che più affascina di questo volume è la sua capacità di viaggiare crocetta per crocetta, offrendo in ogni articolo uno scorcio sulla quotidianità trascorsa ma pur sempre indelebile per la storia umana.


Ma se il volume riportasse solo nomi e fatti esso non avrebbe nulla di più innovativo ne’ interessante di una pagina Google ben cercata. Quello che è davvero significativo in una raccolta del genere, e ciò che vale la pena studiare[1], è il mutamento continuo dell’intero apparato elettorale: i mezzi di comunicazione, veri fautori, potremmo dire, della politica statunitense. Ed è proprio a loro che il testo invita a pensare. Il titolo stesso si riferisce in primis al treno, mezzo che ha oggettivamente permesso che si concepisse l’idea di Stati Uniti d’America, non che le numerose campagne elettorali dal 1788 a oggi.


E’ il treno infatti ad avvicinare il candidato ai suoi elettori, ne permette l’incontro: è il vero mezzo della democrazia. Al treno segue la radio con cui Roosevelt entra nel salotto di ogni statunitense e con loro instaura piacevoli “fireside chats”, chiacchere al caminetto. La radio diffonde la voce del candidato ovunque ed in qualsiasi momento: la politica non è un momento a se’ rispetto all’economia domestica, al contrario la integra e la influenza: consiglia che cibi mangiare, che prodotti acquistare e che atteggiamenti assumere per identificarsi non tanto in un partito quanto in un candidato. La politica diviene stile di vita.


Un passo ulteriore verso la “democrazia” lo compie la televisione. Essa non solo permette di assistere ai comizi comodamente seduti sul proprio divano, ma inaugura la grande stagione dei dibattiti politici televisivi. La televisione è ciò che fa del confronto politico un talk show e delle elezioni americane un’esplosiva serie tv in cui vera protagonista, capace di tenere tutto il mondo incollato allo schermo, è la suspence. Kennedy è il padre di questo nuovo modo di fare politica. Ma veniamo a noi, alle nostre elezioni. In altre parole veniamo a tweeter e agli altri social che hanno veicolato il dibattito politico delle ultime tre tornate elettorali.


Inaugurati da Obama e dal suo capace uso di Facebook, Trump ne è stato il massimo esponente. La democratizzazione che essi consento è, nelle parole del leader e nell’opinione di gran parte del pubblico, sostanzialmente totale: il candidato diviene un amico su FB, un followed di Instagram tanto quanto il vicino di casa. Anzi, forse il presidente è ancora più amico del vicino, che su FB segue il candidato opposto. Insomma, ancora una volta la retorica, il modo di porsi ed il messaggio della comunicazione vengono stravolti, così come è stravolto il contenuto politico: non è più un comizio di città in città dove si discute di scelte più o meno efficaci, ne’ una piacevole conversazione del dopo-cena dove rispondere ai problemi di “tutti”; non è nemmeno uno show televisivo dove domina il colpo di scena, che sia una dichiarazione di guerra o uno scandalo personale.


No, ora ciò che domina è il latrato politico in un video di pochi secondi, è il meme ben riuscito, è il motto che vuol dire tutto e niente, basta abbia una grafica accattivante: ciò che conta è fare visuals, perché la visibilità è presenza e la presenza in politica è tutto. Intanto la corsa continua e a questo giro vede intesta Biden: cosa ci aspetta nei prossimi quattro anni?

La grande corsa dunque è un invito a riflettere sulla nostra quotidianità, sulla nostra vita politica ricordandocene il trascorso.


Chi racconta sono degli italiani che vivono in sincronia l’incertezza di ogni tornata: una prospettiva privilegiata per un percorso introspettivo anche nello stesso giornalismo: cosa è cambiato nel modo di fare e di essere giornalista?


Questi sono solo alcuni degli spunti riflessivi cui il testo accenna. Nella suo essere caleidoscopica, questa raccolta infatti non può far altro che suggerire percorsi di approfondimento sulle tematiche più varie. Un’opera che dunque suggerisco a chiunque voglia farsi un quadro tanto generale quanto stimolante dei mutamenti sociali negli ultimi settant’anni.

[1] A questo proposito consiglio la lettura di Erving Goffman, L’ordine dell’interazione e John B. Thompson Mezzi di comunicazione e modernità ma soprattutto Mediated Interaction in the Digital Age, saggio disponibile solo in lingua inglese per il momento.


Di Simona Bianchi.